La via coreana al coronavirus

di Alessandro Guidi Batori
28 Marzo 2020

Nel contrasto all’emergenza pandemica da COVID-19 la Corea del Sud si è ritagliata un importante spazio nel dibattito politico italiano ed europeo. Se infatti da un lato esiste il “modello” cinese, cioè l’utilizzo di una serie di misure collegate al monopolio dell’uso legittimo della forza in capo ai vertici del Partito Comunista Cinese per isolare interi pezzi di Paese, dall’altro si stanno affermando diversi modelli: quello italiano, ovvero della chiusura graduale, casuale ed in ordine sparso di attività produttive (con gravissime carenze dal punto di vista economico), parzialmente replicato in Francia, Germania e Spagna (con tutele economiche più forti); il modello della cd. “immunità di gregge”, assimilabile all’opzione zero (semplici misure informative e di sensibilizzazione, ma business as usual), attuato più o meno approfonditamente da alcuni Paesi (ad esempio Belgio e Svezia) ed attuato in modo più militarizzato in Israele ed infine il modello “coreano”. 

In breve, il merito storico della Corea del Sud è stato di aver portato sul tavolo un modello di contenimento del COVID-19 che non implicasse la paralisi di un’intera economia e, sebbene ci siano molti e ragionevoli dubbi circa l’applicazione di un modello simile nel nostro contesto (primo tra tutti l’analfabetismo digitale galoppante), è un’ipotesi affascinante, che sta già facendo scuola. 

Seoul parte con un vantaggio tattico, la lotta contro l’epidemia di MERS. Quando nel 2015 il Paese fu colpito da vari casi di questo coronavirus, lo scenario e lo stato di preparazione del Korean Center for Disease Control sembrava riflettere uno scenario che a tratti recupera l’Italia di oggi: pochi kit di prevenzione, malati che occupavano i pronto soccorso con una diffusione capillare della malattia. 

Il picco si è manifestato il 29 febbraio, con 909 nuovi positivi, per molti commentatori internazionali sembrava sull’orlo di esplodere, ed invece non ha fatto che ridursi, progressivamente, nell’arco di una settimana. Senza ombra di dubbio Seoul si è mossa rapidamente. 

Mentre infatti in Italia venivano organizzati aperitivi ed il pericolo veniva sminuito persino dal Presidente del Consiglio, in Corea, dopo una settimana dal primo caso riportato, il Governo si è immediatamente attivato per coinvolgere il comparto industriale nazionale nella produzione di massa di kit per effettuare i test, al punto di produrne 100.000 al giorno e vietando immediatamente assembramenti su tutto il territorio nazionale.

Ciò detto, l’esperienza con la MERS del 2015 ha subito permesso al Paese ed alla popolazione di avere una conoscenza diffusa di alcuni protocolli sanitari di base, così come dei tempi di incubazione della malattia. 

Secondariamente, la scelta di Seoul sembra riprendere quella che fu proposta a suo tempo (ed a ragione) dal Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia: tamponi, tamponi, tamponi. Uno dei nodi più critici riguarda gli asintomatici, nel caso coreano le Autorità hanno predisposto dal primo momento utile test a tappeto su tutta la popolazione, in modo da identificare e porre subito  sotto controllo gli asintomatici.

Per non intasare i pronto soccorso e gli ospedali, le Autorità coreane hanno predisposto più di 600 stazioni mobili per effettuare test sulla popolazione, coadiuvati da visite domestiche, e blocchi di controllo anche per strada. In questo modo il personale medico ha potuto evitare maggiormente il contatto col pubblico con un minimo rischio di contagio.

E qui arriva il tocco tech: a completare l’opera hanno contribuito controlli a tappeto con telecamere termiche per identificare soggetti con febbre, i cui dati, triangolati con la geolocalizzazione, sono poi stati utilizzati per tracciare e localizzare aree dove sono presenti persone contagiate, permettendo anche tramite app a tutti i cittadini di avere una maggior conoscenza dei luoghi da evitare.

Come terzo punto ogni positivo, asintomatico o meno, è stato soggetto ad uno scrupoloso controllo di tracciamento dei contratti, in modo da identificare ed isolare ogni individuo con cui si fosse verificato un contatto. Un tracciamenti dei contratti effettuato utilizzando le registrazioni delle telecamere a circuito chiuso sparse nelle città, le spese con carta di credito ed i dati di navigazione dei cellulari, trasformando quasi l’attività profilassi dei team medici in una vera e propria indagine. Secondariamente, il Governo è andato ancor di più in prima linea, inviando veri e propri SMS di massa alla popolazione, mediante applicazioni che permettono di segnalare motu proprio ai cittadini eventuali nuovi casi di COVID-19 nelle loro vicinanze, segnalando persino i mezzi pubblici presi, le fermate a cui sono scesi e così via. Risultato? Poco più di 1% di mortalità.

È evidente, nel trade-off tra privacy e sicurezza, i coreani hanno accettato sommessamente una temporanea perdita di privacy per permettere a queste misure di avere efficacia. Sempre mediante applicazioni, le Autorità pubbliche si sono trovate con gli strumenti per tracciare i movimenti delle persone sotto isolamento, impossibile in Italia, dove numerosi amministratori locali si sono trovati costretti a sfogarsi sui social per la mancanza di serietà dei loro cittadini.

È difficile dire se un modello del genere avrebbe avuto successo in Italia ed in Europa. Sono contesti politici diversi, popolazioni e culture diverse. In Corea le Autorità hanno saputo fin da subito accettare l’emergenza ed hanno avuto il buon senso di predisporre controlli a tappeto su tutta la popolazione, allorché in Italia gli amministratori che hanno proposto fin da subito misure rigide sul territorio sono stati oggetto di sterili diatribe di natura squisitamente politica.