La sottile differenza tra affermare un diritto e dissacrare la democrazia

di Francesco Severa
8 Gennaio 2021

Tragedia e farsa si rincorrono sempre nei processi della storia. E non è un caso che i dissacratori della democrazia americana appaiano come dei personaggi improbabili e strampalati, corsi ad occupare (con atto violento, è fuor di dubbio!) il colle più alto; venuti a mettere i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi, a sedere sprezzanti sulla poltrona da cui si presiede l’assise dei senatori con tanto di bandiere e fucili, barbe lunghe e corna di bisonte. È la risata che vorrebbe seppellire il potere, anche solo per un secondo, il tempo di un selfie; una massa irruenta che supera il confine del tempio e interrompe, violenta e ridicola,  la liturgia più sacra del culto democratico, il rito elettorale, nel suo momento ultimo e definitivo. 

I giuristi direbbero che le elezioni sono costitutive della democrazia rappresentativa. Per ogni anima, un voto. È così che funziona. Ma qui nasce il paradosso. Se la democrazia non ammette pària, dovrà dirsi popolo anche questa ingombrante marmaglia.

L’equazione tra elezioni e democrazia è solo un dato immanente e per questo fuorviante. Soffre l’errore di scambiare il processo con il fondamento (l’inesorabile tendenza al prevalere della tecnica, direbbe Severino, peccato originale del pensiero occidentale). Al contrario, al fondo della logica democratica moderna, il fatto cioè che debba essere il popolo a comandare, sta un elemento di deferenza e di reciproco riconoscimento. Quando Jefferson scrive sulla Declaretion of Indipendence del 1776 che tutti gli uomini, creati uguali, sono stati dotati dal loro Creatore di una serie di inalienabili diritti, sancisce presuntivamente una uguaglianza tra gli individui, che tutti sono chiamati reciprocamente a riconoscere. Gli uomini rinunciano a combattere (a usare violenza), sia che lo facessero per paura della morte o per coprire i propri bisogni ottativi, ancora di più rinunciano a combattere per il loro prestigio e per il desiderio di riconoscimento. L’autorità costituita è la garanzia di questo assetto convenzionale e i cittadini acconsentono ad essere governati nella misura in cui il governo risponde a tale funzione ovvero se la esercita secondo i limiti che a tale autorità sono stati posti. Ecco allora che il consenso popolare diviene strumento di legittimità del governo, soltanto nei limiti in cui quest’ultimo riconosca la dignità dei suoi cittadini. La democrazia prima che elettorale è consensuale ed è la riconosciuta sacralità dei riti e delle liturgie, quella che abbiamo visto spezzata il giorno dell’Epifania a Washington, che questo consenso mostra e dimostra. Ma ciò non basta. 

La democrazia possiede anche un lato mistico. Vive di una convinzione collettiva, indimostrata e indimostrabile, che ha costantemente bisogno di un atto di fede. L’idea che le decisioni veramente importanti non possano essere affidate ad un ristretto numero di uomini, ma debba essere invece la maggioranza a prenderle. Un’ordalia sociale. Forse assai di più la convinzione che nella massa che giudica non parlino più le singole teste, ma un corpo mistico. E lì, in quel corpo, in quel popolo, sono compresi tutti, a prescindere dalle loro convinzioni, a prescindere dalla loro condizione. E torniamo così dove siamo partiti.

La democrazia vive di questo sottile equilibrio di reciproca deferenza. L’autorità, la gerarchia, le istituzioni, il processo elettorale sono l’ampia sovrastruttura che si regge su questo traballante filo, che prova a cucire insieme una società parcellizzata. E se quel filo non tenesse più?

I tristi episodi dell’Epifania a Washington vanno letti ben oltre le intemperanze di qualche leader e le piccole contingenze del momento. La società americana ha sempre vissuto di solchi profondi e di incolmabili contrasti, che però, in questo particolare momento della sua storia, non sembra più capace di assorbire e contenere. Wasp e Minoranze, Carbone e Auto elettriche, Oceani e Praterie, Texas e California: è l’uomo che subisce la storia prima della geografia. 

La reciproca e continua delegittimazione di queste due Americhe, ostili e lontane, ha divorato e straziato il dibattito pubblico. La scientifica e violenta delegittimazione mediatica, culturale e politica a cui è stato sottoposto Trump (basti guardare al tentativo dei democratici di mettere in dubbio il voto del 2016 con il cosiddetto Russiagate) ha finito per travolgere anche le istanze reali che egli aveva più o meno efficacemente rappresentato. E la reazione non è stata migliore, vista l’ossessiva offensiva del Presidente sul tema delle elezioni truccate, che ha portato poi ai fatti di questo inizio gennaio. Qualcuno ha a ragione sottolineato come alla mostruosità della cancel culture si sia finita per opporre l’altrettanto mostruosa affermazione dei balordi teorici del complotto. Due opposti e speculari orrori.

Le nostre società stanno scivolando lungo un pericoloso crinale, forse meglio precipitando. Ormai la linea di demarcazione non è più verticale, ma si sviluppa in cerchi concentrici. Dentro le istanze del progresso e fuori gli altri, gli uomini dimenticati. Esclusione e riappropriazione. E il dolore è reale, l’afflizione di chi guarda la sua casa e si sente un estraneo. Questo sentimento vale più dei teppisti in costume. La democrazia crolla quando si diviene incapaci di riconosce l’altro, quando non se ne percepiscono i bisogni o peggio li si ignora per ideologia o per ribrezzo, quando alla mistica della maggioranza si sostituisce il mito della minoranza. 

Si potrà tornare indietro? Fuori tutti gli sciamani dal tempio.