La Brexit è fatta

di Alessandro Guidi Batori
1 Febbraio 2020

23 giugno 2016, con un sorprendente 51,89% dei voti il Regno Unito decide di lasciare l’Unione europea. Nei salotti televisivi l’intellighenzia si disperava, senza comprendere, oggi come allora, realmente le ragioni che hanno portato il popolo di Sua Maestà ad andarsene dall’Unione. 

David Cameron, perso il referendum, rassegnò le dimissioni (in UK sono fatti così), lasciando il posto a Theresa May, secondo Primo Ministro donna del Regno Unito, conservatore. Nessuno si aspettava un risultato del genere, neanche Boris Johnson, o Nigel Farage, tra i più forti sostenitori del Leave, eppure.

Nel mentre, Theresa May, una remainer, si schiariva la gola con: «Brexit means Brexit», ignara del fatto che la più grande difficoltà consisteva non nella Brexit in sé, ma nel fatto che chiunque, nel Parlamento britannico, avesse una sua idea di Brexit, e che era il momento di passare dal mondo della politics a quello della policy

Negli ultimi tre anni e mezzo, il mondo politico britannico si è speso a passare migliaia di ore per decidere quale fosse la via maestra da seguire, con vari “spargimenti di sangue” che hanno portato poi alle dimissioni di Theresa May ed al ritorno di Boris Johnson sulla scena, come tutti noi sappiamo bene. 

Nel mentre in Italia, come in altri Paesi europei, il dibattito non si è mai concentrato sulle vere ragioni del Leave, ma piuttosto sulla necessità di controllare la democrazia, razionalizzare i suffragi, creare patentini di voto.

In generale non è mai stata percepita la necessità di pensare che forse, se sono usciti, una ragione ci sarà, perché grazie alle indagini demoscopiche la colpa è ricaduta sugli “anziani” e sugli “ignoranti” che hanno votato per uscire a scapito dei giovani che volevano rimanere nell’UE. Salvo ovviamente il fatto che gran parte dei giovani non hanno votato, quindi cuique suum

In tutto questo, le interlocuzioni tra la May e Donald Tusk, l’allora Presidente del Consiglio Europeo, rendevano evidente che nessuno aveva la più pallida idea di cosa fare. Strategico anche il tema del confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, unica vera frontiera fisica tra il Regno di Sua Maestà e l’Unione.

Le due parti hanno cercato compromessi, facili soluzioni, che poi facili non sono, qualcosa da riportare a casa: Theresa May a Londra, per dire che la Brexit si può fare e il Regno ci guadagnerà; Tusk a Bruxelles, per dire che l’UE è veramente forte e coesa e che va tutto bene. 

Tuttavia gli inglesi non sono proprio stupidi, e la politica ce l’hanno nel sangue. Cominciò così due dimissioni dal May Cabinet: David Davis, Segretario per la Brexit e Boris Johnson, allora Ministro degli Esteri. Uscito dall’esecutivo, Boris ha affilato la penna e la lingua e cominciato la sua lunga scalata al potere.

Laureato in lettere classiche a Oxford, ha portato lo studio del latino a Londra, amante della storia romana, considerato da alcuni esponenti della sinistra italiana come portavoce della “destra ignorante”. La stessa destra di Churchill, Thatcher e Cameron.

Così ha inizio lo scontro tra Boris e Theresa, ben consci entrambi che in politica i conti vanno fatti, e la May i numeri per un Governo stabile non li aveva. Il 24 maggio 2019, dopo numerosi voti in Aula, la situazione era da punto e da capo. Niente hard Brexit, niente soft Brexit, niente di niente. Whitehall era balcanizzata, e la May sconfitta. A luglio, Boris è riuscito a vincere con numeri bulgari la corsa alla leadership dei Tories, diventando il nuovo Primo Ministro del Regno Unito, con un mantra molto semplice: «Deliver Brexit.» 

Minacciando il no deal fino alla fine è riuscito a guadagnare il tempo necessario da parte dell’UE per risolvere il tema del confine irlandese. A ottobre, dopo un incontro con il Primo Ministro irlandese Varadkar, viene trovato un compromesso sul confine irlandese, che avrebbe permesso all’Irlanda del Nord di restare nel mercato comune dei beni.

Il Parlamento non approva la Brexit? Che si voti un altro Parlamento, elezioni anticipate. Il 12 dicembre Boris Johnson trionfa in una storica vittoria, come mai dai tempi di Maggie, devastando il Labour di Jeremy Corbyn, che paga la scelta di non aver preso posizione sul tema della Brexit ed un programma economico un po’ troppo vintage.

Ottenuta la maggioranza assoluta, c’è voluto poco per BoJo, una legge dopo l’altra, con la firma di Sua Maestà, per impostare una data di uscita dall’Unione: il 1° febbraio 2020.

Il Regno Unito entrò per un mercato comune, per lavorare, vendere e piazzare prodotti, per approfittare di un’economia forte e comune, rinforzata dalle diversità, non per un’unione politica, con inni, bandiere e presidenti, problema che ancora ad oggi manca al centro del dibattito sull’Unione europea, ravvivato dalle note di Auld Lang Syne nell’Aula di Strasburgo.