Il punto di vista ungherese sui “pieni poteri” a Viktor Orbán

di Redazione
1 Aprile 2020

Lo stato di emergenza da poche ore proclamato in Ungheria sta a significare che il governo può governare con decreti fino alla fine della pandemia (forse a giugno, ma agosto è lo scenario più verosimile), e può sospendere altre leggi per procedere in questa direzione. Su richiesta dell’opposizione è stato aggiunto alla normativa che qualsiasi intervento straordinario ed emergenziale potrà essere emanato solo in relazione alla pandemia. Fino alla fine dello stato di emergenza non ci potranno essere elezioni (che non sarebbero comunque in programma prima del 2022). Tra le varie introduzioni è previsto anche che le persone che violano per esempio le restrizioni di quarantena (perché per esempio sono affette da coronavirus) possono essere punite più severamente.

Quindi lo stato di emergenza non significa che il governo possa cambiare tutto con decreti, perché devono essere collegati solo ed esclusivamente al contrasto alla pandemia. Anche il Parlamento può porre fine allo stato di emergenza in qualsiasi momento. Il governo ritiene i provvedimenti importanti in chiave procedurale, perché altrimenti ogni passo speciale (per esempio la chiusura del confine) dovrebbe essere rinnovato ogni volta dopo due settimane. Inoltre, se molti membri del parlamento vengono colpiti dal virus, si può comunque legiferare (a questo proposito, la maggioranza dei due terzi del governo viene eliminata se anche un solo membro dei loro rappresentanti cade…).

È chiaro che le misure necessarie potrebbero essere adottate anche senza questo stato di emergenza, ma vista la situazione è molto più facile governare in questo modo.

In ogni caso, la Costituzione ungherese prevede sei tipi di stato di emergenza, quello identificato e votato è molto meno severo rispetto agli altri previsti.

Quindi lo stato di emergenza non equivale a sospendere la costituzione, è al contrario pienamente costituzionale, e decreti lanciati in stato di emergenza possono essere contrastati dalla Corte Costituzionale (la stessa che molti sostengono essere “amica di Orbán” ma che in realtà ha respinto moltissime leggi durante i dieci anni dell'”era Orbán”).

A proposito del contrasto alle fake news connesse al coronavirus, esiste già una legge contro la diffusione di voci che possono scatenare panico (“rémhír” in ungherese non è solo una voce, è di fatto invece una “notizia spaventosa”), ma quella attuale è stata inasprita: se si diffondono voci simili si può andare in prigione fino a 5 anni invece del precedente massimo di 3.
Il suo utilizzo è tuttavia molto limitato, poiché deve trattarsi di una notizia totalmente inventata (quindi le critiche non contano), e deve essere diffusa consapevolmente verso una massa considerevole di persone. Inoltre, la notizia dovrebbe impedire di contrastare efficacemente la difesa contro la pandemia. Quindi, se si diffondono voci su qualcosa di totalmente diverso, non legato alla pandemia, o si diffondono notizie relative alla pandemia ma incapaci di bloccare i meccanismi di difesa, non si rientra nella categoria delle punizioni di cui sopra.

Si tratta più che altro di un passo di tipo pedagogico, e realisticamente sarebbe di difficilissima attuazione.

Naturalmente sarebbe lecito sostenere che “il diavolo stia nei dettagli”, e che il governo possa comunque provare ad usarla contro chiunque qualora dovesse riuscire a far rientrare dei casi specifici in questa categoria, ma resta una eventualità altamente improbabile, in primo luogo perché il governo cerca con molta attenzione di evitare tali situazioni a causa della sua “fama” internazionale, in secondo luogo perché nel caso si venisse citati in giudizio, sarebbe il giudice a decidere, che di norma in Ungheria tende ad emettere sentenze in difesa dei media.

È impossibile non possa essere usato contro i media mainstream (di destra o di sinistra), che diffondono le notizie dopo un attento controllo dei fatti. Si tratta più di un avvertimento nei confronti di chi diffonde voci sui new media o su internet (e a livello teorico, siccome non è necessario che gli interlocutori siano “fisicamente” presenti, sarebbero perseguibili anche dei post sui social network, purché questi ricadano in tutte le altre eventualità menzionate. Si tratta comunque di una misura preventiva che difficilmente sarà applicata nella realtà).

Sebbene vista dall’esterno questa proclamazione dello stato d’emergenza possa apparire spaventosa, in Ungheria la fiducia nel governo non è stata intaccata affatto, segno evidente che ai cittadini questo indirizzo piaccia, vista la minaccia contro cui stanno combattendo. E anche se la remota possibilità di abusi ci sarebbe, è importante considerare anche che Orbán e Fidesz hanno le carte in regola per vincere le elezioni del 2022 (specie se dovessero riuscire a risollevare l’economia) senza dover cadere nella trappola di ricorrere alla costruzione di una “dittatura”.

Si tratta dunque di un modo per mostrare al popolo di saper “governare in modo efficace”, cosa che per l’elettorato ungherese è molto importante. Rispetto al mondo anglosassone l’Ungheria è molto più statalista, e le persone apprezzano la presenza diretta dello Stato. Al contrario, storicamente gli elettori puniscono quei governi e partiti che si mostrano troppo permissivi e “abbandonano” il popolo (il destino a cui sono andati incontro i partiti “neoliberali”).
Aiutare significa “proteggere” in primo luogo, quindi non necessariamente tramite elargizioni di denaro, perché se il denaro viene distribuito senza considerazioni meritocratiche, il popolo ne chiederà conto al governo. Ecco perché l’amministrazione Orbán si concentra su aiuti e sostegni mirati, ma non elargiti a pioggia e soprattutto non infiniti.

Quindi il governo non vuole solo governare e gestire la situazione in modo efficace, ma vuole anche comunicare esternamente di saper gestire la situazione in modo efficace: l’esperienza di Orbán e Fidesz è caratterizzata dalla chiarezza comunicativa, e quando i cittadini percepiscono l’operato di un governo tenderanno a rivotarlo (questa è la conclusione che Orbán ha tratto dalle elezioni del 2002, quando perse nonostante quattro anni di ottima amministrazione ma zero sforzi comunicativi). Quindi dichiarare e votare lo stato di emergenza può essere in parte considerato anche un passo in chiave comunicativa. Anche perché, in caso contrario, qualora le cose non dovessero andare come tutti speriamo l’opinione pubblica avrebbe potuto accusare il governo di non aver fatto abbastanza e non aver adottato tutte le misure possibili.

Alla fine dell’ultimo dibattito in parlamento Orbán ha detto chiaramente: “Restituiremo ogni autorità al parlamento dopo la fine della pandemia, così l’opposizione avrà la possibilità di chiedere scusa”. Vedremo.

Szilvay Gergely