Il dolore delle donne afghane

di Maria Alessandra Varone
31 Dicembre 2022

Il rispetto per la diversità è fondamentale, ma fin dove può arrivare? Non è la prima volta che giungono notizie raccapriccianti sulle inaccettabili condizioni delle donne in Afghanistan sotto il regime talebano. Ma, nonostante tutto, la terra afghana, splendore d’Oriente, è stata patria di diverse poetesse persiane. Prima tra queste Rabia Balkhi (856-926 d.C.) che, ai tempi dei Samanidi, come Saffo, onorò la poesia con genuino sentimento e tenero erotismo.

Come la celebre poetessa di Lesbo, ebbe una sorte tragica: per essersi innamorata di uno schiavo, morì assassinata dal fratello, la quale la ferì mortalmente con un rasoio per impedirle di incontrare l’amato. Con il sangue che le sgorgava dalle vene, Rabia scrisse sulle pareti i suoi ultimi versi: “L’amore è un oceano talmente sconfinato. Che nessuno vi nuota senza esserne ingoiato”. 

Meena Keshwar Kamal (1956-1987), fondatrice della RAWA (Associazione rivoluzionaria delle donne dell’Afghanistan), combatté contro l’invasione russa e contro quella talebana; quest’ultima, la portò a fondare nel 1981 la rivista Payam-e-Zan (tradotto: Il messaggio delle donne), che reclamava i diritti fondamentali delle donne di contro ai precetti del fondamentalismo islamico.

Dopo anni di attività in difesa delle donne, anche con l’aiuto di suo marito, membro dell’Organizzazione per la Liberazione dell’Afghanistan, Meena fu assassinata. In vita, soleva dire che le donne afghane erano come leoni addormentati, che, una volta svegliati, avrebbero potuto portare ad uno straordinario cambiamento sociale. Lei lo fu, come si legge dai primi ed ultimi versi della sua poesia più famosa, Mai più tornerò sui miei passi, creando un effetto ad anello: “Sono una donna che si è destata/ Mi sono alzata e sono diventata una tempesta/ che soffia sulle ceneri. […] Oh compatriota, oh fratello, non sono ciò che ero/ sono una donna che si è destata/ Ho trovato la mia vita e più non tornerò indietro”. Nadia Anjuman (1980-2005) frequentò il Golden Needle Sewing School, un circolo segreto organizzato da giovani donne e da Muhammad Ali Rahyab, professore dell’Università di Herat; esso veniva spacciato per corso di cucito, in realtà si parlava di letteratura.

Qualora i partecipanti fossero stati scoperti, la pena era la morte. Quando, nel 2001, fu posta fine al regime dei talebani, Nadia conseguì la laurea in letteratura e si dedicò alla poesia. Fu assassinata dal marito. Una delle sue poesie più famose è Il diritto di gridare, della raccolta Yek sàbad délhoreh(tradotto: Un’abbondanza di preoccupazioni): “un giorno/ libera da umiliazioni ed ebbra di canti,/ non sono il fragile pioppo che trema nell’aria/ sono una figlia afgana/ con il diritto di urlare”. Questi sono solo tre esempi di un numero infinito di donne, poetesse anonime e rivoluzionarie.

Quanto sangue di donna inonda quelle terre d’Oriente, non ultimo quello di Masooumeh, la quattordicenne iraniana uccisa a Teheran dopo essersi tolta l’hijab a scuola in segno di protesta. Questo ordine di eventi impone la stessa domanda posta all’inizio: fin dove può arrivare il rispetto della diversità? Non fino a questo punto. L’Islam, è noto, ha un problema fondamentale che l’Occidente ha superato: la divisione tra potere temporale e spirituale. Ad oggi, le scuole di diritto dibattono su quanto la legge possa allontanarsi dal dettame coranico, dalla sunna. Sia le quattro scuole, HanafiMalikiShafi’i,Hanbali; che letre sette sciite, ZayditiSettimani e Duodecimani. In entrambi i casi, i massimi studiosi della materia sostengono che l’impianto sia il medesimo: tradizionalismo e rigetto del mondo moderno. Tuttavia, questo dai talebani viene non semplicemente applicato, ma esasperato. Il loro ultimo prodotto è l’estromissione delle donne dall’università e il divieto, per loro, di accedervi.

Può essere considerata diversità la deliberata imposizione violenta sull’autodeterminazione del singolo? Una donna che sceglie di essere tradizionalista è un conto, una donna a cui è imposto, un altro. Questa battaglia non è solo delle donne, ma anche degli uomini e di ciò che vogliono essere, come vogliono definirsi. Che diritto ha un essere umano su un altro essere umano? Lo ricorda spesse volte Dostoevskij: nessuno; è per questo che la posizione dell’Italia non può che essere quella di una ferma indignazione senza ma né però.