Il caos cileno e l’impresentabile Boric

di Pasquale Ferraro
21 Dicembre 2021

Il ballottaggio delle elezioni presidenziali cilene ha purtroppo consegnato il risultato peggiore che ci si potesse attendere, fatta eccezione per le baldanze della sinistra italiana che generalmente si consola festeggiando le vittorie altrui, con l’elezione di Boric il candidato dell’ultra sinistra radicale, rivoluzionaria e con tendenze terroristiche, il Cile si avvia verso una transizione molto pericolosa e piena di incertezze. 

Non solo perché il nuovo Presidente ha formalmente posizioni assolutamente inconciliabili con l’assetto politico costituzionale sorto con la transizione dalla dittatura alla democrazia, ma anche perché il Cile si trova in una delicatissima fase di riscrittura costituzionale dopo le rivolte che hanno portato il paese allo stremo, con un Assemblea Costituente fra il pittoresco e il grottesco costellata da personaggi ripugnanti più adatti al circo che alla politica come il famigerato “Pikachu “ diventato il simbolo di questa stagione di degrado politico. 

Sullo sfondo rimane il contropotere più forte e rappresentativo del Cile, le forze armate, che guardano con poca simpatia l’Assemblea Costituente e i rischi che la nuova carta potrebbe apportare ad una Repubblica che può essere definita un’eccezione nell’America latina, uno stato economicamente florido, grazie alle riforme liberiste apportate dai c.d. “Chicago Boys” durante il regime di Pinochet. Ma anche e sopratutto per le pesanti accuse, e le minacce di ridimensionamento che Boric ha indirizzato durante la campagna elettorale per galvanizzare le masse anarchiche che ha unito sotto la sua insegna. 

La radicalizzazione della politica Cilena è preoccupante, la scomparsa dei partiti democratici e “moderati” del dopo Pinochet, si è ormai cristallizzata in un clima da “guerra civile fredda” che non promette nulla di buono, sopratutto se nei prossimi mesi quelli che precedono l’arrivo di Boric alla Moneda questi non chiarirà le sue intenzioni politiche. Il suo programma per molti spetti più radicale di quello del fu Salvator Allende preoccupa quella parte di Cileni che ha scelto il candidato della destra estrema Kast, e anche quel ceto produttivo, imprenditoriale e finanziario cresciuto negli anni della riscossa economica del dopo golpe. Un mondo che guarda all’esercito come garante della salvezza nazionale, un esercito che non gradisce Boric e sopratutto che conosce bene l’ostilità che le forze raccolte intorno al nuovo Presidente preannunciano nei confronti di forze armate e polizia visti come nostalgici e sostenitori dell’ex Presidente e dittatore Augusto Pinochet Ugarte. 

Le forze che hanno scelto Kant già si muovono al grido di “ faremo la fine del Venezuela” che in un paese come il Cile non sono allarmi da prendere alla leggere. I prossimi mesi saranno decisivi per capire quanto il Cile verrà condotto dall’ottuso Boric sull’orlo del baratro. Di certo la strada tracciata ricorda echi del passato che non promettono certo nulla di buono, per Boric almeno.