Gli spettri dei Balcani

di Daniele Dell'Orco
19 Novembre 2021

Ma che sorpresa l’arresto di una ragazza italo-kosovara di appena 19 anni che nella cosmopolita Milano reclutava giovani spose per lo Stato Islamico, giusto?

Sbagliato.

Bleona Tafallari è una. Di molte. Perché purtroppo solo chi si è sempre ostinato a non voler vedere la realtà non può avere idea dei livelli di radicalismo che si possono raggiungere a due passi da casa nostra: nei Balcani.

Bosnia, Kosovo, persino alcuni villaggi di Serbia e Montenegro compresi nel cosiddetto Sangiaccato sono stati, negli anni ruggenti di Daesh, basi di reclutamenti tanto di foreign fighters quanto di “cani sciolti” da spargere in giro per l’Europa a commettere attentati. Ma è almeno dal 2000 che il radicalismo islamico è ben presente in molti punti della Penisola. 

Nella foto c’è uno di questi villaggi, Gornja Maoca, nel nord est della Bosnia. E quella che campeggia è una bandiera dell’Isis, in un micro agglomerato urbano compreso peraltro nella Republika Srpska, l’entità interna alla Bosnia a maggioranza serba (quindi cristiano-ortodossa). 

Ma si potrebbero fare altri mille esempi. 

Per le strade di città come Novi Pazar (Serbia) sembra davvero di essere in Afghanistan. O nella stessa Sarajevo (Bosnia), dove le donne passeggiano in niqab, con fierezza, perché non v’è imposizione da parte dei mariti come vulgata provinciale vorrebbe, ma perché è la loro volontà, per “vivere meglio la propria fede”. Anzi. La società civile bosniaca (musulmana) non vede di buon occhio il salafismo, e spesso le donne in niqab vengono perseguitate, o penalizzate dalle leggi.

Ma tutto ciò non fa che confermare la loro fede incrollabile.

Figlia, quasi certamente (o almeno in parte), delle biglie impazzite scaturite dalla dissoluzione della brigata El Mudžahid, i circa 2mila soldati volontari afgani e pakistani che arrivarono nei primi anni 2000 per combattere la guerra contro la Serbia. Erano tutti mujaheddin. Alcuni tornarono a casa. Altri rimasero e crearono delle comunità wahhabite come a Bočinja, un villaggio della Bosnia centrale in cui per diverso tempo, fino agli Accordi di Dayton, vigeva la sharia. Poi, quando tornarono i serbi, si sparsero un po’ ovunque (insieme al loro bagaglio di fondamentalismo).

E il Kosovo? Lo stesso Kosovo di Bleona Tafallari e di suo marito, legato alla cerchia dell’attentatore di Vienna Kujtim Fejzulai (austro-macedone, ma anche la Macedonia è ricca di kosovari della diaspora post-bellica). In Kosovo ci sono più di 800 moschee, oltre 200 sono state costruite dopo la fine della guerra e sono più volte finite sotto i riflettori per la presenza di imam wahhabiti, che hanno terreno fertile nel proselitismo, perché nel Kosovo “liberato” dall’Occidente lo stipendio medio è di 200 euro, i passaporti sono un lusso, e i giovani vivono una vita da incubo. Alcuni dei “Leoni del Kosovo”, una costola dell’Isis, si saranno certamente formati così.

Un paradosso nel paradosso, se è vero che il radicalismo che serpeggia in Kosovo lo fa all’ombra delle bandiere americane che campeggiano ovunque a Pristina, e della statua di Bill Clinton (e in un’altra città, Urosevac, è già in costruzione una statua per Joe Biden) eretta nella Capitale come simbolo della gratitudine verso l’Occidente.

I Balcani sono una costellazione. Fatta di nazionalismo, di irredentismo, di rivendicazioni, di appartenenze religiose e, anche se per fortuna solo in piccola parte, di integralismo islamico. Che com’è noto, germoglia nella povertà, nella disperazione, nella paura dell’avvenire. Tutti fenomeni che anche l’Occidente ha contribuito a produrre e che armano i soldati di Daesh.E che, di tanto in tanto, come spettri da sotto al letto, tornano a ricordarcelo comparendo all’improvviso nelle nostre città.