Elezioni in Russia: Quando l’immaginazione nega la storia

di Redazione
22 Settembre 2021

di Giulia Lipari

Se c’è una cosa che le elezioni presidenziali russe hanno dimostrato, come se ce ne fosse stato ancora una volta bisogno, è che in Italia esperti o giornalisti capaci di un’analisi, o almeno un resoconto, degni di questo nome, praticamente non ce ne sono. Almeno, non per quanto concerne la Russia e la sua politica interna.

È stato abbastanza esilarante infatti, per chi invece segue invece la politica interna russa con attenzione, vedere diversi giornalisti italiani svegliarsi una mattina e scoprire magicamente che in Russia il primo partito di opposizione è quello comunista. Ben alzati. Faccio umilmente notare che è così da solamente una trentina d’anni. 

Ma cosa volete che siano i trent’anni di opposizione politica di Gennadij A. Zjiuganov, agli occhi dei nostri giornalisti, di fronte al “vero” leader dell’opposizione, il blogger di origini ucraine Alexseij Naval’nij. 

E già, perché basta fare una veloce ricerca su internet per ritrovare tutti gli articoli della stampa nostrana in cui veniva raccontato che il vero  e unico oppositore di Putin fosse proprio Naval’nij. Peraltro, quando qualcuno provava sommessamente a ricordare che in realtà i numeri concreti per poter parlare di opposizione a Putin li aveva proprio il partito comunista, essendo Naval’nij più famoso all’estero che non in patria, prontamente gli analisti ed esperti improvvisati rispondevano che il partito comunista russo non era altro che parte di una finta e pilotata opposizione,saldamente controllata da Putin. Anche qui, queste lucide analisi sull’opposizione russa sono facilmente reperibili con una veloce ricerca su internet. 

Tutto molto bello e interessante, peccato soltanto che ora proprio il vero e unico oppositore di Putin riconosciuto in Occidente abbiachiesto espressamente ai suoi di votare  il Partito Comunista di Zjuganov, da trent’anni nella Duma a fare opposizione farlocca, tramite il cosiddetto “voto intelligente”. 

È divertente notare peraltro come si sia accuratamente sorvolato sul sottolineare come Naval’nij abbia praticamente finito così di coprire tutto l’arco politico russo: siamo passati così dal vederlo  sfilare varie volte alla Russian March nei primi anni 2000 frabandiere naziste, rune e insegne zariste (cioè anticomuniste); per poi vederlo brevemente nelle fila del partito liberale Yabloko, da cui è stato buttato fuori proprio per le sue uscite razziste, non a caso infatti proprio su La Stampa nel lontano 2012, Naval’nijveniva definito “blogger xenofobo”(ma in redazione devono avere la memoria corta, per cui come per magia recentemente hanno trasformato Naval’nij  in un più simpatico e spendibile  “Mandela russo”); per ammirarlo oggi mentre invita, da liberale, a  votare comunista. Alla faccia del trasformismo. 

Quindi il merito del 19% del partito comunista in queste presidenziale russe sarebbe, secondo i nostri capaci analisti (abilissimi soprattutto nel tradurre le analisi dei colleghi angloamericani, più che nel produrne di proprie), tutto merito di Naval’nij e del suo “voto intelligente”. Che poi, a dirla tutta, questo “smart vote” non sarebbe altro che il più volgare e banale “bandwagoning”, ovvero il caro e vecchio “effetto carrozzone”.

Non esattamente il voto di protesta descritto dai nostri media.  Naval’nij, sulla base di exit poll e sondaggi precedenti le elezioni, si è semplicemente limitato, come aveva già fatto per le amministrative di Mosca nel 2019, a indicare i partiti dell’opposizione che risultavano già favoriti. Si è limitato cioè a salire sul carro del vincitore (per il secondo posto). Ed effettivamente, che il partito comunista potesse arrivare a queste percentuali non era un segreto, o almeno non lo era per chi ricordava i recenti sondaggi del Levada Center (considerato dal governo russo un agente straniero) dove, col passare degli anni, si è rilevato un aumento costante nella popolazione russa di una certa nostalgia per il proprio passato comunista, arrivando al 2019 con un 75% degli intervistati dichiaratisi nostalgici dell’Urss. 

Peraltro, il partito comunista ha sempre viaggiato su queste percentuali ogni volta che ha presentato Zijuganov come Presidente (17% nelle presidenziali del 2008, 17% in quelle del 2012), scendendo drasticamente soltanto quando venivano presentati candidati nuovi e meno carismatici come Charitonovnel 2004 (13,6%) e Grudinin nel 2018 (11.7%).

Più che dare retta a Naval’nij, la popolazione russa sembrerebbe, molto più semplicemente,  sempre più nostalgica del propriopassato sovietico, perché anche ammettendo che il boom del partito comunista sia tutto merito di Navalny, la matematica non è un’ opinione: se con Zjiuganov il partito comunista alle presidenziali prendeva il 17%, stavolta ha preso il 19%. Ergo, Navalny, il “leader dell’opposizione” ha spostato il 2% di voti.