Come perdere la nomination per un pugno di dollari

di Alessandro Guidi Batori
10 Marzo 2020

Il Super Tuesday è, come noto, l’appuntamento elettorale più importante per decidere la nomination a candidato Presidente degli Stati Uniti d’America. Per Mike Bloomberg significava l’all-in, per Pete Buttigieg l’amore per la causa. 

Sapersi tirare fuori è sempre la cosa più complicata, la battuta d’uscita è la più difficile da pronunciare, eppure Buttigieg, ma anche Klobuchar, complice forse la longa manus del mondo Obama/Clinton, si sono ritirati giusto in tempo, endorsando Joe Biden e mostrando come sia intento della moderate lane Democratica fare le scarpe al Socialista del Vermont già con il Super Tuesday.

Joe Biden, come scritto anche in questa, ma anche altre sedi, passa da potenziale underdog all’autore di una delle mosse elettorali più spregiudicate ed azzeccate in una primaria democratica. 

Il sud infatti si è schierato con Joe, popolare soprattutto in aree pro-Trump, mentre rischia di sbancare Sanders, che invece è stato arginato da questo blitzkrieg moderato, costretto ad un risultato mediocre dalla convivenza con Elizabeth Warren, in quota liberal, che impedisce a Bernie di capitalizzare contro i moderati Dem. 

Grande fail anche la campagna di Mike Bloomberg, in cui MiniMike con un copioso investimento di quasi mezzo miliardo è finito col vincere le Samoa (la cui capitale è PagoPago, ironia della sorte). Così anche MiniMike molla la corsa per appoggiare Biden, e rinforzare ulteriormente il fronte anti-Bernie.

Siamo reduci da un Super Tuesday che ci consegna un Partito Democratico spaccato in due per quanto riguarda la nomination presidenziale. Da un lato è chiaro chi sia il candidato dell’establishment Dem, Biden. Dall’altro c’è Sanders, convinto di essere l’unico capace di poter sconfiggere Donald Trump, apprezzato da giovani studenti di belle speranze di tutti gli USA, forte di un trionfo elettorale in California, ma non abbastanza da affermarsi unanimemente.

È poi notizia recente che Elizabeth Warren, compiuta la sua missione di sottrarre voti decisivi a Sanders contro Biden, abbia deciso di ritirarsi, senza ancora alcun endorsement diretto. Chissà cosa sceglierà la Pocahontas dell’Oklahoma. Consiglio non richiesto: fate pace col cervello. Mesi di campagna presidenziale in continuo litigio interno non portano bene, soprattutto quando TheDonald si è dimostrato un osso più duro del previsto.

In tutto questo menzione d’onore a due contendenti: Pete Buttigieg, che ha compreso che il suo momento può ancora venire, ed ha preferito mantenere il favore del partito e MiniMike, il 12esimo uomo più ricco del mondo, che pensava di battere Biden in Virginia con 18 milioni di dollari in campagna elettorale (contro i 360mila del team Joe), lesso learned: i soldi e l’arroganza in politica non sono sufficienti a sfondare. 

In ogni caso fa sorridere il dato anagrafico, l’età dei contendenti, tutti settantenni: Sanders, classe 1941, Biden e Bloomberg (ormai nelle retrovie), classe 1942, Warren (anche lei fuori gioco) e Trump, classe 1946. E tra i due contendenti in campo rimasti, Biden e Sanders, possiamo sicuramente dire che ai “giovani” americani, piace una politica anziana e brizzolata, forse troppo. Basterà a sconfiggere Trump? È opinione di chi scrive che no, non sarà sufficiente, ma la politica è la scienza del possibile, per cui nulla è escluso.

Inutile nascondersi dietro un dito, l’America di Trump è un’America dove economia e posti di lavoro crescono col segno positivo, e solo la recente emergenza da COVID-19 sembra rimescolare le carte in gioco, ma si sa, l’America profonda non compare sui giornali, non va in televisione e non viene invitata nei talk show.

Il prossimo appuntamento elettorale è martedì in Missouri, dove la posta in palio sono 78 delegati, il ritiro di Elizabeth Warren riuscirà ad avvantaggiare il Senatore del Vermont? Conoscendo il mondo della Democratic National Convention (o DNC) possiamo aspettarci semplicemente di tutto.