Siamo certi che il binomio Putin-Trump sarebbe il male del mondo?

di Daniele Dell'Orco
28 Ottobre 2016

Si tolga per un attimo di mezzo la logica del “male minore” in riferimento all’elezione americana dell’8 novembre. Donald Trump e Hillary Clinton sono infatti due scontate degenerazioni della democrazia a stelle e strisce. Un esasperato egocentrismo contro una esasperata rappresentanza. Trump risponde, e risponderebbe se diventasse presidente, solo a se stesso, poiché la sua sarebbe una vittoria del self-made man e quindi di qualcuno che per raggiungere il successo, anche politico, ha sempre fatto tutto da solo. La Clinton ha sempre risposto a qualcun altro, un establishment che in nome del militarismo e della tecnofinanza ha allungato i tentacoli sulla Casa Bianca a prescindere da chi stesse seduto nello Studio Ovale.

L’endorsement di Putin a Trump in questo senso può essere letto come un facile appoggio a quello che sarebbe un interlocutore meno ostile, ma dietro la facciata c’è un chiaro desiderio dello zar di poter finalmente dare del “tu” a un dirimpettaio: “Donald Trump ha scelto il suo modo di bussare al cuore degli elettori. Certamente si sta comportando in maniera stravagante, lo vediamo tutti, ma non credo in maniera insensata: Trump rappresenta gli interessi delle persone semplici, che criticano coloro che da decenni sono al potere, gente a cui non piace il trasferimento del potere per eredità”, ha affermato il presidente russo al Forum Valdai a Sochi. “Trump e Putin hanno una storia d’amore”, ha invece scherzato Obama, un presidente mai padrone della propria scrivania.

L’idea che l’uomo più potente del mondo possa essere un cane sciolto intriga Putin, ma non solo. I vari Assad ed Erdogan non ne sarebbero meno lieti, specie considerando che Hillary, oltre ad essere marionetta dei poteri forti, ha anche un feticismo bombarolo che la rende perfetta per rappresentare le lobby militariste statunitensi. A spese degli equilibri geopolitici mondiali. “Se divento presidente l’Iran verrà spazzato via”, “Assad deve togliersi di mezzo”, “Non mi arrendo sulla Libia”, alcune frasi cult della mansueta ex first lady.

Con l’elezione della Clinton, oltre alla grande finanza internazionale, a vincere sarebbe anche ovviamente quel pericoloso pensiero presente in potenti think tank Usa che sono determinati a rovesciare a ogni costo Putin. Un presidente, che al contrario del fantoccio Boris Eltsin, rivendica l’autonomia del suo Paese. E quell’ingerenza dello zio Sam nella sfera di influenza ex sovietica con Trump di certo verrebbe smorzata. Putin gongolerebbe, potendosi confrontare con un rivale goliardico e strampalato, ma le ipocrisie di marca Usa forse finirebbero, per il bene di molti.

L’ambiguità, invece, è da sempre un marchio di fabbrica di Hillary. Basti pensare al documento numero 131801 di WikiLeaks del 30 dicembre 2009 riporta questa sua inquietante affermazione: “L’Arabia Saudita resta una base decisiva di supporto finanziario per Al-Qaeda, i talebani, Lashkar-e-Taiba e altri gruppi terroristici, compreso Hamas. I donatori dell’Arabia Saudita costituiscono la più significativa fonte di finanziamento per i gruppi del terrorismo sunnita nel mondo”. Parole che dimostrano la sua consapevolezza dei nefasti obiettivi sauditi. Obiettivi che però collimano perfettamente con la politica estera degli Usa in Medio Oriente che vedono in Israele e Arabia Saudita i migliori alleati che, insieme alle forze jihadiste, si contrappongono alla Russia e ai suoi alleati siriani e iraniani.

Secondo l’International Business Times in soli due anni (tra il 2010 e il 2012) l’allora segretario di stato Hillary Clinton acconsentì alla vendita record di ben 165 miliardi di dollari d’armi. Una somma senza precedenti, proprio per Paesi (in primis all’Arabia Saudita) che sono risultati generosi finanziatori della Clinton Foundation. E quello pericoloso sarebbe Trump…