Biden teme la batosta alle elezioni di midterm e accusa Trump

di Pasquale Ferraro
7 Gennaio 2022

Dal 2016 per noi italiani è molto più semplice entrare nelle dinamiche della politica americana, e non certo per merito dell’enorme quantità di serie tv e film  su Casa Bianca e lobby, ma grazie all’ingresso sulla scena politica di Donald Trump il Presidente mai accettato  dalla sinistra, odiato così tanto da annientare il dogma della presidenza, intoccabile nella mentalità dell’americano medio. Almeno cosi fu fino a quel 9 novembre 2016 che ha portato il Tycoon newyorkese alla Casa Bianca contro tutte le previsioni della vigili, strappando una vittoria considerata sicura ad Hillary Clinton e ai democratici che già prefiguravano un’occupazione perenne dello studio ovale. 

I democratici non hanno mai perdonato a Trump quella vittoria, una musica che noi ben conosciamo, perché in fondo è quella che viviamo dal 1994. Anche all’ora i democratici nostrani – ex comunisti – pregustavano la tanto agognata conquista di Palazzo Chigi, ed anche allora un tycoon ( molto diverso) gli sbarrò la strada, costruendo un centrodestra di governo inedito e vincente. Sappiamo bene quanto quel rancore sinistro ha influenzato la storia degli ultimi trent’anni della nostra vita politica. Trump al contrario ha rinvigorito un partito repubblicano in crisi di identità e troppo scollegato dalla masse popolari dell’America profonda, dilaniate dalle politiche obamiane e dalla imperante globalizzazione, i cui effetti dirompenti si sono mostrati in tutta la loro irruenza dopo la crisi finanziaria del 2008. La presidenza Obama si è dimostrata agli occhi della storia un fallimento e l’unica cosa che rimane di memorabile dei due mandati sono gli slogan, le frasi e gli orti biologici della first lady. 

In mezzo un paese intero, dimenticato e rabbioso a cui Trump ha dato una voce, una voglia di rivalsa, che nessuno può capire se non prova a calarsi ne profondo della mentalità americana, dello spirito di un popolo che può essere rappresentato esclusivamente da quell’orso grizzly tanto amato dal Presidente Teddy Roosevelt, e che configura pienamente lo spirito americano. Quell’America del west e del middle west  che ha scommesso su Trump, su un Presidente che nel solco dell’ambizione ha  costruito il suo mito, plasmando una delle innumerevoli declinazioni del sogno americano. 

Gli eventi li conosciamo, la lunga guerra giudiziaria e politica, la persecuzione e la tagliola dell’impeachment che i democratici hanno utilizzato per tutti i quattro anni di presidenza Trump, tentando una riconquista della “Casa Bianca” che guardando i numeri dell’economia americana pre covid sembrava impossibile. La cura economica di Trump non solo ha rinvigorito il gigante americano, portando l’occupazione a livelli record, riportando a casa enormi capitali con l’American First, e sopratutto fermando l’ambientalismo fanatico alimentato dal mondo liberal. 

Poi venne il  BLM e il fanatismo liberal, le proteste razziali ampiamente e politicamente fomentate, il covid, gli errori di comunicazione, il voto via posta, qualche battuta di troppo e la grande offensiva mediatica, e quella sconfitta mal digerita da settantacinque milioni di americani che hanno  scelto per la seconda volta il tycoon, il Presidente della “legge e dell’ordine”. 

Il Trumpismo non è stato e non è un fenomeno passeggero come molti troppo ingenuamente hanno pensato, cosi come non è stato sepolto dai fatti di Capitol Hill, scalfito ma non sepolto. Quell’evento che “resterà segnato dall’infamia”  può essere definito come l’implosione violenta di una parte radicale dell’America esausta dopo due anni di violenze nel nome dell’antirazzismo, un America anch’essa violenta che non può essere identificata nel Partito Repubblicano, ne nell’amministrazione Trump. 

Trump ha sbagliato nel non condannare subito l’assalto? Si, doveva intervenire, prendere in mano la situazione e agire, uno sbaglio che ha pagato, un eccesso di Hybris di un uomo ferito. 

Ad un anno dal quegli eventi il Presidente Joe Biden ormai in declino  dopo dodici mesi di presidenza ha approfittato dell’anniversario di quegli eventi per attaccare pesantemente Donald Trump utilizzando parole durissime e imputando al proprio predecessore responsabilità penali. Una scelta quella di Biden dettata dal timore di una batosta elettorale alle elezioni di midterm che potrebbe azzoppare la presidenza con la perdita della maggioranza al congresso. Le elezioni nelle città e i rinnovi di molti seggi vacanti non hanno certo aumentato l’ottimismo nei democratici, che hanno perso anche la Virginia, storica roccaforte del partito dell’Asinello. Un segno che il repubblicani hanno aperto una breccia ad est. 

Invocando l’offensiva giudiziaria Biden cerca di distrarre l’opinione pubblica dai fallimenti della sua presidenza, in politica estera quanto in politica economica, e sul fronte della illegalità diffusa dopo due anni passati a fomentare le divisioni razziali per fini puramente elettorali. 

A preoccupare ulteriormente l’entourage del Presidente è un recentissimo sondaggi secondo cui il 51% degli americani rimpiange l’ex Presidente.  Dalla sua Trump prosegue la sua marcia verso le elezioni del 2024 al grido di “Save America”. 

Adesso Biden tenterà l’attacco giudiziario e rievocherà Capitol Hill da qui alla elezioni di mediotermine tentando di fermare l’emorragia che rischia di distruggere una presidenza che non ha mai spiccato il volo, e che dopo meno di un anno è già in picchiata per schiantarsi.