Altro che vita “normale”: il Giappone ora ha paura e Tokyo rischia il lockdown

di Daniele Dell'Orco
26 Marzo 2020

Quelle che sembravano delle semplici maldicenze si stanno fatalmente rivelando reali. Il Giappone, che fino a pochi giorni fa viveva l’incubo della pandemia mondiale da spettatore non pagante, scopre, all’indomani del rinvio ufficiale di un anno delle Olimpiadi di Tokyo 2020 che sarebbero dovute scattare a luglio, di essere vulnerabile. Sarebbe meglio dire che i giapponesi l’hanno sempre saputo. Ma il resto del mondo, incuriosito dal numero sorprendentemente basso di contagi nel sacro arcipelago (appena 1200 al momento della rilevazione, un’inezia se rapportata alla popolazione da 130 milioni di abitanti, alla vicinanza geografica con la Cina e allo straordinario interscambio di merci e uomini che da lungo tempo contraddistingue i due paesi), riteneva che il Giappone fosse già riuscito a sconfiggere il virus. Grazie a caratteristiche sociologiche come l’ordine e la disciplina, lo scarso contatto fisico o l’uso abituale di mascherine protettive, o addirittura grazie a miracolosi farmaci capaci di neutralizzare il Covid-19 (il famigerato Avigan). Sebbene alcune di queste componenti contribuiscano o abbiano contribuito a mitigare gli effetti della pandemia, il “go-slow” nipponico è sempre dipeso da ben altro. Ossia da una strategia di approccio al problema basata sulla maniacale razionalizzazione. 
Nel pratico si traduce da un lato in un certo senso di “sottostima” che ha contribuito a generare panico e senso d’abbandono tra i cittadini. Dall’altro in un’attesa gestita da politica e comunità scientifica nello sviluppo delle idonee capacità di analisi del problema, e quindi di contrasto. In tutto questo lasso di tempo, nella mente del Primo Ministro Abe Shinzo, si sarebbe potuto e dovuto escogitare un metodo efficace di contrasto al virus capace di limitare i danni e trarre in salvo le Olimpiadi. Constatata l’impossibilità pratica di disputare le Olimpiadi (con conseguenti ricadute sul PIL) la coltre di silenzio sta crollando.

Il governatore di Tokyo, Yuriko Koike, ha lanciato un appello ai cittadini affinché si astengano dall’uscire di casa questo fine settimana “per motivi non essenziali”, a causa delle preoccupazioni per il forte aumento del numero di infezioni da coronavirus nella capitale giapponese.
Il governo metropolitano ha confermato 41 casi nella giornata di mercoledì, più del doppio rispetto al precedente record giornaliero di 17 casi fatto registrare il giorno prima.
Tra le 47 prefetture del Giappone, è la prima volta che vengono segnalati più di 40 casi.
Finora poco più di 200 persone sono risultate positive nella città di Tokyo. Pochissime, in proporzione al numero di abitanti, ma abbastanza da spingere il governatore ad affermare che, nonostante le misure in corso per promuovere l’allontanamento sociale, come la chiusura delle scuole e la cancellazione di importanti eventi pubblici, Tokyo resta a “significativo rischio di epidemie” e che, laddove la forza delle restrizioni non dovesse rivelarsi sufficiente l’unica strada percorribile sarebbe quella di “imporre severe misure di isolamento per prevenire un’ulteriore diffusione”. Un lockdown, in pratica.

Secondo una stima del Ministero della Salute, del Lavoro e del Welfare, Tokyo potrebbe assistere ad un aumento di casi quasi triplo (almeno 530) entro l’8 aprile. 
Da considerare che il Giappone vive in questo momento dell’anno uno dei suoi momenti più significativi, quello della fioritura dei ciliegi, caratterizzato dall’afflusso di centinaia di migliaia di persone che trascorrono il tempo bivaccando sotto i sakura. L’invito di Yuriko Koike, in questo senso, suona come un campanello d’allarme ancor più forte, abbastanza da spingere i giapponesi a sacrificare almeno per ora uno dei riti a cui tengono di più.
Ma perché, come si chiedono in molti, tutte queste preoccupazioni a fronte di così pochi casi?
Perché nell’approccio strategico di cui si accennava poc’anzi rientra anche un utilizzo molto limitato dei test diagnostici anti-covid. In sostanza, in Giappone ci sono pochi casi perché si fanno pochi tamponi. Un approccio che ha suscitato frustrazione nell’opinione pubblica, soprattutto perché la vicina Corea del Sud ha attuato (con successo) la tattica diametralmente opposta.

Allora perché il Giappone ha scelto una strada diversa? Non perché manchino le sue capacità di test, anzi. Attualmente sta utilizzando solo un sesto della sua capacità di analisi dei casi sospetti. Anche se tecnicamente sarebbe possibile effettuare il test di reazione a catena della polimerasi (PCR) fino a 7.500 unità al giorno, il numero di test condotti è stato in media di 1.190 al giorno nell’ultimo mese, per un totale di 32.125, secondo i dati del Ministero della Salute.
E mentre i medici giapponesi hanno fattivamente effettuato più di 32.000 esami, solo 16.484 persone sono state sottoposte a test, il che sta a significare che molti siano stati sottoposti a più test.

Il limite ai tamponi dipende dal fatto che il Ministero della Salute abbia inizialmente scelto il test PCR non come “procedura medica”, ma come “indagine epidemiologica”. La diagnosi precoce è spesso indicata come la chiave per ottenere il miglior risultato per contrastare qualsiasi malattia.
Ma secondo gli esperti giapponesi questo approccio sarebbe valido solo in presenza di cure. Per le malattie che ne sono prive, come il Covid-19, la diagnosi precoce non porta necessariamente a un trattamento precoce. Il test da solo avrebbe meno valore, in termini strettamente medici, di quanto si possa pensare.

L’Istituto nazionale delle malattie infettive, che si è occupato dei test PCR, ha pubblicato una dichiarazione del capo Takaji Wakita sul suo sito web il 1° marzo, respingendo le accuse di “sottotestare” i malati al solo scopo di cercare di far apparire piccolo il numero di infezioni. Nella dichiarazione compare più volte il termine medico “indagine epidemiologica attiva”. Che significa sostanzialmente questo: quando scoppia una nuova malattia infettiva, viene condotta un’indagine epidemiologica per ottenere un quadro completo, comprese le sue caratteristiche e la sua diffusione.
L’indagine esamina la salute delle persone infette, di quelle che hanno avuto uno stretto contatto con loro e di quelle sospettate di essere infette.
Questo si differenzia dalla pratica medica di testare e trattare ogni paziente. L’attenzione si concentra sulla protezione della società nel suo complesso, anche attraverso l’esplorazione di misure di prevenzione delle infezioni.
Con l’attenzione alle indagini epidemiologiche, la risposta iniziale del NIID all’epidemia è stata quella di utilizzare le proprie procedure di test, con attrezzature di sua scelta, piuttosto che utilizzare i kit del gigante farmaceutico Roche.
L’NIID temeva che se le aziende del settore privato avessero iniziato a condurre test con i kit Roche, le differenze nella qualità dei test avrebbero reso difficile la raccolta di dati accurati indispensabili per la ricerca epidemiologica. Questa preoccupazione ha frenato gli sforzi per sottoporre a “screening” a tappeto le persone. In Giappone, i pazienti ricevono di solito una pletora di test quando non iniziano ad essere trattati per problemi di salute anche non gravi. E grazie all’assistenza sanitaria universale i test sono quasi tutti a carico dello stato. Pochi paesi al mondo conducono più test medici per paziente come il Giappone. Ma appunto, siccome per il Covid-19 non esiste una cura, i medici ritengono che le procedure debbano essere diverse.

Dopo che è emersa la notizia che la Corea del Sud (arcinemica del Giappone sia a livello politico che diplomatico) esegua migliaia di test PCR al giorno, l’opinione pubblica giapponese ha iniziato a sospettare che il governo volesse cercare di rendere la situazione meno grave. E forse un fondo di verità ci sarebbe. Ma sotto la crescente pressione generale il Ministero della salute ha cambiato approccio, inserendo anche i reagenti forniti da Roche (pur non testati clinicamente in Giappone) tra gli strumenti idonei ad essere coperti dal programma di assicurazione sanitaria il 6 marzo.
Con la decisione di includere i test di Roche nel programma di assicurazione sanitaria pubblica, i test sono diventati una procedura “medica” comune, applicata solo ai pazienti che mostrano i primi sintomi di polmonite. Circa l’80% delle persone infettate dal nuovo coronavirus guarisce senza sviluppare sintomi gravi. E su questi pazienti in Giappone sostengono che i test dovrebbero essere evitati, per non sprecare risorse mediche e non saturare il sistema sanitario con l’assistenza a persone che non avrebbero bisogno di cure urgenti.

Niente farmaci miracolosi, insomma. E niente vita “regolare” in assenza di psicosi. Se è vero che il governo Abe sta subendo pressioni notevoli da mesi e che nella vita quotidiana delle persone si sono moltiplicati i casi di aggressioni nei confronti di persone che rientrano dall’estero e hanno l’unica colpa di tossire in pubblico, o persone allontanate solo perché nel quartiere dove risiedono (insieme ad altre centinaia di migliaia di esseri umani visto ad esempio il sovraffollamento di Tokyo) è stato magari diagnosticato un nuovo caso di contagio, o ancora casi di bullismo, mobbing e persecuzione sul posto di lavoro.
Basti pensare che l’Ufficio affari del lavoro del governo metropolitano di Tokyo ha notato un aumento delle richieste di informazioni relative ai problemi sul lavoro derivanti dal nuovo coronavirus già a metà febbraio. Alla fine ha lanciato una hotline che si occupa esclusivamente di tali reclami. La hotline riceve ora una media di 30 richieste ogni giorno, e le domande più frequenti includono “cosa fare quando i datori di lavoro ordinano ai dipendenti di prendersi dei giorni di ferie nonostante non ci siano prove di infezione”.
Il metodo dei controlli a tappeto sugli asintomatici e del tracking dei sintomatici lievi, per ora, non viene semplicemente utilizzato. Ed è impossibile sapere, dunque, quanti siano realmente al momento i contagiati. Il Ministero della Salute al momento ritiene di poter affrontare meglio l’emergenza in questo modo, contando sulla scarsa diffusione del virus dovuta probabilmente anche allo stile di vita dei nipponici (distanziarsi nelle file, sui mezzi o in generale nei luoghi affollati è già prassi consolidata, laddove possibile ovviamente). Ma come dimostrano le dichiarazioni di Yuriko Koike, in caso di esplosione del numero di contagi non ci sarebbe nessuna formula magica da poter adottare. Anche in Giappone bisognerebbe chiudere tutto. E aspettare.