Afghanistan: dalla Cina con furore

di Jacopo Ugolini
6 Settembre 2021

L’Afghanistan segna un punto di non ritorno. Dal 31 agosto 2021 assisteremo ad una nuova politica estera da parte della potenza a stelle e strisce. Lo stesso Presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha annunciato che finiscono con l’evacuazione dall’Afghanistan le grandi operazioni militari. Temo che dobbiamo ammettere, noi occidentali, che Pechino ha visto molto più lungo di noi, soprattutto degli USA. Perché Pechino? Il luogo, dove l’Occidente da oltre vent’anni era presente, risulta adesso, semplicemente, una facile preda per la Repubblica popolare cinese e i suoi interventi all’estero (definibili come “soft” perché non prettamente militari).

Gli USA cosi concludono una guerra costata oltre 2.300 miliardi e oltre 200.000 vittime lasciando il Paese in mano agli studenti (dal pashto “taliban” significa studente) delle scuole coraniche. Ora i talebani però hanno bisogno di denaro perché le casse dello Stato languono, il sistema bancario e la Pubblica Amministrazione sono completamente in tilt. La precarietà economica è dovuta al fatto che l’Afghanistan reggendosi prevalentemente su aiuti economici dall’estero ora non ha più disponibili nelle casse il denaro americano e del Fondo monetario internazionale. Parliamo di circa 9 miliardi di dollari di riserve della Banca afghana completamente bloccati e 450 milioni di dollari del FMI anch’essi bloccati. Quindi i talebani son costretti a rivolgersi ad altri partener internazionali: il loro portavoce, Zabiullah Mujahid, ha già ribadito che sarà Pechino ad essere il loro partner principale per ricostruire il Paese. Non si è fermato a ciò. Ha infatti sottolineato che “gli americani hanno portato le bombe, la Cina porterà gli investimenti”. E’ di facile comprensione l’interesse dei talebani nei confronti del Dragone cinese, sia per la necessità di iniezione di ingenti capitali sia per la sua riluttanza ad interventi militari. E così i cinesi possono leggere la ritirata americana come una sconfitta dell’ “imperialismo occidentale”.

Non è però tutto oro ciò che luccica: i talebani e Pechino hanno infatti già avuto modo di scontrarsi (anche se indirettamnete) perché i taliban sostennero la resistenza uigura nello Xijiang. Quindi l’importante è sottolineare che sicuramente la Cina avrà una forte influenza d’ora in poi in Afghanistan a meno che i talebani non rendano l’Afghanistan nuovamente uno scenario di guerra. Un’influenza non militare ma economica tramite strade, infrastrutture, estrazioni delle terre rare e capitale. Non c’è però solo questo: il governo di Xi vuole che i talebani diano stabilità alla “tomba degli imperi” (lì persero i britannici, poi i sovietici e per ultimi gli americani) affinchè il corridoio sino-pakistano (ricordando che il Pakistan è un Paese amico di Pechino) possa erodere l’influenza dell’India, quindi degli americani, in Asia centrale.

Questo deve far riflettere la Nato, quindi gli Stati Uniti, sul ruolo che si dovrà giocare in futuro e soprattutto sul metodo da applicare in politica estera. Si potrebbe sintetizzare (però saremmo molto superficiali) con “meno bombe, più investimenti”. Perché superficiali? Perché il terrorismo di qualunque natura, non solo quindi quello islamico, lo si combatte con le bombe, lo si combatte con la guerra non con gli investimenti. Il capitale economico è necessario quando hai estirpato il male che avvelena la società per riscostruire città, cultura e benessere. 

Sicuramente le “forever wars” terminano con l’Afghanistan e ci conducono ad un mondo sempre più bipolare con due attori “indecisi” sul ruolo da giocare, l’Unione Europea e la Russia di Putin. Bene il fatto che Biden abbia deciso di concentrare tutte le forze per lo scontro con Pechino e Mosca. Peccato che ancora una volta l’Unione Europea, come ha sottolienato il nostro Presidente Draghi, è stata completamente assente e non vuole far rientrare nell’orbita europea la Russia. Solo una grande coalizione Nato-Russia potrebbe preoccupare Pechino. Se lasceremo incontrare Pechino e Mosca l’Occidente sarà sempre di meno il centro economico e miliatare del mondo.