A Berlino le prove tecniche per un nuovo ordine in Libia

di Alessandro Guidi Batori
21 Gennaio 2020

Nel mondo diplomatico, una delle prime cose che si impara è che ciò che conta davvero non è vincere una guerra, ma vincere la pace. Ce lo racconta la storia del secolo scorso, la storia dei recenti conflitti mediorientali e l’affaire Libia non è da meno. Dopo quattro ore di conferenza, a Berlino è stata trovata una fragile quadra al cerchio dello scacchiere libico. 

Come è ben noto, l’inerzia dell’Italia e la timidezza con cui le Istituzioni europee stanno gestendo la guerra civile in corso in Libia ha dato margine di manovra al neo-ottomanismo del Presidente turco Erdogan, il quale si è rapidamente mosso a inizio gennaio per finalizzare l’invio di un contingente turco in Libia.

Le conseguenze sono note: il mondo si è ricordato che esiste la Libia, che da una parte c’è un signore di nome Fayez al Serraj, premier del “governo riconosciuto” a livello internazionale, e dall’altra il generale Khalifa Haftar, padrone de facto dell’80% del paese. Fatto sta che questi due signori, per tutta la durata della conferenza, non si sono mai incontrati, al punto che sono stati informati dei provvedimenti decisi alla fine, separatamente. 

Le conferenze internazionali sono più di meeting diplomatici, sono veri e propri termometri politici, le esternazioni dei vari ospiti permettono di capire sullo scenario in corso molto più dei comunicati. Se da un lato infatti il tono della Cancelliera tedesca Angela Merkel guardava con ottimismo all’esito della conferenza, più lapidario è stato il Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov: «Non ravvisiamo ancora le prospettive di un dialogo serio tra le due parti in conflitto in Libia.» Vincere la pace, con i due contendenti che la firmano senza neanche guardarsi in faccia. 

Il risultato? Siglata una tregua, un cessate il fuoco, stop agli armamenti, una serie di buoni propositi, ed il comune accordo di evitare “interferenze esterne” nello scacchiere libico. Se non fosse che in Libia si combatte e si spara ancora, ed il conteggio degli oltre 2000 morti e 146.000 sfollati causati dal conflitto non sembra avere intenzione di fermarsi.

Dopotutto si parla di Libia, si parla di geopolitica, di petrolio, gas e sfere d’influenza. Osservati speciali? Turchia, Egitto ed Arabia Saudita, la quale avrebbe incalzato Haftar a continuare la sua avanzata, presumibilmente arenatasi a sud di Tripoli da tempo, anche perché come può pagare i propri mercenari se il suo fronte, ricco di giacimenti petroliferi, è costretto a retrocedere?

Italia non pervenuta, se non in un simpatico siparietto in cui il Presidente Conte, fallito il tentativo di insediarsi in prima fila per le foto istituzionali, è stato relegato alle retrovie. Il peso di un paese, nello scacchiere internazionale, si vede anche da questo, le diable est dans les détails. 

Come ogni conferenza internazionale, si è tutti d’accordo sull’essere d’accordo, sulla pace, la necessità di sospendere il conflitto e di donare al paese un assetto stabile. Il testo della dichiarazione finale dice e chiede molto, almeno in linea di principio: dissoluzione delle milizie, termine dei bombardamenti aerei, demilitarizzazione del Paese, sospensione delle attività di tutto il personale armato nel paese. Ed ancora, il punto 29 evoca una “ripartizione trasparente, responsabile ed eguale delle ricchezze del paese”.

Un punto particolare, che da un lato caldeggia sicuramente un processo di pace inclusivo nei confronti di Tripolitania, Fezzan e Cirenaica (le tre macro-regioni di cui si compone la Libia), e dall’altro una condivisione delle risorse fonte della grande ricchezza del paese, come d’altronde era d’uso durante l’amministrazione di Gheddafi. 

I dubbi finali riguardano la figura del generale Haftar. Ci si chiede infatti se il generale sarà disposto a decidersi a firmare il cessate il fuoco, dopo essersi rifiutato di sostenere qualsiasi tipo di tregua settimana scorsa, in un incontro a Mosca. La domanda che naturalmente segue è se, in caso di firma, Haftar rispetterà gli accordi. L’idea poi caldeggiata da Fayez al Serraj, ma anche dal Premier britannico Boris Johnson e dalla Cancelliera Angela Merkel sarebbe l’invio di un contingente europeo, sotto l’egida dell’ONU, per garantire il rispetto della tregua tra le due fazioni in gioco.

L’esperienza dice che, come di solito avviene in questi casi, i risultati saranno molto diversi dagli intendimenti iniziali. Se da un lato lo storytelling vuole questa conferenza berlinese come primo passo per la pacificazione della Libia, dall’altro non possono essere ignorate le critiche sollevate dal Presidente Macron riguardo la presenza di soldati turchi in Libia.

Chi vivrà vedrà.