Rifornire un’auto elettrica costa il 161% in più

di Redazione
31 Ottobre 2022

Di Giacomo Canale

Nei giorni scorsi è stato dato risalto ad una notizia “elettrizzante”. Una simulazione condotta da Facile.it ha evidenziato che i costi delle ricariche elettriche delle automobili sarebbero aumentati del 161% e questi rincari sarebbero ben maggiori di quelli subiti dalle altre fonti (benzina, diesel ecc.).

In particolare, lo studio evidenzia che appena dodici mesi fa, per tutte le simulazioni realizzate, l’auto elettrica era nettamente la più economica dal punto di vista dei costi di carburante con una spesa che, a seconda del modello, era inferiore tra il 50% e il 70% rispetto alle versioni a benzina e diesel , mentre oggi, a  causa degli aumenti del prezzo dell’energia, invece, non solo non è più così, ma addirittura, in alcuni casi, per rifornire un’auto elettrica si spende di più rispetto ad una vettura tradizionale. E se anziché ricaricare dalla presa di casa ci si volesse attaccare ad una colonnina su strada, i prezzi sarebbero ancora più elevati.

Questa notizia ha comprensibilmente suscitato molte reazioni, anche da parte della categoria di settore Motus-e, la quale sostiene che il costo dell’elettricità su cui si basano i calcoli fa riferimento esclusivamente all’energia elettrica acquistata da un cliente domestico con un prezzo volatile e non tiene in considerazione né coloro che hanno una tariffa bloccata, né coloro che, grazie ad un impianto fotovoltaico, azzerano o abbattono i costi dell’energia.

Ma sul tema è anche intervenuto uno speciale che sarà pubblicato sul numero di novembre del famoso mensile Quattroruote, il quale ha confermato con, secondo una ricerca autonoma e diversa da quella di facile.it, che gli effetti dei rincari energetici hanno, tra l’altro, prodotto la conseguenza che la ricarica elettrica costa, in alcuni casi, più di un rifornimento di benzina o diesel e che le prospettive non sono rosee, nonostante la riduzione delle quotazioni internazionali delle ultime settimane, pur evidenziando che il consumatore può ridurre gli effetti dei rincari con l’adesione a formule di abbonamento. Ma al contempo il dossier della rivista ha anche evidenziato un altro elemento che oggi tende a essere sottovaluto e cioè il tema degli incidenti. Che cosa succede a una vettura elettrica in questi casi? Quattroruote ha confrontato le spese di riparazione con equivalenti versioni termiche, scoprendo che, se la batteria deve essere sostituita (e può farlo soltanto un addetto specializzato), i conti vanno fuori controllo.

Le dichiarazioni riportate con sostanziale fedeltà, anche per dare onestamente conto al lettore del confronto dialettico sul tema, mettono in rilievo una potenziale criticità della c.d. transizione energetica, con particolare riferimento alla tematica della mobilità elettrica, soprattutto se sarà confermato il termine del 2035 per la messa al bando delle vendite di auto nuove con motore endotermico. Si tratta del risvolto socioeconomico della questione che rischia di aumentare significativamente il divario tra le persone abbienti e quelle che non lo sono (e che rischiano di aumentare di numero, includendovi anche il fu ceto medio).

In particolare, le persone abbienti potrebbero essere le sole a potersi permettere l’automobile elettrica sia per il costo iniziale, significativamente più alto delle altre motorizzazioni, sia per i costi di manutenzione e, come evidenziato ora, anche di consumo. Peraltro, le recenti restrizioni sulla circolazione stradale adottate dal Comune di Milano evidenziano come ciò possa tradursi anche in una discriminazione censitaria fattuale, attraverso, per l’appunto, l’introduzione di pesanti divieti per la gran parte del parco auto non elettrica perlopiù in uso a coloro che hanno maggiore difficoltà a cambiare auto e passare all’elettrico.

Purtroppo sembra esserci scarsa attenzione a quanto verosimilmente accadrà, poiché si manifesta il consueto conformismo politicamente corretto per cui non si può mettere in discussione quanto sembra promuovere un mondo pulito e più bello. Eppure ci sarebbero dati che dovrebbero fare riflettere sia sull’autenticità delle istanze ambientaliste dietro queste scelte di politica industriale sia sulle loro conseguenze geostrategiche.

In particolare, occorre evidenziare un dato singolare cioè come le principali aziende automobilistiche abbiano registrato un significativo calo delle vendite di nuove auto contestualmente ad un loro aumento dei ricavi. Sembra un controsenso e invece ciò avviene per la semplice ragione che si vendono più auto ibride ed elettriche, anche perché chi compra un’auto nuova è spinto, se può permetterselo, verso questo tipo di motorizzazione per il timore che la transizione subisca un’accelerazione rispetto ai tempi già rapidi entro i quali dovrebbe avvenire. Dunque le aziende vendono meno auto, ma più care. Non male per i loro conti.

Il problema semmai si inizia a intravedere perché molto probabilmente la transizione alla mobilità elettrica potrebbe determinare l’invasione di produttori asiatici, e cinesi in particolare.

E difatti appena qualche giorno fa, l’amministratore delegato, Carlo Tavares, di Stellantis al salone di Parigi non ha mancato di prendersela ancora una volta con le politiche comunitarie e con il divieto di commercializzazione di veicoli a combustione a partire dal 2035. “Di fronte alla realtà della vita raccomanderei ai leader politici di essere meno dogmatici – ha poi dichiarato in una intervista alla rete Cnbc – Penso ci siano la possibilità e la necessità di un approccio più pragmatico per gestire la transizione in funzione degli ostacoli e delle difficoltà che incontreremo lungo questo percorso. Sarebbe certamente utile per la classe media perché noi siamo assolutamente focalizzati sulla mobilità libera”.

Ha poi auspicato l’adozione di idonee contromisure per ridurre le asimmetrie tra produttori europei e cinesi, temendo che i cinesi riusciranno a vendere le loro auto elettriche a prezzi bassi rispetto alle concorrenti europee, per cui quando si potranno vendere solo le elettriche, queste mosse potrebbero mandare in bancarotta i produttori occidentali non più in grado di competere, in assenza di idonee misure volte a ristabilire equilibrio, posto che il mercato europeo è molto più aperto di quanto non lo sia quello cinese. E ciò può, appunto, determinare effetti sistemici molto iniqui, con la scomparsa dell’industria automotive europea.

Forse, è il caso che il nuovo governo italiano studi attentamente il dossier “transizione all’auto elettrica” e con il pragmatismo che sembra contraddistinguere il Presidente Meloni rimetta in discussione perlomeno il cronoprogramma, se non anche le finalità ultime perché preferiremmo vi fosse una mobilità libera e non con un tipo di motorizzazione imposto dalle autorità, onde evitare spiacevoli effetti negativi sul piano sociale, ambientale, economico, industriale e geopolitico che si possono già intravedere.

Fino ad oggi era impossibile anche solo parlarne nelle sedi ufficiali. Un primo segno concreto di pragmatica discontinuità sarebbe quello di discuterne liberalmente, secondo il noto adagio einaudiano “Prima conoscere, poi discutere, poi deliberare”.