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Nella zuffa delle campagne elettorali occhio al ritorno di Lady Spread

Lorenzo Castellani di Lorenzo Castellani, in Economia, del

Da queste parti, è noto, siamo soliti simulare gli “scenari del terrore“. Tuttavia, la gravità dell’impasse della situazione italiana fornisce ottimi spunti per rendere alcuni scenari non del tutto improbabili, come quello in cui dalle prossime elezioni esca un governo debole, con maggioranza numericamente flebile, oppure un Parlamento appeso, che potrebbero esporre il Paese ad una pesante conditionality esterna da parte dell’Unione Europea e delle istituzioni internazionali. Un’ipotesi semi-greca, per intenderci. Il “semi” sta per il fatto che dalle tasche italiane c’è molto più da spremere che da quelle elleniche.

L’Italia, specie se i retroscena di queste ore sul nuovo sistema proporzionale verranno confermate, ha due opzioni politiche nel suo prossimo futuro: coalizione tra PD-Forza Italia più (forse) qualcos’altro (più probabile), coalizione tra Lega/Destra e Movimento 5 Stelle (meno probabile). Entrambe presentano dei problemi: il Nazareno tra Renzi e Berlusconi non ha prodotto sostanzialmente riforme, in tempi diversi, e con le dovute proporzioni, entrambi i leader hanno dimostrato di saper prendere voti, ma molto meno di riuscire a realizzare le riforme che avevano promesso. Tutti e due, alla fine dei propri mandati, hanno lasciato il Paese con un debito pubblico maggiore di quando sono entrati in carica e non sono riusciti a ridurre la spesa pubblica e le imposte né a riformare una amministrazione pubblica largamente inefficiente. Non a caso siamo il Paese che cresce meno in Europa. Da ultimo, il patto sui tavoli europei messo in campo nel 2014 (riforme in cambio di flessibilità) non sembra più un’opzione perseguibile per Renzi e soci che, agli occhi degli altri partner europei, si sono dimostrati inaffidabili usando il maggiore spazio in bilancio per politiche selettive e clientelari (i bonus) invece di riforme maggiormente profonde e long-term. Inoltre, vista la probabile rielezione di Angela Merkel e l’arrivo di Macron all’Eliseo il patto franco-tedesco sembra poter diventare ancora più solido. Non è detto che sia un bene per l’Italia, specie se l’andazzo degli ultimi due anni di Governo Renzi (più spesa, poche riforme) dovesse continuare e se, soprattutto, da fine 2017 il debito pubblico italiano non sarà più protetto dal quantitative easing della BCE.
Dall’altro lato, però, c’è il salto nel buio del governo giallo-nero. Nonostante la frenata di Grillo sull’uscita dall’euro si tratterebbe di un governo dalla coalizione già di per sé complicata e centrato sull’aumento della spesa pubblica e del debito: via la legge Fornero sulle pensioni, reddito di cittadinanza, alcuni istinti di nazionalizzazione (banche), sussidi pubblici alle imprese. Tutto finanziato da possibili aumenti di tassazione in certi settori (giochi, carburanti) e del risparmio (patrimoniale, successione, capital gains).

In entrambi gli scenari, la pressione sui titoli di Stato italiani potrebbe salire di molto. In questo caso qualunque governo sarà chiamato ai tavoli internazionali per presentare un piano credibile sul debito e la crescita, pena un commissariamento politico. E qui potrebbe subentrare la “operazione Tsipras” da parte delle istituzioni internazionali.
In campagna elettorale,  infatti, le promesse a suon di denaro pubblico si sprecheranno da tutte le parti. Chiunque arriverà a Palazzo Chigi sarà costretto a metterne via buona parte per misurarsi con la politica, quella vera. Con un debito pubblico su PIL del 133% e con banche ancora sofferenti non si parte mai in posizione di forza, soprattutto quando il quantitative easing sarà finito. In questo caso la morsa delle istituzioni internazionali potrebbe stringersi e il programma di governo potrebbe essere pesantemente condizionato dalle richieste esterne, proprio come in Grecia.
Che lo scenario non sia così peregrino è testimoniato dalle raccomandazioni all’Italia diffuse dalla Commissione Europea in questi giorni: lotta all’evasione fiscale, reinserimento della tassa sulla prima casa dei più abbienti, riforma del catasto sono le policy suggerite, tra le altre, da Bruxelles. Questi suggerimenti, nel 2018, potrebbero diventare sempre più stringenti e se la situazione post-elettorale dovesse essere ancora incerta la pressione finanziaria e politica potrebbe salire costringendo qualsiasi nuovo governo a concordare una serie di misure ancor più vincolanti. In Grecia si è chiesto un taglio delle pensioni e dei dipendenti pubblici, liberalizzazioni e privatizzazioni, aumenti dell’imposizione fiscale. Un mix rapido, ma anche molto doloroso, per rientrare nei parametri europei: tagli di spesa immediati (e quelli che si possono fare subito sono quelli diretti su pensioni/servizi) e aumento della tassazione.

In Italia il rischio che si arrivi a questo mix non è improbabile (per i tifosi della “sovranità popolare” ricordiamo che in Grecia non c’è stato referendum capace di opporsi a questa realtà) perché è già insito nelle clausole di salvaguardia che prevedevano, ad esempio, l’aumento progressivo dell’IVA. Se la situazione si aggravasse le richieste potrebbero essere le seguenti: tagli immediati alle pensioni più elevate, congelamento delle assunzioni e degli stipendi pubblici (servirebbe un taglio, ma è difficile che qualsiasi governo scelga volontariamente questa strada), piano di privatizzazioni e liberalizzazione dei servizi pubblici locali (con conseguenti esuberi), aumento dell’IVA, ritorno dell’IMU sulla prima casa, aumento di altre tasse indirette a cui potrebbero aggiungersi un accrescimento delle tasse di successione e, magari extrema ratio, una patrimoniale. Se il lavoro pubblico e le liberalizzazioni potrebbero essere mediate o rallentate (nessuno è liberale quando va al governo perché si perdono voti), così non sarebbe per gli aumenti di tasse (unica certezza). Fine, inoltre, delle politiche di alleggerimento fiscale per le imprese (tutto resta come oggi, con un total tax rate su imprese del 65%). La depressione dei consumi e del mercato interno potrebbe durare qualche anno. Questo è, realisticamente, ciò che la Troika potrebbe chiedere se il Paese si trovasse scoperto sui mercati internazionali diventando un grosso fattore di rischio per l’area euro.

In questo scenario ci possono essere segnali di ottimismo? Il programma della Troika potrebbe aiutare a sciogliere alcuni nodi come taglio alle pensioni retributive, una vera riforma della PA e liberalizzazioni di alcuni settori, ma quanto durerebbe considerata la cultura politica oggi dominante in Italia? Il rischio di un Monti-bis, sia a livello di policy che di ripercussioni politiche, sarebbe elevato.

Restano, allora, due ultime considerazioni:

a) seppure il Parlamento produca una legge elettorale decente ha davvero senso correre al voto in autunno con una manovra economica sul groppone che si annuncia pesante? Per Matteo Renzi, smanioso di tornare a Palazzo Chigi in qualsiasi modo, probabilmente sì perché potrebbe far sobbarcare la manovra lacrime e sangue ad una nuova coalizione ad inizio legislatura. Per il Paese si tratterebbe di rinviare enormi problemi di qualche mese per immergersi in una surreale campagna elettorale a colpi di promesse fantasiose, animali, pensioni, lavoro e reddito (pubblico) per tutti. Ad oggi, infatti, nessuna forza politica rilevante propone qualcosa di diverso;

b) qualunque sia la coalizione prima del voto di fiducia in Parlamento sarà fondamentale sedersi insieme, scrivere un dettagliato patto di governo, con le misure da adottare nel corso della legislatura, da presentare alle istituzioni internazionali. In questo esercizio politico sarà opportuno considerare tutte le grandi questioni economiche del Paese uscendo dal mondo delle favole della comunicazione politica. Come Mario Draghi disse in una intervista del 2011: «È importante che tutti ci convinciamo che la salvezza e il rilancio dell’economia italiana possono venire solo dagli italiani». C’è infatti una «tentazione atavica», dice il Governatore ricordando Manzoni e la sua lirica “Marzo 1821”, che è quella di «attendere che un esercito d’oltralpe risolva i nostri problemi. Come in altri momenti della nostra storia oggi non è così. È importante che tutti i cittadini ne siano consapevoli. Sarebbe una tragica illusione pensare che interventi risolutori possano giungere da fuori».

Se ciò non accadesse, Lady Spread potrebbe tornare per ricordare a tutti le priorità e Madama Troika potrebbe scendere sulle sponde del Mediterraneo per far eseguire lo spartito.

Lorenzo Castellani

Lorenzo Castellani

Dopo gli studi in giurisprudenza alla LUISS di Roma, oggi è Ph.D. Student presso l'IMT Institute of Advanced Studies di Lucca dove si occupa di storia, filosofia del diritto e diritto pubblico. Nutre fin dall'adolescenza un'iperattiva passione per il giornalismo, la storia della politica ed il mondo anglo-sassone.

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