Dai chip ai piani strategici il settore automotive è in rosso

di Jacopo Ugolini
12 Gennaio 2022

La crisi dei microchip non è che punta dell’iceberg della crisi del settore automotive. Un settore che a causa della pandemia da Covid-19 ha perso gradualmente, ma inesorabilmente, il suo apporto al PIL. Non è chiaramente una novità la difficoltà che sta attraversando questo settore, data la sua interconnessione con il Covid-19, però ciò non implica l’assenza di colpe dei vari governi italiani.

Ma l’assenza di piani strategici, non solo eseguiti per risolvere problemi presenti, è un classico problema italiano. Infatti, furono, e sono, quindi, più che corrette le critiche allora mosse da Marco Bonometti, Presidente e CEO di Omr, Officine Meccaniche Rezzatesi, nonché allora Presidente di Confindustria Lombardia (carica caduta poi nel 2021), riguardo l’assenza totale di politiche pubbliche sull’automotive.

Il Presidente Bonometti, in un’intervista rilasciata a industriaitaliana.it ormai un anno fa, nel gennaio 2021, criticò aspramente l’esecutivo Conte, che, secondo l’intervistato, “ha preferito buttare dalla finestra 100 miliardi, per lo più in assistenzialismo puro o in mancette elettorali”, invece che, aggiungo umilmente, proporre agli industriali italiani un progetto.

Ma in Italia, ahinoi, vedere discussi dei progetti industriali è un’impresa: o si ritiene lo Stato come il monopolista dello sviluppo economico della penisola, con interventi statali (fare l’esempio con l’ILVA pare quasi scontato) che fanno rabbrividire anche i più statalisti (per non parlare dei liberali), o la politica, non proponendo una visione di futuro, è completamente assente. Ad aggiungersi al problema “governativo e politico”, si evidenzia anche l’assenza dei chip. Di cosa si tratta? Sono quei semiconduttori che permettono il funzionamento della parte elettrica della macchina. Insomma, senza i chip, le macchine non possono essere prodotte.

Quindi, in questo scenario, dove non mancano personaggi alla Elon Musk che non hanno diminuito la produzione delle sue Tesla grazie a maggior flessibilità produttiva e allo sviluppo di software interni, senza i chip non si può produrre, quindi calano le immatricolazioni, aumentando le compravendite dell’usato, di cui il guadagno non torna alle case automobilitistiche. Quindi: crisi, crisi nera. Snoccioliamo un po’ di dati: le immatricolazioni di novembre 2021 si attestano su 104.478 unità, che equivale al 24,6% in meno rispetto al novembre 2020, come riporta Quattroruote.it; i dati di novembre 2021 equivalgono al 31% in meno rispetto ai livelli pre-Covid e sono state prodotte 10 milioni di auto in meno e mancano circa 200 milioni di fatturato, secondo Il Sole 24Ore. 

Un grido di allarme, l’ennesimo, è stato lanciato da Jean-Marc Chery, numero uno del maggior gruppo di elettronica, la STMicroelectronics, a fine ottobre sulle colonne de La Stampa: nel 2022 le capacità produttive non torneranno ai livelli pre-Covid e dovremo attendere il 2023, quando tornerà la normalità. Si potrebbe pensare che il problema stia unicamente nell’assenza di materie prime, ma sbaglieremmo perché non terremmo in conto, come sostiene Jean-Marc Chery, delle lunghe procedure necessarie per costruire spazi e attrezzature per la creazione dei chip. 

Siamo, quindi, davanti a un problema che per dimensioni geografiche possiamo tranquillamente definire globale dato che le perdite toccano le più svariate case automobilistiche passando dal gruppo Wolkswagen che perde il 28,63% della produzione, a Stellantis il 33,3%, non dimenticando il gruppo Renault a cui manca il 21,4% e Ford che segna sulla bilancia un -41,9%… oltre a Tesla, Ferrari e Porsche, tutte le altre calano drasticamente, secondo Quattroruote.

Il governo italiano nella Legge di Bilancio 2022 ha istituito, tramite il MISE, i cosiddetti contratti di sviluppo, cioè programmi di investimento produttivi strategici e innovativi di grandi dimensioni, portando a 2,2 miliardi i fondi destinati a supportare le filiere strategiche del Paese, tra le quali rientra anche l’industria dell’auto. Il tutto è finanziato anche dal PNNR, basato su un urgente transizione energetica che rischia però, se ideologizzata, di rallentare fortemente, e in modo decisivo, la ripresa del settore automotive.