Covid-19 crisi del sistema economico: alcune note sul tema

di Carlo Manacorda
4 Aprile 2020

E’ sacrosanto che, in tempo di epidemia Covid-19, l’imperativo sia quello di salvare vite umane. Però quest’opera ha costi enormi per la finanza pubblica e per quella privata. Per quella pubblica che deve sostenere il maggior costo della Sanità e fare i conti con le minori entrate per tasse e contributi, anche conseguenti alla paralisi del sistema produttivo. Per quella privata sulla quale pesano i costi di struttura ed i mancati guadagni in conseguenza dell’obbligata sospensione delle attività. Inevitabile una crisi del sistema economico di proporzioni gigantesche.

Tuttavia, affinché la crisi non degeneri in un generale default, occorre pensare al “dopo” epidemia. Facendolo, sono essenzialmente due le domande da porsi: quanti denari occorreranno per ridare vitalità al sistema? E dove trovarli?

Risposte alla prima domanda indicano importi (miliardari) di pura fantasia, in una sorta di competizione all’aumento. A causa dell’elevata aleatorietà di conti di questo genere, neppure a consuntivo si potrà indicare una somma complessiva attendibile. Alla seconda domanda ha risposto, puntualmente e concretamente, l’ex Presidente della Banca centrale europea Mario Draghi. In un articolo pubblicato sul Financial Times il 25 marzo 2020 ― ampiamente ripreso e commentato da tutti i mezzi d’informazione ―, Draghi affronta il tema della recessione causata dal Coronavirus e delle sue manifestazioni.

Suggerendo i rimedi da mettere in campo per il suo superamento (cioè dove trovare i denari per risolvere la crisi), in estrema sintesi Draghi li indica in:

  • introduzione di un sostegno immediato alla liquidità attraverso le reti bancarie (le banche devono prestare rapidamente denaro alle aziende a costo zero);
  • intervento dello Stato a sostegno del reddito di base per coloro che hanno perso il lavoro, nonché per dare garanzie alle banche che prestano denaro nei termini appena detti;
  • assunzione, da parte del bilancio dello Stato ― com’è avvenuto in tutti i momenti storici di emergenza ―, di tutti questi oneri anche se comportano aumenti significativi del debito pubblico (“livelli molto più alti di debito pubblico diventeranno una caratteristica permanente delle nostre economie”);
  • in quanto europei, “sostegno reciproco per quella che è innegabilmente una causa comune”.

Draghi raccomanda che gli interventi si facciano immediatamente, evitando lungaggini burocratiche.

L’analisi ed i suggerimenti di Draghi sono stati immediatamente accolti da ampie ed unanimi ovazioni. Tolti tuttavia gli applausi, ciò che sorprende è che né il Governo del nostro Paese, né quello europeo abbiano colto la lezione contenuta nell’articolo di Draghi, magari con l’intendimento di darvi applicazione.

Draghi traccia, sostanzialmente, un piano strategico ed organico per uscire dalla fase recessiva causata da Covid-19. Seguendo le regole della programmazione, stabilisce gli obiettivi da perseguire, individua gli attori del procedimento e ne definisce le modalità di realizzazione (chi fa, che cosa, come e con cosa).

Gli obiettivi sono di medio periodo (ritorno alla regolarità della gestione pubblica e privata), ma anche di breve/brevissimo periodo (salvaguardia dei posti di lavoro evitando licenziamenti; assicurazione di un reddito di base a coloro che hanno perso il posto di lavoro; ripresa della piena operatività alle aziende).

Gli attori del procedimento sono, in parallelo, Unione europea e Stati nazionali e, all’interno di questi, le banche. Le modalità di realizzazione del procedimento postulano l’utilizzo di strumenti propri dell’Unione europea, interventi a carico del bilancio dello Stato e azioni delle banche.

La penosità del dibattito europeo per l’individuazione degli strumenti da utilizzare a sostegno degli Stati dell’Unione vittime del Coronavirus ― dibattito che avviene, tra l’altro, tra affermazioni e smentite ― dimostra, ancora una volta, la fragilità del soggetto Europa e gli individualismi che lo pervadono.

Eurobond sì/eurobond no; prestiti gratuiti agli Stati o condizionati, con limitazione della sovranità dello Stato e arrivo della famosa “troika”; Stati forti che comandano e Stati deboli che obbediscono, in barba a tutti i principi di solidarietà fondanti dell’Unione; sostegni di importo variabile da parte della Banca centrale europea (BCE) mediante quantitative easing, ecc. Tutto ciò senza alcun criterio e nesso programmatico.

I quali, tuttavia, dovrebbero essere assolutamente prioritari in quanto gli Stati dovrebbero tarare, sui programmi europei, i propri interventi (il “faremo da soli” del Capo del Governo italiano ― pseudo-minaccia immediatamente condivisa da autorevoli componenti del suo governo ― è assolutamente privo di fondamento e razionalità; Draghi non l’avrebbe mai detto).

Gli Stati nazionali devono applicare a fondo la regola keynesiana dell’indebitamento pubblico. Ma poi devono negoziarla con l’Unione europea (il Patto di stabilità e crescita è stato soltanto sospeso). E qui si rivela la debolezza degli Stati con un debito pubblico elevato. O elevatissimo come l’Italia, impossibilitata ad andar oltre certi limiti, con conseguenze catastrofiche, in caso di superamento, per la tenuta dell’intero sistema economico.

Ecco perché Conte preme affinché molti interventi siano assunti direttamente dall’Europa, a carico del suo bilancio. Trattando questi argomenti, prevalgono narrazione e annunci, buoni certo a soddisfare gli sfrenati desideri di protagonismo dei narratori, ma con ricaduta zero sulle impellenti necessità (con buona pace dell’immediatezza degli interventi auspicata da Draghi).

Senza certezze su quali interventi farà l’Europa e quali garanzie potranno dare i singoli Paesi e per noi l’Italia, sicuramente le banche non si muovono. Come si può pensare che le banche ― società private che devono rispondere ad azionisti ― prestino denaro in assenza di assicurazioni scritte da parte di chi coprirà gli oneri dei crediti che erogheranno? Sembra un passaggio molto difficile.

E mettiamo da ultimo quanto sottolineato da Draghi circa la necessità di evitare le lungaggini burocratiche. Anche questo fatto deve essere risolto mettendo nero su bianco non soltanto da parte dei singoli Stati, ma anche dagli Organi di governo dell’Europa.

E per l’Italia significa scrivere e approvare (non annunciare) regole snelle per la riscossione dei benefici personali, per l’erogazione del credito, per gli appalti di opere pubbliche, per gli acquisti della Pubblica Amministrazione e quant’altro. E parallelamente, onde evitare abusi, prevedere un rigoroso sistema di controlli, sistema ignoto, con queste caratteristiche, per il nostro Paese, benché sulla carta ne esistano centinaia.

In assenza di programmazione, si privilegiano ―come avvenuto finora ― i provvedimenti “a giornata”. La maggior parte sempre e soltanto raccontati, che tuttavia prevedono, costantemente, impegni imponenti di risorse ancora inesistenti. Qualcuno approvato, con distribuzione di quattrini insufficienti agli scopi cui sono destinati e con regole di distribuzione inappropriate (DPCM buoni spesa e solidarietà ai Comuni).

E, si badi bene, la programmazione non pretende che si stabiliscano, preventivamente, tutti i dettagli del piano, ma significa che la si collochi in una cornice certa, unitaria e che ne contempli tutti i capitoli, in una visione organica, cronologicamente definita negli obiettivi, e con una realistica quantificazione delle risorse.

La domanda finale è: la classe politica che governa attualmente dimostra di essere capace di ragionare in questi termini? I dubbi sono molto elevati. In ogni caso, il giudizio lo darà un giudice molto severo: il PIL, il Prodotto interno lordo (e, da quanto si sente in giro, il giudizio non sarà lusinghiero).

P.S. Parlando di quattrini, chissà se si saprà mai che fine ha fatto la liquidità che finora è stata immessa nel sistema italiano con gli acquisti per quantitative easing della BCE, dopo lo scoppio dell’epidemia Covid-19. Eppure dovrebbe regnare la totale trasparenza dell’azione della Pubblica Amministrazione.