Coronavirus: le conseguenze sull’economia italiana

di Michele Orsini
29 Aprile 2020

Le conseguenze economiche delle misure prese per contrastare la pandemia si possono appena immaginare guardando le serrande abbassate di quasi tutti i negozi, imprese e fabbriche; bisognerà vedere quante attività potranno effettivamente riaprire a partire dal 4 maggio.


Secondo le stime del FMI, il PIL dovrebbe calare del 9,1%, il debito pubblico crescere fino ad arrivare al 155,5% in rapporto al PIL e la disoccupazione – che già parte da un preoccupante 10% – aumentare al 12,7%. Ovviamente tutto il mondo subirà perdite ingenti: il PIL crollerà del 7% in Germania, del 7,2%, in Francia, del 6% negli USA, e del 5,5% nel Regno Unito. Da notare, tuttavia, che, in Europa, solo la Grecia, subirà conseguenze peggiori rispetto a noi con un calo del PIL del 10%. I dati appaiono ancora più drammatici se consideriamo che il nostro paese sarà tra i più colpiti: solo 11 paesi registreranno conseguenze peggiori.


La principale causa di questo dissesto economico è la prolungata chiusura delle imprese soprattutto nel nord del paese, traino dell’Italia e una delle locomotive dell’Europa. Le misure di sostegno adottate dal governo sono state poco efficaci. I ritardi nella loro attuazione sono eclatanti ed imbarazzanti, soprattutto se confrontati con quanto è stato fatto negli altri paesi europei, dove le richieste di sussidi sono state sono state lavorate e soddisfatte in breve tempo anche per importi ben maggiori di quelli stanziati dal nostro governo. 


In Italia le camere di commercio hanno rilevato la chiusura di ben 30.000 aziende contro le 21.000 dell’anno scorso. E quelle aziende che riusciranno a riprendere l’attività, quando sarà loro permesso dal governo, si troveranno comunque in condizioni drammatiche: molte saranno costrette a licenziare dipendenti e molte potrebbero non arrivare alla fine dell’anno. In tutto questo non saranno però esentate dal pagamento delle tasse nei prossimi mesi. L’unica buona notizia è che l’IVA sarà sospesa con un prossimo decreto.


Molti commercianti, piccoli e medi imprenditori, lavoratori autonomi e tantissime altre categorie saranno spazzati via dalle conseguenze economiche del virus cinese e dalla totale inadeguatezza del governo italiano a fronteggiare la crisi. La crisi sanitaria ha amplificato tutti i malfunzionamenti di un’economia già di per sé malata e logorata da un debito pubblico pauroso, da una pressione fiscale su persone e aziende quasi proibitiva e da un eccesso di leggi che strangolano la libera iniziativa. A questi mali si aggiunge una burocrazia pesantissima, di dubbia utilità e che certamente non aiuta né il paese né i cittadini. Per far ripartire davvero il paese urgono la revisione della spesa pubblica improduttiva, un taglio delle tasse e la riduzione del nostro debito pubblico. Per permettere agli imprenditori di lavorare senza ostacoli inutili serve sfoltire drasticamente sia la selva di norme superflue e dannose per l’economia sia la burocrazia.


Neanche le misure europee, frutto di lunghe e complicate trattative e di compromessi che probabilmente non accontenteranno nessuno, sono particolarmente incisive, dato che i fondi saranno ovviamente ripartiti tra tutti gli stati membri e che molte misure restano ancora da definire. La sola promessa di fondi non basta e ogni dettaglio sarà importante. Purtroppo la nostra classe politica non sembra essere all’altezza per condurre una delle trattative più delicate degli ultimi anni.


Poche ore fa l’agenzia di rating Fitch ha appena declassato i titoli di debito pubblico italiano a livello “BBB-” (un gradino superiore ai “titoli spazzatura”). Inoltre l’outlook passa da “stabile” a “negativo”. La crisi sanitaria e le misure di quarantena sono alla base della decisione, soprattutto per le conseguenze economiche, e l’agenzia teme che una seconda ondata arrechi conseguenze anche peggiori di quelle attuali. Restano tuttavia fiduciosi che il virus possa essere controllato e che la ripresa nel 2021 sarà forte, in linea con le previsioni del FMI. La BCE, comunque, continuerà a comprare i nostri titoli anche nel caso in cui i nostri titoli diventino “junk bond”, come fece con la Grecia. 


Le sfide per il nostro paese sono complicate e se non saranno vinte le conseguenze saranno ancora più gravi. Servirà una stagione di riforme fatte bene e quelle promesse da Conte nella conferenza stampa sembrano più una minaccia che un auspicio.