Con i soldi pubblici Di Maio vuole evitare le riforme che non ha il coraggio di fare

di Alessandro Aragona
20 Settembre 2018

La prima cosa che mi è venuta in mente ascoltando le parole del Ministro Di Maio sui possibili scenari della manovra economica autunnale, non è stata una nota politica. È stato un brano di musica sacra. Perché se è vero che “Attingiamo con gioia”, un classico che ebbi modo di imparare in tempi ormai lontani, non parla di deficit ma della fonte della salvezza, beh, credo lo si possa tranquillamente declinare all’attuale contingenza del governo gialloverde. Ma usciamo dal profano e andiamo per ordine. In generale, dobbiamo riconoscere ai pantastellati almeno una buona intenzione: la sincera volontà di mantenere le promesse elettorali e di farlo in un tempo considerato accettabile dai cittadini. Non è scontato, e le esperienze dei governi passati lo dimostrano. Guardando invece alla sostanza, e quindi ai numeri, il discorso si fa più complicato. Non più di un anno fa, di fatto già in piena campagna elettorale, Di Maio sosteneva la necessità di sforare il vincolo del 3%, con l’obiettivo di rilanciare gli investimenti, riformare la Fornero e garantire il reddito di cittadinanza. Un piano di politica espansiva keynesiana a tutti gli effetti, criticabile, ma coerente. Non rispetto un parametro deciso arbitrariamente a tavolino, peraltro in un contesto macroeconomico radicalmente diverso rispetto a quello attuale, e spendo in deficit per sostenere la crescita e fare assistenza. Del resto Francia e Spagna, in passato, non hanno fatto tanto diversamente.

Oggi, le parole d’ordine appaiono più sfumate. Rimaniamo nel 3%, manteniamo i conti in ordine e “attingiamo a un po’ di deficit”, ma soltanto un po’, perché poi esagerare, ora che siamo al governo, non è che ci piace così tanto. Finanziamo il programma elettorale e vedrai che in 2 anni, con qualche taglio agli sprechi e il reperimento di qualche risorsa, rientriamo dal debito aggiuntivo. Qui Di Maio mente sapendo di mentire. Se, come ha giustamente rilevato la viceministro Castelli, mantenere il deficit all’1,6% come nelle intenzioni di Tria vorrebbe dire non fare quasi niente, anche un ulteriore allentamento dei cordoni della borsa non permetterebbe la realizzazione del contratto di Governo, e comunque non di tutte le sue parti contemporaneamente. E allora quella che doveva essere una flat tax applicata a tutte le aliquote Irpef, si trasforma in un aliquota unica solo sulle partita iva che fatturano fino a 100 mila euro (di fatto un’estensione del regime dei minimi già in vigore per gli autonomi con ricavi fino a 30 mila euro); quello che doveva essere il reddito di cittadinanza, presumibilmente non sarà che una estensione, per platea e importo dell’elargizione, del reddito di inclusione introdotto dal precedente governo. Del resto, non potrebbe essere altrimenti e non si capisce, peraltro, con quali risorse si intenda rientrare in soli 2 anni da quello che sarebbe uno sforamento di bilancio di dimensioni importanti. In questo senso, anche la stessa promessa fatta in campagna elettorale di ridiscutere l’adesione alla moneta unica, al di là del giudizio di valore che se ne possa dare, appare più coerente: mi rimetto a “stampare” moneta sovrana, finanzio tutto in deficit spending e saranno poi gli altri a occuparsi di debito e inflazione.

Ma il vero punto della questione è un altro, ed è filosofico. È giusto continuare a pensare che siano più deficit e più debito le soluzioni alla stagnazione economica e alla crisi sociale? E se sì, è efficace destinare queste risorse aggiuntive a programmi pubblici di assistenza o di redistribuzione? Perché, comunque la si pensi, è una questione di quantità ma soprattutto di qualità della spesa. In Italia, purtroppo, si ha spesso la sensazione che la voglia di affidarsi alla panacea della spesa pubblica nasconda in realtà la riluttanza a mettere in piedi le vere riforme necessarie all’ammodernamento del Paese. Riforme impopolari, come quella della giustizia o della burocrazia. Riforme solo parziali, come quelle del terzo settore e del no profit. Riforme dimenticate, come quella dell’Università. Riforme che, spesso a basso costo, comporterebbero impatti rilevanti sulla crescita economica del sistema Paese, evitando gli effetti distorsivi tipici di politiche pubbliche di breve periodo. Per intenderci, sarebbe auspicabile intercettare investimenti produttivi piuttosto che dare 780 euro al mese a una persona che magari lavora pure in nero. In attesa che gli trovi un lavoro, sempre se a questo punto conviene accettarlo, un centro per l’impiego. Auguri.