47 pagine di nulla: ecco il documento programmatico 2021

di Carlo Manacorda
10 Novembre 2020

Con sufficiente enfasi (benché con un po’ di ritardo rispetto alle norme), il Ministro dell’economia Roberto Gualtieri il 18 ottobre ha comunicato l’approvazione del Documento Programmatico di Bilancio 2021 (DPB). Il DPB è stato introdotto dal Regolamento europeo 473 del 2013 ed è stato recepito, dal nostro Paese, con la legge 163 del 2016. Unitamente ai numerosi altri atti contabili previsti dalle normative dell’Unione europea, il DPB mira a coordinare le politiche economiche e di bilancio degli Stati membri affinché non sia compromesso il buon funzionamento dell’Unione economica e monetaria.

Il DPB costituisce il riferimento per l’impostazione della manovra di bilancio dello Stato. In altre parole, con il DPB i Paesi dell’area euro illustrano all’Europa, in forma sintetica e standardizzata, in che termini imposteranno il bilancio per l’anno successivo anche con riferimento al triennio. In questo caso, 2021-2023. Conseguentemente, enunciano i provvedimenti della manovra di finanza pubblica che intendono attuare per conseguire gli obiettivi programmatici e sottolineano le ricadute che questi provvedimenti avranno sui conti pubblici e sulla crescita economica. Il DPB deve essere inviato alla Commissione europea entro il 15 ottobre di ciascun anno.

Contestualmente, ai sensi delle regole contabili del nostro Paese, è inviato alle Camere. La Commissione adotta, il prima possibile e in ogni caso entro il 30 novembre, un parere sul DPB. Qualora riscontri gravi inosservanze delle norme contabili europee, può chiedere di rivedere il DPB tenendo conto delle sue osservazioni.

Dunque, l’importanza del DPB risulta anchedalle poche annotazioni sopraddette. Vi si dovrebbe leggere ― sebbene ancora per grandi linee ― tutto ciò che potrà capitare ai cittadini a seguito delle decisioni che lo Stato prenderà con il suo bilancio. L’interesse poi per questa lettura può essere quanto mai vivo in questo momento tenendo conto della precaria situazione dell’economia causata da Covid. Merita quindi dare uno sguardo al DPB annunciato dal Ministro Gualtieri. Sono 47 pagine, in parte descrittive e in parte di tabelle. Di massima, seguono quanto stabilito dalle norme europee.

Già però su queste norme si può fare una prima riflessione. Il gravissimo momento di recessione economica richiederebbe interventi immediati da parte dello Stato/degli Stati. Ma gli apparati della burocrazia europea non hanno fretta. Si prendono 45 giorni per valutare il DPB. Ora, è pur vero che l’esame, da parte della Commissione europea, dei DPB dei 27 Paesi non può essere fatto in pochi giorni.

Forse però, considerate le circostanze, si poteva decidere una riduzione dei termini. E c’è di più. Il parere della Commissione arriva quando è già in discussione, presso il Parlamento, il bilancio. Se l’organismo europeo formulasse rilievi, il DPB dovrebbe essere rivisto (in parte o totalmente) ritardando, ulteriormente, la definizione del massimo strumento contabile dello Stato senza il quale, nel nuovo anno, non può operare.

Un secondo elemento da considerare è che le grandezze economiche esposte nel DPB non sono espresse in valori assoluti ― e quindi di immediata percezione ―, ma in percentuali del Prodotto interno lordo (Pil). Già di per sé, il Pil è un valore di non semplice definizione. Resta, comunque, un valore approssimativo. Per inciso, in tutto il DPB l’ammontare del Pil italiano viene indicato una sola volta in valori assoluti: 2019, 1.726,7 miliardi di euro. Conseguentemente, tutti i calcoli sono riferiti, in percentuale, a questo valore.

Va però tenuto presente che, a causa degli andamenti di Covid, il valore del Pil oscilla quotidianamente e in diminuzione, specialmente per l’Italia. La stessa Commissione europea sottolinea che oggi, in tema di Pil, “la parola d’ordine è incertezza”. Quindi, che dimensioni reali possono essere attribuite alle stime esposte nel DPB? Dimenticandosi delle norme europee, vien quasi da dire che forse l’enorme lavoro certamente dedicato dagli apparati burocratici alla predisposizione del DPB poteva essere impegnato più proficuamente.

Poi ci sono i contenuti, le cosiddette “Riforme strutturali”. Qui esplode la narrativa prediletta dal Governo Conte.Nel triennio 2021-2013: “Oltre agli interventi volti ad accelerare la transizione ecologica e quella digitale e ad aumentare la competitività e la resilienza delle imprese italiane, verrà dedicata particolare attenzione alla coesione territoriale attraverso la fiscalità di vantaggio, gli investimenti infrastrutturali e il rafforzamento dei fattori abilitanti per la crescita.

Particolari sforzi e risorse saranno anche indirizzati verso gli investimenti in istruzione e ricerca, con l’obiettivo di fare un salto significativo nella quantità delle risorse e nella qualità delle politiche, e il potenziamento e la modernizzazione del sistema sanitario. …..

Il Governo intende anche attuare una riforma del fisco finalizzata alla semplificazione e alla trasparenza, al miglioramento dell’equità e dell’efficienza del prelievo e alla riduzione della pressione fiscale. ….. A queste misure verranno affiancati specifici interventi volti a migliorare il mercato del lavoro.

Infine, verranno realizzate altre riforme volte ad affrontare i colli di bottiglia presenti in diverse aree come quella della giustizia, e della Pubblica Amministrazione per modernizzarla, digitalizzarla, svecchiarla” Insomma, si rifarà l’Italia. E, in questo stordimento di parole, si arriva financo a ipotizzare una “significativa discesa del debito pubblico”. Tali le descrizioni.

Però la narrativa prosegue anche nel momento in cui si dovrebbe parlare di risorse per realizzare le Riforme strutturali. Si chiama in causa, immediatamente, il “Recovery plan” europeo, poi denominato “Next Generation EU (NGEU)”, con i suoi 750 miliardi di risorse per il periodo 2021-2026. E, dopo aver perentoriamente affermato che: “Il Governo ha assunto la funzione di indirizzo per la redazione del Programma di Ripresa e Resilienza (PNRR)” e che: “Il Governo elaborerà a breve uno schema del PNRR per l’Italia” (per Conte, il Parlamento non esiste proprio), si afferma che: “Un’importante componente della politica di bilancio per il 2021-2023 sarà il pieno utilizzo delle sovvenzioni e dei prestiti previsti dal NGEU per incrementare gli investimenti pubblici in misura inedita (sic!) e aumentare le risorse per la ricerca, la formazione, la digitalizzazione e la riconversione dell’economia in chiave di sostenibilità ambientale”.

Ancorché volendo tenere in considerazione i vaghi dati di finanza pubblica nostrana che compaiono del DPB ― in buona sostanza, le risorse di cui potremo disporre attingendo al nostro bilancio ―, sembra di poter concludere che tutto ciò che servirà per attuare le azioni di governo programmate e raggiungere gli obiettivi indicati, verrà tratto dai finanziamenti europei.

Ora tutti sappiamo che questi, almeno per ora, esistono soltanto sulla carta. Inoltre, stanno diventando sempre più ballerini per i contrasti esistenti all’interno della stessa Unione europea circa l’entità, la ripartizione, i tempi di erogazione, l’utilizzo che si potrà fare degli stessi e via cantando. Sembra quindi che far dipendere tutta la nostra programmazione di bilancio e la sua realizzazione da un fatto futuro e ancora incerto significhi parlare del nulla.

Come detto prima, il DPB dovrebbe costituire la trama per la stesura dei documenti contabili di bilancio. Lì ci sono i numeri veri. Vedremo come la narrazione si concretizzerà in importi matematicamente leggibili e non soltanto in percentuali di dubbia consistenza.