Trent’anni senza Del Noce, l’antimodernista che voleva salvare la modernità

di Salvatore Scaletta
8 Gennaio 2020

Il 30 dicembre del 1989 si spegneva a Roma Augusto Del Noce, probabilmente il più importante filosofo italiano del ‘900: osteggiato ed estremamente “inattuale” in vita, straordinariamente imprescindibile oggi a trent’anni dalla sua morte. Consapevole del fatto che la modernità per come oggi la conosciamo rappresenta soltanto una delle sue possibili linee di sviluppo, non l’unica né tantomeno quella necessaria, ne combatté il razionalismo e l’immanentismo: sapeva infatti che, di fronte al fallimento della storia (cioè del comunismo) che era stata sostituita a Dio nell’incarico di realizzare il bene del mondo, l’inevitabile conseguenza dell’assenza di una verità che unifica gli uomini sarebbe stata l’esplosione degli interessi egoistici e degli istinti meramente vitali: da qui, il trionfo del relativismo etico, la cui condanna lo unirà intellettualmente alle riflessioni di Joseph Ratzinger. Il razionalismo infatti ignora i limiti della ragione e, avendo necessità di autofondarsi, è incapace di riconoscere la Trascendenza. Per Del Noce “l’ateismo è il termine conclusivo a cui deve necessariamente pervenire il razionalismo al punto estremo della sua coerenza”, nel momento in cui esso distrugge le basi stesse della vita umana.

Esiste però una linea di sviluppo alternativa che parte, come la prima, da Cartesio: accettare la consistenza oggettiva dell’essere umano, e dunque che l’uomo non è ciò che pensa di essere ma ciò che effettivamente è. In questa prospettiva, egli non può che riconoscere l’esistenza di un Essere che viene prima di lui, e dunque guardare alla sua vita come dialogo con Colui che lo precede.

In estrema sintesi, Del Noce non era un antimoderno, semmai era un antimodernista. Egli auspicava semplicemente una modernità che fosse intimamente cristiana, perché si potesse salvare nel momento della sua peggiore crisi ed evitasse di sprofondare nel baratro del “nichilismo gaio senza inquietudine” che definiva come una “sequenza di godimenti superficiali nell’intento di eliminare il dramma dal cuore dell’uomo”. Infatti, la caduta del Muro di Berlino, che fece in tempo a vedere poco prima di morire, non fu per lui un evento lieto, perché l’apparente dissoluzione del marxismo rappresentava in realtà il suo pieno compimento: esso si sarebbe trasformato nel “partito radicale di massa” che avrebbe fatto dell’edonismo, del relativismo morale e del materialismo “puro” la sua bandiera.

Trent’anni fa ci lasciava insomma un gigante che aveva visto molto lontano, prevedendo sin nei minimi particolari la devastazione morale ed intellettuale che il “totale individualismo” occidentale avrebbe prodotto. Rileggerlo oggi, tuttavia, ha l’effetto di una ventata d’aria fresca che rinvigorisce la mente e il cuore: aveva previsto il disastro attuale, ma aveva anche prescritto la medicina capace di “curare” la modernità.