Tosa, Scanzi, Tommasi & Co., una sentenza smaschera gli oligarchi del web

di Daniele Dell'Orco
2 Settembre 2021

Lorenzo Tosa è un oligarca del web da mezzo milione di followers e pseudo giornalista diventato famoso per avere accettato un incarico da ufficio stampa per il M5S (pur non essendo grillino) ed essersi chiamato fuori al momento del fu accordo con la Lega. I suoi post, di norma, sono ricchi di retorica, di narrazione buonista, di moralismo e di “wokeness”, la “consapevolezza etica” che si autoattribuiscono i fari del progressismo spinto.
Un CV con poco senso ma che gli ha permesso di diventare direttore di Next quotidiano.
Peccato che, oltre a tutto ciò, spesso racconti stupidate.
Come quella relativa alla nomina ad Ambasciatore a Singapore di Mario Vattani.

Ricordate la storia no?
Vattani, diplomatico di razza, persona per bene, stimato autore di libri (in questi giorni è in libreria con “Rika”, Idrovolante edizioni), ha ricevuto mesi fa l’incarico dal Consiglio dei Ministri ed è stato bersagliato da Tosa e dai campioni della sinistra che sono arrivati addirittura a chiedere al Presidente della Repubblica di revocargli la nomina poiché “inadeguato” per via delle sue idee “di destra”.
Tosa, convinto che tutto sia un gioco e che le istituzioni di uno Stato democratico possano essere sovvertite a colpi di likes, ha fatto cartello con i compagni di merende Andrea Scanzi, Saverio Tommasi, Tomaso Montanari, Fabrizio Delprete etc. per lanciare una petizione su Change.org e sollevare le masse per esercitare pressione sul governo affinché potesse fare dietrofront.

La loro crociata, però, stavolta è finita male. Prima il governo (per bocca di un sottosegretario PD) ha difeso la sua scelta e oggi il Tribunale di Genova ha disposto la rimozione della petizione e la condanna per Tosa a pagare 7mila euro di spese processuali per, si legge, “travisamento e manipolazione di uno specifico fatto storico [una presunta aggressione attribuita a Vattani anni or sono, NdR], con il quale è stata realizzata una distorsione rispetto all’intento informativo dell’opinione pubblica che è alla base del riconoscimento dell’esimente del diritto di critica” (ne dà notizia l’AdnKronos).
Inoltre, la petizione e le narrazioni dei fenomeni del web conterrebbero “prospettazione dei fatti opposta alla verità, in modo tale da gettare discredito sulla persona interessata”.

In sostanza, un giudice sostiene che i nostri, fenomeni di trasparenza, giustizia sociale, onestà intellettuale, superiorità morale, dicano balle.
Siccome le balle sui social funzionano, e il loro portafogli sarà intaccato lievemente ma la loro reputazione no, non troverete traccia di questa notizia nei canali fedeli all’ideologia “woke”.
Ma per una volta la speranza è che, come accade ai loro post, possa diventare virale una notizia che li sconfessa.