Sotto il segno del pipistrello: Gennaro Malgieri racconta il Covid-19 nel suo diario

di Redazione
26 Giugno 2020

In occasione dell’uscita del libro Sotto il segno del pipistrello. Dentro la pandemia. Un diario, edito da Fergen, abbiamo incontrato il suo autore – l’onorevole Gennaro Malgieri – che ha condiviso con noi, in questa intervista, pensieri e sensazioni riguardo il periodo che stiamo vivendo.

  • Durante il lockdown ha scritto un libro, un diario a cui ha affidato i suoi pensieri, le sue sensazioni: Sotto il segno del pipistrello. Scrivere l’ha aiutata ad affrontare meglio questo periodo?

In realtà scrivo il mio diario dall’età di 16 anni. Con qualche pagina bianca, naturalmente. Ancor prima che venisse dichiarata la pandemia ed il conseguente lockdown è stato fatale che mi concentrassi su ciò che accadeva intorno a noi. E così ho descritto l’invasione dell’alieno invisibile giorno per giorno appuntando fatti, sensazioni, emozioni, considerazioni, ricordi: dentro la pandemia, come recita il sottotitolo, c’è tutto. Ma soprattutto c’è la metafora della decadenza, del disfacimento, della globalizzazione della paura, della presa di coscienza della nostra precarietà e, dunque, di una considerazione della morte che abbiamo fin qui esorcizzato. L’ho affrontato meglio il periodo più oscuro perché come interlocutore ho scoperto me stesso.

  • La pandemia ci ha colti un po’ alla sprovvista, pensa che riusciremo in qualche modo ad arginarla e a tornare alla nostra vita “di prima”?

L’argineremo certamente, ma il vaccino di cui abbiamo bisogno, un bisogno disperato, non è quello che combatterà l’epidemia, ma di un vaccino spirituale abbiamo maggiore necessità. Non si fabbrica nei laboratori farmaceutici, ma nell’anima di ciascuno di noi. Se abbiamo capito la lezione, impareremo a seguire “virtute e conoscenza”. Sobrietà, frugalità, disponibilità, generosità: il virus forse ci ha portato anche questo insieme ai malati e ai morti. A patto che si sappiano leggere i segni della catastrofe e comportarsi di conseguenza. Quanto a tornare alla vita di prima è possibile, ma mi creda, con milioni di vecchi scomparsi la memoria si è affievolita; la generazione degli adolescenti non saprà mai che cosa ha perso nell’età più delicata della sua formazione, posto che l’emergenza per quanto si attenuerà durerà almeno due o tre anni. Dunque, non tutto sarà come prima. Intanto dal punto di vista materiale la lotta all’impoverimento condizionerà le nostre esistenze. Ed un velo di tristezza connoterà le attività di chiunque anche quando sarà passato il coronavirus. Penso che alle epidemie che hanno segnato profondamente la storia dell’umanità dovremo abituarci. E scoprire quel vaccino spirituale del quale parlavo per fronteggiare il male che non s’annuncia, ma si presenta non invitato.

  • Secondo lei, ci sono stati errori nella gestione della pandemia da parte del governo?

Il governo ha fatto quello che i virologi gli hanno detto di fare e fin qui è andata abbastanza bene, tranne alcuni “misteri” irrisolti come quello della Lombardia. Ma quando ha dovuto assumere provvedimenti civili è andato in confusione, si è rifugiato in uno strumento giuridico come il DPCM, poco più d’un atto amministrativo, ha esautorato il Parlamento, si è inventato una inutile task force lasciando in disparte il CNEL, ha preso provvedimenti contraddittori. Il culmine è stato raggiunto con il quotidiano scontro tra Stato e Regioni, frutto di una riforma costituzionale demenziale. Non ha saputo dare serenità, ma ha seminato paura e attraverso la paura ha pensato di poter governare più leggermente. Sul piano economico ha combinato più guai di quanti potessimo immaginare. I rapporti con l’Europa sono stati pessimi perché non ha avuto la capacità di imporsi. Intanto fondi non ce ne sono. Quelli promessi non arrivano. La povertà incombe e Conte s’inventa il bonus vacanze, 500 euro (una miseria, un’elemosina) da aggiungere al magro bilancio delle famiglie per andare al mare e ai monti. Ridicolo e drammatico al tempo stesso. Forse anche offensivo.

  • Crede che sarebbe stata possibile, così come scrive lei, “un’altra via per contenere la disperante prospettiva della distruzione”? 

Penso di sì. Bastava far funzionare la legislazione vigente senza inventarsi meccanismi giuridici che hanno aggravato tutto. Il governo avrebbe dovuto chiudere prima e soprattutto usare determinazione e coraggio soprattutto nell’intervenire sulle scuole ed in tutti i luoghi di aggregazione. La storia delle mascherine è stata una pochade avvilente. Ma il tutto s’inquadra nella disaggregazione dai territori dei presidi ospedalieri: la sanità, grazie alle regioni, in Italia è all’anno zero pur avendo medici tra i migliori al mondo ed un personale paramedico ed infermieristico di prim’ordine. Purtroppo, i tagli del passato hanno condizionato un atteggiamento che poteva essere più aggressivo contro il Covid. Dobbiamo alla responsabilità degli italiani se i danni sono stati limitati: potevano essere molto più devastanti.

  • Pensa che, alla luce di tutto quello che è successo, i rapporti tra le persone siano cambiati?

Sì. C’è molta diffidenza. Vedo la preoccupazione camminarmi accanto. Sento una solitudine che mai ho avvertito prima in tutte le fasce della popolazione. Il non detto riempie i pensieri della gente: e se dovesse tornare? A questo interrogativo non c’è risposta al momento. Non mi iscrivo alla schiera degli ottimisti che ritengono che il virus svanisca all’improvviso. Spillover è il mutamento che i coronavirus hanno come caratteristica fondamentale. Impossibile controllarli. Guardi in Cina, sembrava debellato. Da Wuhan è arrivato a Pechino. E perché l’America Latina sta morendo e l’Africa è stata appena sfiorata dal Covid? Interrogativi che impauriscono la gente. Nessuno sa quanto resisterà. Dove s’insedierà, quando ritornerà. Per adesso sembra mordere meno in Italia. Ma le assicuro che ovunque vada non si parla d’altro e nessuno si lamenta del distanziamento sociale e delle mascherine. La vita è cambiata, le persone sono cambiate. Dovremmo trovare una forza sconosciuta finora per reagire e adeguarci a convivere con l’alieno. Ma è un esercizio lungo, faticoso, incerto, terribile.

  • Come sta vivendo questo periodo di lenta ripresa della vita “normale”?

Come sempre. Leggo, scrivo, studio, ascolto la musica, faccio lunghe passeggiate all’alba sulla spiaggia per poi rifugiarmi nel silenzio di casa mia. Vivo sobriamente (ma quasi sempre l’ho fatto) e non trascuro il mio diario che continua a riempirsi di note, ma non sul virus.

  • Nel citare Carl Schmitt, con riferimento al concetto di stato d’eccezione, lei ritiene che l’eccezionalità di un dato momento possa essere sostenuta da una classe politica responsabile e accettata. A suo modo di vedere, dunque, la completa sospensione delle libertà individuali è stata accolta male per via di una classe politica poco responsabile e poco accettata?

In parte sì. Bisogna essere legittimati per sostenere lo stato d’eccezione. Moralmente e giuridicamente. La nostra classe politica ha limitato le libertà individuali, anche inutilmente. In molti casi bastava il distanziamento regolamentato. Molti esercizi sono stati improvvidamente chiusi: bastava fare le file e farle rispettare. Utilizzare di più la forza pubblica per evitare gli assembramenti, controllare le case di riposo dove si sono sprigionati i più devastanti focolai di contagio, e soprattutto evitare la retorica della paura e far sentire la forza dello Stato, ma di uno Stato amico. Che poi questa classe politica sia di scarso valore lo vediamo tutti i giorni. E sono soprattutto i conflitti tra i poteri dello Stato che mi preoccupano. Come si può arginare un cataclisma come quello che si è abbattuto su di noi se lo Stato non è coeso? No, non mi sento di essere neppure pallidamente ottimista.

Annabel Scalise