Sette fratelli e una guerra civile: appello per la pacificazione

di Leonardo Tosoni
25 Aprile 2020

C’è una ferita mai rimarginata nella nostra storia nazionale. È quella della guerra civile che dal 1943 al 1945 fu combattuta sul territorio della nostra penisola, soprattutto nell’Italia settentrionale. Una guerra civile, intendiamoci, solo in parte combattuta da italiani, poiché come si sa, il Bel paese era divenuto teatro di scontro tra la Germania nazista e gli Alleati. Ripercorrere qui l’intera vicenda sarebbe inutile, oltreché velleitario, ma rattrista il permanere di un rancore inaudito, soffocante, che riesce ancora oggi a dividere gli italiani.

Benintesi, si tratta a dire il vero di rancore derivante da propaganda politica, poiché non si è mai smesso di fare della storia – tantomeno in Italia – un’arma buona per cercare consenso. Lo ha scritto anche Sergio Romano in un articolo apparso sul Corriere della Sera del 19 aprile. E in effetti, la memoria storica snaturata dall’uso politico dei fatti è un azzardo che rischia di determinare un duplice esito rovinoso: da un lato continuare a dividere un popolo che ormai a quasi un secolo di distanza dovrebbe almeno rimarginare questa ferita ritrovandosi finalmente unito; dall’altro la strumentalizzazione continua della storia rischia di vilipendere davvero la memoria di decine di migliaia di morti innocenti e di figure eroiche, dall’una e dall’altra parte. 

Della storia nazionale si possono avere interpretazioni diverse, ma esse non possono che partire almeno da una base comune riconosciuta, frutto del confronto di studi storici diversificati. A tal proposito, anche se si rischia il linciaggio ogniqualvolta si provi ad aprire questo discorso, è necessario sapere che qui non si sta chiedendo di sconvolgere la storia; di buttare nella spazzatura tutti gli studi di questi decenni per poi interpretare l’Italia tra le due guerre solo per il tramite delle opere di Gioacchino Volpe, Duilio Susmel, Giorgio Pini, Pino Rauti e Rutilio Sermonti, che pure andrebbero prese in considerazione.

Ma almeno di aprire e studiare i volumi di quegli storici che, pur di formazione antifascista mai rinnegata, hanno inteso comprendere la complessità di un fenomeno che non può essere giudicato sbrigativamente e in maniera assolutistica. Si tratta delle decine di migliaia di pagine scritte da Renzo De Felice – già deputato del Pci e riconosciuto come il più grande storico del fascismo – da Emilio Gentile, dall’israeliano e marxista Zeev Sternhell, da Roberto Vivarelli, allievo di Gaetano Salvemini, ma anche molti altri. Da questi studi non emerge certamente una visione idilliaca dell’intero fenomeno storico ma essi assumono importanza fondamentale se si vuol delineare una base comune in cui ritrovarsi e a partire dalla quale dare una propria, personale, ideologica, spirituale interpretazione.

Se così non fosse condanneremmo la nostra Repubblica, al soggiacere di quella eterna vulgata politica che tanta fortuna ha avuto e continua ad avere in Italia, che non è altro però che la riproposizione dell’interpretazione stalinista del fascismo. Una interpretazione riduttiva e insultante persino per il sacrificio di chi, pur combattendo l’occupazione tedesca da posizioni cattoliche, liberali, monarchiche, repubblicane o socialdemocratiche – e perdendo spesso la vita per mano dei loro stessi alleati filosovietici – non avrebbe mai accettato un simile riduzionismo.

Nel bel mezzo del rancore, dell’odio, della divisione, si staglia però nella memoria un’immagine. Anzi due. Sono i sette fratelli che sembrano unire gli apparentemente inconciliabili due fronti dell’ultima guerra civile.

Sette fratelli, da una parte e dall’altra. I fratelli Cervi e i fratelli Govoni. Quattordici italiani che non dovevano morire. 

I più intransigenti nostalgici delle due fazioni probabilmente criticheranno la scelta di accomunare in un unico ricordo questi morti. Eppure, dal profondo del cuore, nel fondersi delle lacrime delle rispettive madri, non può negarsi una radice comune, un qualcosa di misteriosamente originario, che sublima la morte di tutti: l’appartenenza alla stessa patria, l’innocenza, l’idealità di fondo che li mosse.

Nessuno potrà mai negare l’orrore di una dittatura, purché la si inquadri in un preciso contesto storico. Ebbene, la famiglia Cervi mai si arrese allo spirito pervasivo di un sistema politico che, divenuto autoritario, non risparmiò violenze, carcere ed esilio ai più accesi nemici politici. Nessuno di noi dimenticherà i versi che Salvatore Quasimodo riservò alla storia dei fratelli Cervi; una storia del mondo contadino, della gente umile della campagna emiliana, dei lavoratori della terra con valori ben temprati dall’amore familiare. Gelindo, Antemore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio e Ettore erano lavoratori coraggiosi che si opposero a un potere quando opporsi allo stesso significava mettere a rischio la propria vita; una vita che i “sette fratelli dei campi” offrirono in un condensarsi di umiltà e di libertà.

È dunqe giusto, sacrosanto, il ricordo che fin da scuola impariamo a coltivare per i sette fratelli Cervi. Ciò che taglia lo stomaco e opprime l’anima è invece sapere che per i sette fratelli Govoni non c’è spazio nella memoria. Anche loro figli del mondo contadino, temprati anch’essi dai valori di amore familiare e dal lavoro. E però non c’è una poesia di Quasimodo, non ci sono scuole intitolate, film importanti, documentari Rai. Non c’è pellegrinaggio istituzionale delle alte cariche dello Stato e neppure una targa commemorativa. È l’eccidio dimenticato di Argelato, Pieve di Cento, Bologna. Perpetrato a guerra finita, tra l’8 e l’11 maggio del 1945. Dodici le vittime del primo giorno, le restanti diciassette nei giorni seguenti, per un totale di ventinove, tra cui i sette fratelli Govoni: Ida, Marino, Primo, Giuseppe, Dino, Emo e Augusto, due soltanto dei quali avevano aderito alla Repubblica sociale italiana. Tutti uccisi senza colpi di armi da fuoco, ma strangolati dopo torture e sevizie. I loro beni terreni costituirono bottino per gli uccisori con il fazzoletto rosso. Questi ultimi, tra l’altro, coperti dalla legge ferrea dell’omertà, inizialmente non furono rintracciati. Nel ’53, dopo lunghe e dirottate indagini, finalmente scoperti e condannati, riuscirono comunque a cavarsela fuggendo in Cecoslovacchia.

Quanto è difficile discernere la buona dalla malafede, l’eroismo dalla vigliaccheria, l’ingiustizia soverchiante dall’ideale incarnato in un petto pronto a offrirsi a una fucilazione, l’atto di guerra dall’inutile strage di civili? Quanto è difficile capire che in una guerra civile queste pulsioni si incarnano necessariamente su entrambi i fronti?

Se è impossibile ad oggi parlare di memoria condivisa, tanto gli uni rimarranno legati al mito insindacabile della Resistenza, quanto gli altri all’Onore esclusivo di chi non cambiò bandiera, lo Stato italiano non può continuare a negare un fiore alle tombe dei vinti innocenti, una lacrima a quelle bambine, a quelle donne torturate e uccise in quanto madri, mogli, figlie, sorelle.

Un ultimo interrogativo si impone come un rastrello che raschia sul fondo della sofferenza: chi trae vantaggio dal dividere ancora gli italiani su questa storia tragica?

Sette fratelli, da una parte e dall’altra, accomunano i fronti dell’ultima guerra civile. Per carità di patria, è ora di ricordarli. Tutti.