Se solo le influencer ci possono salvare…

di Lorenzo Somigli
20 Luglio 2020

Firenze si affida a Chiara Ferragni e Cristina Fogazzi per riacciuffare il turismo di massa. Anziché ripensare il modello si cerca di ricostruirlo. Una coazione a ripetere.

Alla ricerca del turismo perduto. Firenze si butta sulle influencer sperando di acchiappare quel pubblico che pende dalle loro labbra e acquista qualunque oggetto propinino. Da follower a turista, da consumatore a visitatore. Senza spremersi troppo le meningi, ben lungi dal tentare minimamente di rivedere il modello economico imperniato sul turismo di massa, ecco il ritrovato contro la crisi da forestieri: post su Instagram e stuoli di seguaci pronti a sciamare in città. Uno schema che non sembra essersi aggiornato e inefficace: i flussi stentano a ripartire, quando ripartiranno non saranno della stessa entità di prima.

Chiara Ferragni appare agli Uffizi, senza conchiglia né strabismo ma è subito Venere. L’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze dal canto suo recluta l’Estetista Cinica, al secolo Cristina Fogazzi, nota per i suoi video sulla cellulite. Absit iniuria verbis. Chiara Ferragni è stata un’innovatrice assoluta nella comunicazione, l’Estetista Cinica tratta sul suo profilo Instagram temi anche importanti. Ma la vendita di prodotti, servizi, la promozione di ambienti cozza necessariamente con l’arte. La cultura non è mercificabile o almeno non dovrebbe esserlo.

La pandemia e le profonde ricadute sul tessuto economico e sociale di Firenze avrebbero dovuto insegnare qualcosa. Non di solo turismo di massa può vivere una città. Per quanto attrattiva possa essere. Impostare il modello economico, dall’artigianato in poi, sui soli proventi derivanti dai forestieri è stato un errore marchiano e rischia di essere una sentenza di morte per intere filiere ma la resipiscenza tarda ad arrivare. Il tema fu trattato nel dialogo tra il Circolo di Ancona e quello di Firenze durante la pregevole manifestazione “L’Italia dei Conservatori” organizzata da Nazione Futura lo scorso novembre. Ben prima della pandemia.

Ben vengano le influencer dunque quando si tratta di promuovere la tale crema, l’hotel di turno, il panino unto che più buono non ce n’è. Ma non si provi a far credere che alla cultura servano questo genere di promozioni. Quale museo all’estero ricorrerebbe a questo mercimonio dell’arte? A chi mai verrebbe in mente? Non si venga ora a dire che i musei necessitano di questa comunicazione digitale per rilanciarsi. Le vere riforme, quelle che avrebbero permesso di digitalizzare il poderoso, composito, frammentario patrimonio culturale italiano rendendolo accessibile a tutti anche non di persona sono state osteggiate dalla burocrazia dei Ministeri. E ora è troppo tardi.