Quel che resta degli amori impossibili: un’analisi della nostalgia del futuro

di Vanessa Combattelli
5 Gennaio 2021

C’è sempre stato un tema comune che ha attratto gran parte della narrativa passata e presente: ci si riferisce a quelli che popolarmente vengono definiti amori impossibili, ove sussistono particolari difficoltà, limitazioni fisiche e temporali, ostacoli che vengono declinati nei modi più disparati, riprendendo la tragedia greca per culminare nella sua stessa concezione moderna.

Ed è proprio attraverso le piccole tragedie dei personaggi che l’amore si realizza e si raccoglie, il testamento nelle coppie impossibili si rivela nella sua incompiutezza, non v’è felicità né lieto fine, solo un amaro sentimento di nostalgia del futuro, o della saudade per come la chiamano i portoghesi.

Nel libro “La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo” il lettore, ad un certo punto, prova frustrazione di fronte a quell’inevitabilità del destino che vede il protagonista subire i suoi infiniti viaggi del tempo.

Henry, lo sfortunato viaggiatore, affetto da una malattia genetica è semplicemente costretto – senza alcun preavviso – a tornare indietro o nel futuro, restando intrappolato in un altro arco temporale persino per settimane, mentre sua moglie lo attende come facevano le compagne dei marinai tempo dietro.

Tale condizione porta la coppia a provare un senso di impotenza nei confronti dell’avvenire: ci si è spesso chiesti, dopotutto, come dev’essere la consapevolezza di dover nascere in un’altra epoca, ma in pochi si sono domandati: “e se la mia anima gemella fosse già nata, magari centinaia d’anni fa?”

Attraverso questo filo di impossibilità è nostra intenzione ripercorrere gli eterni paradigmi che determinano la realizzazione o meno di un rapporto, portando due persone a funzionare oppure a perdersi per sempre.

Se nella narrativa il lettore ha sempre provato un fascino sadico nelle tragedie, perché l’attrazione nei confronti di sfortunati avvenimenti a volte ci aiuta a provare maggior empatia verso i protagonisti, un meccanismo simile spesso si realizza nella vita reale, in particolar modo quando si ha a che fare con una società ove tutto è fungibile e sfuggente, persino l’amore.

Attraverso l’espressione “nostalgia del futuro”, la quale apparentemente pare rappresentare una contraddizione, si intende identificare tutti quegli avvenimenti mancati, che per una qualsiasi ragione non hanno veduto la loro realizzazione, perdendosi nei meandri della coscienza e del fato.

L’esperienza umana ha spesso messo in risalto che l’uomo dentro di sé conferisce un grande potere a tutto ciò che è parte di questa impossibilità, finendo dunque per ritenere la propria occasione passata una miniera d’oro che si è perduta per sempre e nulla potrà mai sostituirla.

E’ proprio l’impossibilità, simbolo di ciò che viene negato e non realizzato (ogni determinazione è una negazione), a rappresentare la chiave di volta per comprendere l’insoddisfazione umana che spesso ricerca nel passato, in tutto ciò che non ha ottenuto e non riesce ad ottenere, ragione della propria infelicità.

Lezione piuttosto cara per gli studenti lasciata da Platone fu, dopotutto, una riflessione relativa alla felicità: in qualche modo l’essere umano tende sempre verso ciò che non ha, per cui se in qualche modo possiamo essere sereni, la nostra felicità è uno stato temporaneo, raggiunto per poco tempo, mentre tendiamo affannosamente di ottenere altro.

Se dunque è sin dall’Antica Grecia che si prova un’attrazione ineguagliabile nei confronti di ciò che è assente, degli eterni armadi di nostalgia del futuro, forse l’uomo dovrebbe smetterla di sentirsi superiore od inferiore al suo passato, perché in qualsiasi delle sue declinazioni l’impossibilità si esprime per essere una caratteristica eterna dell’essere umano.

Sicché non stupisce se la narrativa trova maggior parte della propria fortuna nel raccontare gli amori incompiuti, sono la carne viva delle storie ed esprimono due desideri opposti e necessari per vivere: da una parte v’è l’amore, chiunque (pur negandolo) ne sente il bisogno, ricerca qualcuno da cui essere capito e compreso, dall’altro la tendenza alle cose impossibili, platonicamente necessarie poiché metafora stessa della felicità.

Se volessimo ricavare una breve riflessione sociale e, magari una critica a cavallo con questo secolo, potremmo far notare sommessamente che a volte questi due elementi si uniscono trovando un’altra declinazione: non m’ama nessuno perché quello che voglio io è impossibile, per cui non esiste la persona che sto cercando, è nata e morta in un’altra epoca, ed io non la incontrerò mai.

Qualsiasi storia, impossibile o no, per funzionare ha bisogno di una dose d’impegno che non si sfama semplicemente grazie al colpo di fulmine, tanti rapporti vengono resi impossibili esattamente da questo paradosso: non v’è volontà necessaria per dedicarsi, e allora si parla di impossibilità, ci si riferisce alla nostalgia del futuro.

Allora si guarda all’irrealizzato, poiché se v’era una possibilità per essere felici doveva trattarsi di quella lì, mancando il coraggio di ammettere che la colpa è aver chiamato impossibile ciò che impossibile non era.