Quando Benedetto XVI comprese il Nietzsche segreto

di Maria Alessandra Varone
5 Gennaio 2023

Nel 2009, su Repubblica, uscì un articolo di Franco Volpi circa il confronto tra Benedetto XVI e la filosofia di Nietzsche. È noto, infatti, che il Pontefice più volte si confrontò apertamente, con rigore filosofico all’ateismo; ed è noto anche che Nietzsche rappresenti, agli occhi dell’opinione pubblica, il cantore più consistente dell’ ateismo moderno, seppure egli stesso venga dalla lunghissima tradizione della morte di Dio.

Benedetto XVI, in riferimento all’opera filosofica più importante sull’ateismo, Genealogia della morale, rimprovera il grande filosofo di aver “dileggiato l’umiltà e l’obbedienza come virtù servili, mediante le quali gli uomini sarebbero stati repressi, e ha messo al loro posto la fierezza e la libertà assoluta dell’uomo. Orbene esistono caricature di un’umiltà sbagliata e di una sottomissione sbagliata che non vogliamo imitare”.

Il giudizio su Nietzsche è netto, egli ha rappresentato la “superbia distruttiva” che distrugge e basta. Al tempo queste parole furono molto contestate dagli esperti nietzscheani, eppure c’è senza dubbio un fondo di verità, perché ad essere distrutto dal suo stesso sistema è stato proprio Nietzsche, il quale, cercando di superare gli idealisti e i romantici, ha provato a trasformare la volontà di potenza, che è volontà di vita, di auto affermazione, non più in qualcosa di irraggiungibile, non più in qualcosa da cercare di arginare, bensì da assecondare.

Ma la vitalità esonda ed è impossibile seguirla, soprattutto per una massima che è alla base di tutte le filosofie esistenti: nessuno può fare da solo, completamente solo. Questo Nietzsche lo sapeva bene, ma è un Nietzsche intimo, segreto, che noi conosciamo da Lou Salomè, la donna che ha amato, nonché contesa da Rilke e Freud, che racconta qual era il vero spirito di Nietzsche in rapporto a Dio.

Il filosofo era ben consapevole degli stessi concetti contenuti nelle parole del pontefice, ma non poteva accettarlo, non poteva ammetterlo, perché il Sé era il primo e ultimo termine della sua teologia dell’Io: “Bisogna amare se stessi – questa è la mia dottrina – di un amore sano e salutare: tanto da sopportare di rimanere se stessi e non andare vagolando in giro”. Il che significa rimanere nel mondo e di accettare la sofferenza come titani, che è una sofferenza solitaria, come quella dell’eroe greco secondo Nietzsche.

Ma noi sappiamo che l’eroe greco, in realtà, non era mai solo: con lui, contro Fato, c’erano gli uomini. Scrive Salomè nelle lettere: “La nostalgia di Dio, con il suo tormento, divenne un impulso alla creazione di Dio, e ciò dovete necessariamente esprimersi nella divinazione di se stesso. Nietzsche colse nel fenomeno religioso l’eccezionale soddisfacimento dell’ispirazione individuale, la volontà di trarre da Sé la più sublime felicità”. È proprio questo il punto, che sottolineò il teologo Romano Guarini:”Lui o io”. E così anche in Zarathustra: “Se esistessero gli dei, come potrei sopportare di non essere un dio?”.

Dietro queste parole, lungi da un’apparente arroganza, c’è una profonda consapevolezza del proprio stato di imperfezione, di quella che deve essere ridotta ad un’idea, cioè quella di Dio, perché altrimenti, ad un essere perfetto come il Cristo, che Nietzsche stesso ammirava, era dovuta obbedienza, ma l’obbedienza può essere esserci solo con la fede, che egli non aveva oppure non voleva. Eppure, anche il rifiuto e la lotta titanica sono una ribellione, ma a cosa, in realtà? A Dio o al nulla? Al nulla conduce anche la magnifica fierezza dell’auto affermazione. Il titano, infatti, perde sempre.

Ma mentre il romantico accettava la sublimità della lotta proprio per la consapevolezza dell’ inevitabile rovina dell’eroe, Nietzsche vuole vedere il titano trionfare, ma ciò gli è impossibile, perché è destinato a cadere, e così Nietzsche cadde e Benedetto XVI ebbe ragione: la superbia distrugge. E questo non è un imperativo da Re, ma un consiglio da Padre.

L’uomo non può trovare completamente da sé la felicità. E infatti, come nota Massimo De Angelis in una monografia dedicata al tema del rapporto tra il filosofo tedesco e Dio, “Serve ancora Dio?”, la morte di Dio è un avvenimento, non una certezza metafisica prestabilita; per Nietzsche Dio muore quando vede l’uomo, come si vede da La gaia scienza. Il pazzo con la lanterna, infatti, urla: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. E “trovandosi sulla piazza molti uomini non credenti in Dio, egli suscitò in loro grande ilarità. “L’hai forse perduto? Ha forse paura di noi? Si è imbarcato?”. Allora risponde il pazzo: “che ne è di Dio? Io ve lo dirò. Noi l’abbiamo ucciso. Dio è morto! Dio resta morto! E noi l’abbiamo ucciso! Come troveremo pace, noi assassini di ogni assassino?”.

Da qui si può dedurre che il rifiuto di Dio è il prodotto del dolore dell’uomo, per l’uomo, con l’uomo, rispetto alla cui tangibilità e concretezza, quella divina sembra una possibilità lontana, imposta con la forza o accettata per debolezza. Questo perché Nietzsche non riusciva a comprendere un punto che a Simone Weil era invece molto chiaro, perché per comprenderlo, o accettarlo, serve la grazia della fede: “la grandezza suprema del cristianesimo viene dal fatto che esso non cerca un rimedio sovrannaturale contro la sofferenza, bensì un impiego sovrannaturale della sofferenza”.