Paolo Isotta: Vita, estro e miracoli di un genio dimenticato

di Leonardo Tosoni
11 Dicembre 2022

È già un peccato contro la lingua italiana il solo pensare di poter scrivere di Paolo Isotta. Si avverte – la si deve necessariamente avvertire – una istintiva mancanza di competenza nel mettere in fila anche poche parole, tanto è vertiginosa l’altezza del grande musicologo e storico della musica, per non dire del suo essere stato, con le parole di Piero Sorrentino, un “colosso napoletano della cultura e titano dell’erudizione”.  

Fosse solo per fare dispetto ai soloni del pensiero unico, un imperativo categorico obbliga però a segnalare un libro da poco dato alle stampe: Paolo Isotta. Vita, estro e miracoli in 22 testimonianze (Controcorrente, 2022), che restituisce ai lettori un personaggio grandioso, e perciò ostracizzato. Gli inadattabili, i veri libertari, gli anarchici di ogni colore, peggio se affini alla destra, si sa, non possono pretendere riconoscenza dai potentati da sempre beffati – e sbeffeggiati – neppure dopo quasi quarant’anni passati a scrivere per il Corriere della Sera, prima dell’allontanamento. 

A prendere in spalla il peso di un ricordo così impegnativo sono 22 amici di “Paolino”, come amava farsi chiamare da chi gli voleva bene. Non resta che sgranare gli occhi nel leggere gli elogi di personaggi non certo soliti a togliersi il cappello: Feltri, Travaglio, Sgarbi, l’attuale Ministro della cultura Gennaro Sangiuliano, ma anche l’ex Sindaco comunista di Napoli Antonio Bassolino, il regista Marco Tullio Giordana, la sindacalista della Cisl Lina Lucci. Tutti a inchinarsi di fronte a una magnitudine di sapienza che odorava di altre epoche, da risultare prisca in questi nostri, miseri tempi.  

L’immagine più bella per descrivere questo prodigio del genio italiano – e napoletano – resta quella di Pietrangelo Buttafuoco, in un articolo sul Foglio del 2013: “Il più complicato fiore di libertà nella palude fetida del nostro conformismo”. Ecco Paolo Isotta, ed ecco spiegata l’ostilità oggi scontata dalla sua figura nei salotti della cultura “con il segno di C in maiuscolo”. Sarà stato anche per via del suo carattere sulfureo e intransigente, “uno Sgarbi più estremo, più radicale, più sincero, più convinto” a detta dello stesso Vittorio. Ma come tutti i grandi, intimamente buono, umile, indulgente con gli amici, portato a starsene più tra i sordidi che con le conventicole elitarie.  

Una personalità eccessiva, strabordante, ma raffinatissima, elegante, sempre alla ricerca della Bellezza. Irregolare in tutto, dai giudizi sferzanti su opere e artisti, al suo spiritualismo paganeggiante; se non ateo agnostico, ma innamorato di ogni trascendenza, financo della liturgia cattolica e soprattutto dei Santi: “Io son un uomo all’antica, e credo solo nei Santi: e nemmeno in tutti…”. Devoto a San Gennaro.  

Bisessuale dichiarato, un musicologo pensò di offenderlo definendolo “la napoletana Isotta”, ma fu lui a disintegrare con parole definitive, dalle colonne de Il Fatto quotidiano, ogni mostruosità omofoba: “Che un taluno possa dare dell’omosessuale a un altro a titolo d’insulto mi pare manifestazione non d’infamia, di cretinaggine”. Cretino, appunto, l’omofobo, e nulla più; ma sempre al tempo stesso allergico alla retorica della lobby lgbt – insofferente a ogni ipocrisia – non concepiva l’espressione gay: “un eufemismo piccolo borghese da mezzacalzetta”. Per lui “il termine più consono a una natura curiosa di altre navigazioni” era un altro. Così, al giornalista di Rai3 che gli domandò: “Isotta, è vero che lei è gay?”, dopo un silenzio a dir poco infastidito, rispose: “Io gay? Io? Io so’ ricchione”, orgogliosamente, spiazzando tutti. 

Troppi sarebbero gli aneddoti da raccontare, le vette di sapienza che riuscì a toccare con le opere, gli articoli, la musica. Se l’Italia fosse il paese che dovrebbe essere, “inseparabile dalle sorti della bellezza, cui ella è madre”, come auspicava D’Annunzio, uno come Paolo Isotta sarebbe stato nominato Senatore a vita e oggi, a quasi due anni dalla sua dipartita, qualcuno si ricorderebbe di onorarne la figura con una Via o una Piazza. 

Il senso di colpa per le troppe, e assai sgraziate parole di questo articolo, impongono un arresto alla tastiera. Paolino ci perdonerà, o forse no. Un solo fine in tutto ciò: una preghiera. Che qualcuno, imbattendosi nel suo nome, possa incuriosirsi e leggere uno dei suoi libri memorabili: La virtù dell’elefanteAltri canti di MarteIl ventriloquo di DioIl Canto degli animali o il postumo San Totò, per citarne alcuni, e così eternare una grandezza, farla sopravvivere. A disdoro dei pédagogues che da decenni tentano di raddrizzare le gambe alla fantasia. Gli stessi – locupletatissimi – che lo consideravano infando, per prendere a prestito due parole imparate da lui. 

Forse è solo un’illusione. La verità è che, per liberare l’Italia dai reticolati della Kultura, ci vorrebbe un miracolo; e se è di Paolo Isotta che abbiamo fin qui parlato, non resta che raccomandarsi, con lui figlio devoto, al Santo più amato. Che ci pensi San Gennaro.