Lo spettro comunista

di Pasquale Ferraro
21 Gennaio 2021

Scrivevano Carlo Marx e Federico Engels nel Manifesto del Partito Comunista, “ uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo”; questo spettro accompagna i destini dell’Italia dal 21 gennaio 1921, esattamente cento anni fa. Quando in quel fatidico congresso di Livorno in cui si frantumò il Partito Socialista Italiano, e in cui la corrente filobolscevica guidata da Gramsci e Bordiga, decise di abbandonare i lavori del congresso e dare vita a quello che tutti conosciamo come il PCI.

All’epoca Partito Comunista d’Italia, rivoluzionario e aderente all’internazionale comunista, quella che proprio i socialisti scelsero di abbandonare, rifiutandosi di espellere la corrente riformista di Filippo Turati.  Da quel giorno la storia della sinistra italiana prese una piega, allora ancora imprevedibile, i cui effetti nelle forme più autentiche si sarebbero palesati solo nel secondo dopoguerra.

Da diverse settimane è in corso sui giornali, tv e attraverso una folta produzione saggistica, un festival celebrativo del partito comunista, senza però apportare quel metro critico e quell’analisi storica che servirebbe per comprendere con lucidità un pezzo importante della storia del nostro paese.

Il ruolo che il partito comunista ha giocato negli eventi fondamentali del nostro paese è ancora avvolto in una patina che oscilla fra il leggendario e il celebrativo, aleggia infatti una zona d’ombra abilmente mantenuta tale, sulla quale si deve tacere.

Non è un caso che la storia del comunismo italiano, viene riscritta in questi giorni da storici ed ex –

se sono mai stati realmente tali – comunisti, i quali dipingono il PC, come ciò che non è mai stato, un partito riformista e attore del cambiamento.

Al contrario il partito di “botteghe oscure” ha attraversato la storia italiana, mettendo in campo di volta in volta atteggiamenti di ostruzionismo ad ogni cambiamento radicale nella società italiana, ed in particolare quando promotori di questo cambiamento si facevano gli altri partiti della sinistra ed in particolare l’antico genitore, il partito socialista.

Il velo del mito non è stato squarciato neanche dopo oltre cento anni e trenta dalla  “metamorfosi” che ha condotto il Pci ad assumere le varie forme fino all’attuale partito democratico, vero emblema di quel compromesso storico che lungamente i comunisti agognarono.

Lo stessa narrazione “mitica” si spande sulle biografie dei protagonisti della storia comunista, a partire da Antonio Gramsci, finissimo intellettuale e grande pensatore, ma che non fu neanche per un secondo della sua esistenza né riformista, né moderato. Anzi fu una delle figure più radicali dell’intera storia politica del nostro paese. Basta rileggere i suoi articoli, i suoi numerosi discorsi, i suoi celebrati quaderni. Gramsci fu l’opposto di Turati, e in questo binomio si riassume la storia tragica della sinistra italiana, che de relato ha condizionato tutta la storia d’Italia.

Il ruolo stesso giocato dai comunisti nell’applicare il concetto di “egemonia culturale” teorizzato da Gramsci, ha portato i comunisti politicamente  rilegati all’opposizione nel gioco degli equilibri, ad occupare le posizioni chiave del paese, e ad influenzare il panorama culturale, tanto da soffocare ogni alternativa.

L’attività nella resistenza da assoluto protagonista, in seguito alla svolta di Salerno – orchestrata da Mosca – il sodalizio con le milizie di Tito, le violenze della “guerra civile”, negate ancora oggi, e la pagina horribilis delle foibe. Di tutto ciò non si parla.

Non bisogna sollevare ombra alcuna, ma unirsi al canto degli odierni coriacei che osannano il  fu monolite rosso. Da Togliatti a Berlinguer, il partito comunista è stato un ostacolo ad ogni riforma, ad ogni tentativo di imporre una svolta decisiva alla politica italiana.

Scriveva Pier Paolo Pasolini  – non un gerarca del ventennio – sul Corriere della Sera nel 1974 “bisogna avere il coraggio intellettuale di dire che anche Berlinguer e il Partito comunista italiano hanno dimostrato di non aver capito bene cos’è successo nel nostro paese negli ultimi dieci anni”. Un partito grigio, con una nomenclatura altrettanto ferrigna, quanto anacronistica, ingessata e auto elogiativa, che non ha subito reali mutamenti nel passaggio dallo stalinista Togliatti, che alla Camera dei Deputati fece un elogio funebre a “ Giuseppe” Stalin da far impallidire le orazioni pronunciate dai gerarchi PCUS sulla Piazza Rossa in quel di Mosca.

Il partito di Berlinguer, partorì prima l’euro comunismo, che viene dipinto oggi come qualcosa di epocale, quando in realtà non fu altro che un fumogeno illusorio, che saggiamente Leonardo Sciascia definì: “ una finestra sul muro” o come l’evanescente “questione morale”,  che altro non fu che il tentativo di uscire dall’inconsistenza politica, che il cambio dello scenario politico italiano e l’alternativa socialista avevano imposto ai comunisti e che fini per generare quella presunzione di  superiorità appunto morale, che ancora oggi caratterizza gli eredi del partito comunista. Un puritanesimo assolutistico che i comunisti da li in avanti incarnarono, considerandosi puri e intoccabili.

Ma la battaglia che più di tutte rappresenta l’ottusità comunista, e che fa venire meno la leggenda del partito “riformista” e “liberale”, come qualche – allora giovane – e oggi venerando ex comunista ha definito il PCI, è la battaglia sul taglio dei punti alla scala mobile, in cui lo scontro fra il governo Craxi,  appoggiato da UIL, CISL, e Confindustria, contro il Partito Comunista di Berlinguer e la CGIL si consumò in un referendum storico. Il referendum popolare sancì la vittoria socialista e del governo, e la sconfitta del partito comunista, che ancora una volta dimostrò la chiusura totale e l’incapacità di cogliere i cambiamenti sociali ed economici del paese.

Poi il partito cambiò pelle, si trasformò in Partito democratico della sinistra, poi democratici della sinistra, fino al 2007 in cui dulcis in fundo la metamorfosi raggiunse l’apoteosi quando gli ex comunisti si fusero con  l’ala sinistra della ormai ex Dc, raccolta nella “Margherita”.

Il partito comunista ha lasciato sulle spalle del paese, un’eredità pesantissima, che si caratterizza ancora oggi per un occupazione forzata della cultura, delle università e dei luoghi formativi.  Ma anche un retaggio di atteggiamenti che hanno danneggiato lo sviluppo politico dell’Italia. i negazionismi e la preclusione apoditticamente espressa ad ogni tentativo di attuare una rilettura critica degli eventi cruciali per la storia del nostro paese.

Sono trent’anni che il PCI si è dissolto, eppure il suo spettro è ancora li che si aggira per l’Italia, tradito dai sui stessi figli e trasformato in quello che saggiamente Augusto Del Noce chiamò “ il partito radicale di massa” e che oggi è divenuto l’alfiere del globalismo liberal, sostituendo Lenin e “Giuseppe” Stalin con l’ultima moda disponibile sulla piazza.