Lo scrittore Francesco Consiglio vittima della critica retroattiva di sinistra

di Francesco Consiglio
13 Febbraio 2019

Un paio di settimane fa sono andato a tagliarmi i capelli. I mercati finanziari hanno accolto la notizia con somma indifferenza e il presidente della Commissione europea Juncker si è astenuto dall’indicare preferenze tra i vari scenari: taglio lungo o militare, frangia o fronte libera. Eppure, tra una sforbiciata e l’altra, è accaduto qualcosa di strano o persino di grave: una confessione. Il barbiere, mio caro amico, mi ha raccontato di avere paura a dichiararsi elettore della Lega. Si è lamentato, quasi sussurrando: “I clienti di sinistra non entrerebbero più nel mio salone. E anche tu, se dichiarassi di votare per Salvini, perderesti certamente dei lettori”.

Il giorno dopo, incurante delle sue raccomandazioni e superbamente convinto che uno scrittore non può prendere consigli da un barbiere, ho scritto un articolo per il web rivelando la mia simpatia politica per Matteo Salvini.

Non immaginavo che molti miei contatti, così da un momento all’altro, mi scaricassero addosso un odio furibondo. Sorvolo sulle accuse di essere un “immondo fascista” e “uno scrittore da appendere come a piazzale Loreto”, poiché non sono in possesso di una solida cultura psichiatrica adatta a replicare ai folli. Ma due attacchi ricevuti sulle pagine di Facebook mi sembrano invece meritevoli di più attenta riflessione. Un certo Federico, lasciando intendere che avrebbe preferito evirarsi piuttosto che leggere un mio libro, ha scritto: “Tutto è politica e l’arte dello scrivere non si esime, anzi, serve a rafforzarla. Per me uno che vota Salvini non deve essere letto. C’è tanta roba da leggere e così poco tempo, che chi vota Salvini lo scanso volentieri”. Quando gli ho fatto notare, invero assai pacatamente, che in nessuno dei miei tre romanzi editi ho reso evidente un’appartenenza politica (nel primo, addirittura, c’è qualche stilettata all’allora imperante berlusconismo), il Federico furioso ha sentenziato: “Per me conta chi è che scrive. Sennò tanto vale leggersi il Mein Kampf, io lo evito volentieri”. Impallinato da tanta protervia, mi sono sentito vittima della più classica “reductio ad Hitlerum” (che poi, a voler essere precisi, per il Führer l’evidenza del nome ha sortito con il tempo l’effetto opposto: i suoi pessimi quadri hanno un mercato, sono venduti all’asta e un acquerello di un paesaggio lacustre è stato recentemente stimato 45000 euro).

Mi è venuto in mente un passo di Nietzsche, che in Umano, troppo umano (1878), scriveva: “Non appena l’autore si fa conoscere attraverso il titolo, la quintessenza viene di nuovo diluita da parte del lettore con l’elemento personale, anzi personalissimo, e lo scopo del libro è in tal modo reso vano”.

Mentre riflettevo se era il caso di pubblicare in forma anonima o trovarmi uno pseudonimo acchiappalettori (qualcosa del tipo Roberto Salviniano, che avrebbe attinto lettori a destra e a sinistra, o Camillo Rea, inventore del commissario Al Bano che cattura i delinquenti stordendoli con i suoi “do di petto”, o Elena Migrante, nuova star degli accoglioni), una certa Dafne è intervenuta in un post commentando: “Ho letto un romanzo di Consiglio, Le molecole affettuose del lecca lecca. Carino, niente di eclatante. Meglio che valuti altre ipotesi di vita”.

Dafne, Dafne… un nome così non si dimentica. Cercando nel mio archivio delle recensioni, ho scoperto che Dafne aveva pubblicato alcune righe su Repubblica, edizione di Palermo, 23/6/2013, a proposito dello stesso romanzo, uscito per Baldini e Castoldi. Una recensione decisamente positiva in cui mi lodava per “la scrittura felice, piena, con un ritmo così naturalmente personale, che diverte moltissimo”. E concludeva: “Un bravo all’autore Francesco Consiglio che ha scritto un libro ironico senza alcuna pietà”.

Rileggendo, ho trasecolato. Dafne? Ma si tratta della stessa persona che oggi mi suggerisce di abbandonare la scrittura? Sì, lei è la stessa. Io invece, a suo dire, sono qualcosa di diverso e spaventoso. Parafrasando Kafka: “Un mattino, Francesco Consiglio, al risveglio da sogni inquieti, si trovò trasformato in un enorme immondo salviniano”. E così, quello che era un romanzo felice e pieno si trasforma per la critica bifronte in un “niente di eclatante”. Per carità, succede anche con le belle ragazze che all’inizio ci piacciono tantissimo e poi, con il passare degli anni, appaiono semplicemente carine. Ma la tempistica e il luogo di quel commento mi lasciano perplesso e mi fanno ripensare al mio barbiere. Nella rossa società delle lettere, esprimere consenso per Salvini è un boomerang con effetti retroattivi.