L’eterno ruggito di Emilio Salgari

di Pasquale Ferraro
20 Agosto 2022

In quest’estate rovente di campagna elettorale, che ricorda a molti quella del 1983, quando giurò il primo Presidente del Consiglio Socialista – chissà che questa volta non giuri la prima donna e pure conservatrice – grazie alla proverbiale prosaicità del segretario dem Enrico Letta, le tigri sono tornate di moda. Ma con buona pace di Letta, le tigri che interessano e piacciono a noi sono bel altre. Sono quelle di cui ci ha raccontato Emilio Salgari nato a Verona il 21 agosto 1862, esattamente centosessant’anni fa. Non ci è dato sapere se Letta nel chiedere ai suoi compagni di partito di indossare “ gli occhi della tigre” si sia ispirato a Salgari o al singolo del gruppo statunitense Survivor del 1982 “Eye of tiger” – reso ancora più celebre dall’inclusione nella colonna sonora di Rocky III – ma questa nel bene e nel male ( sopratutto per i dem) è l’anno della tigre per antonomasia Salgari. 

Il prolifico e infaticabile autore che ha plasmato intere generazioni di giovani  e ancora oggi affascina un pubblico ampio e variegato, in attesa che venga riscoperto da una generazione di giovani a capo chino sugli smartphone che ha smesso di sognare, di immaginare, tutte cose che con Salagri sono obbligate e consequenziali rigo dopo rigo. Speriamo – noi generalmente disperiamo bene – che possa aiutare allo scopo l’uscita della nuova serie dedicata all’eroe salgariano per eccellenza Sandokan, e che questo possa riaccendere la fiamma in una generazione senza eroi. 

Sandokan, la tigre della Malesia, il principe divenuto pirata/guerrigliero per combattere gli odiati inglesi e la Compagnia delle Indie Orientale. Sandokan che dimora sull’isola di Mompracem  che Salagari così presenta nel romanzo d’esordio Le Tigri di Mompracem del 1883. “ isola selvaggia, di fama sinistra, covo di formidabili pirati, situata nel mare della Malesia, a poche centinaia di miglia dalle coste occidentali del Borneo”. Mompracem non è solo un’isola, ma un simbolo, un grido di battaglia parte integrante del mito di Sandokan. “Mompracem vivrà” cantano gli Oliver Onions autori dell’immortale colonna sonora dello sceneggiato Sandokan di Sergio Sollima nel 1976, Mompracem gridano i tigrotti che seguono il loro capo, il loro mito. 

Salgari non inventa, ricama, cuce trame sulla storia, sulle leggende di quei popoli cosi lontani allora, e lontani ancora oggi nonostante google maps, dipingendo figure immortali rimaste nel mito, da Yanez de Gomera, all’antieroe James Brooke il Raja Bianco di Sarawak  – personaggio storico realmente esistito – accompagnati dai vari Giro Batol, Ragno di Mare, Sambigliong. Per restare nel ciclo dei pirati della Malesia non è possibile non menzionare i protagonisti del grande spin-off – altra grande invenzione salgariana – Tremal-Naik il cacciatore bengalese e  Kammamuri il suo devoto servitore che prima di incontrare i nostri eroi di Mompèracem si troveranno  a fronteggiare i terribili Thug, la setta di strangolatori del Gange adoratori della dea Kali, quelli che molto tempo dopo incontrerà sul grande schermo Indiana Jones nel secondo capitolo della saga. Forse il più bel romanzo di Salgari stiamo parlando de “ I misteri della giungla nera” romanzo del 1887 dall’affascinante ambientazione, dai temi cupi, dalla profonda suspense, dove il lettore percepisce gli echi, i suoni persino i fruscii che provengono dalla giungla, restando immerso in quell’atmosfera sinistra e intrigante fino a scorgere nella propria mente quella  “infinità d’isole, d’isolotti, di banchi, i quali, verso il mare, ricevono il nome di Sunderbunds”.  

Ed è qui che il nostro crea, anticipa, qualcosa che tutti noi nell’epoca delle serie, delle fiction, delle interminabili saghe della grandi narrazioni conosciamo bene il “crossover”, lo farà ne “ I pirati della Malesia” dove riunirà gli eroi del ciclo malese. 

Leggere Salgari vuol dire viaggiare, conoscere luoghi, popoli, usanze e tradizioni, calarsi nell’ antropologia dei popoli con lo sguardo dell’esploratore europeo, con la curiosità di chi ha fame di conoscenza, fin nelle più piccole minuzie. E’ il frutto del lavoro di ricerca, della consultazioni di atlanti, resoconti di viaggi, articoli scritti da militari ed esploratori, perché lui Emilio Salgari non si mosse mai dalla sua scrivania, ma ci ha saputo raccontare senza omettere nulla quei luoghi, quei colori, quei profumi. 

Il fitto ritmo della sua scrittura, la serrata scadenza dei suoi impegni contrattuali lo obbligarono a scrivere fino all’ultimo istante, prigioniero della sua arte come i suoi eroi ( Sandokan, il Corsaro Nero) lo furono della vendetta, schiavo dei suoi editori e forse la sua fuga immaginaria è quella di Yanez de Gomera, il colto aristocratico portoghese, il fratello di battaglia di Sandokan, fuggito dalla vecchia Europa per essere un libero pirata nei mari malesi. 

Un’animo quello di Salgari proteso alla drammaticità sempre riflessa sui suoi protagonisti, puri ma dilaniati dai demoni interiori, visitati costantemente dai fantasmi del loro passato, condizionati dalla loro storia. Costantemente combattuti tra il dovere e i sentimenti, fra il cuore e la lotta. Ma sempre eternamente sbeffeggiati dal fato, eternamente destinati a rimanere soli, privati delle loro metà. 

Sono proprio i personaggi femminili la punta di diamante della straordinaria narrazione salagriana, su tutte La mitica, chimerica “Perla di Labuan” Lady Marianna Guillok ( di padre inglese e madre italiana) e Onorata Van Gould ( entrambe interpretate nella versione di Sollima dalla meravigliosa Carole André),l’amata di Emilio di Roccabruna signore di Ventimiglia detto Il Corsaro Nero e madre della leggendaria Jolanda “ la figlia del Corsaro Nero” che seguiterà la saga dei Corsari delle Antille. 

Salgari ha anticipato tutto, lo sceneggiato, la fiction, Netflix, tutto, persino il Trono di Spade. Fu anche il precursore della fantascienza nella letteratura italiana, lo fece con “Le meraviglie del Duemila” del 1907. Scrisse su tutto, ambientò avventure ad ogni angolo della terra, dando materiale infinito a sceneggiatori e registi d’ogni tempo. Inventò più di 1300 personaggi, che sono divenuti parte integrante delle nostre vite, riferimenti in battute e persino protagonisti di canzoni come  il singolo “Yanez” di  Davide Van De Sfroos presentato al festival di Sanremo il 15 febbraio del 2011. 

Quella di Salgari non fu una vita felice, al contrario la sua fu un esistenza costantemente provata dal lavoro incessante  e dai problemi economici e familiari. Lo stress cui era sottoposto e che lo portava a dover scrivere tre pagine al giorno, oltre alle ricerche, alla direzione di una rivista di viaggi, fumando oltre 100 sigarette al giorno. Così scriveva al suo caro amico pittore Francesco Gamba: “ La professione dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali. Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno e alcune della notte, e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi. Debbo scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle, e subito spedire agli editori, senza avere avuto il tempo di rileggere e correggere“. Salgari non resse quella coltre pesante e fitta di stress come le nebbie che incontrava a largo di Maracaibo la “Folgore” del Corsaro Nero, tentò il suicidio nel 1909. La fine arrivò il 25 aprile del 1911. Salgari scrisse ai suoi editori parole dure e liberatorie “ a voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria od anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dato pensiate ai miei funerali. Vi saluto spezzando la penna”. Poi scrisse ai figli con parole di rammarico e rassegnazione affermando “ sono un vinto: non vi lascio che 150 lire, più un credito di altre 600 che incasserete dalla signora”. 

Si uccise come solo poteva morire uno dei suoi eroi, in una sorte di rituale seppuku, guardando il sole stagliarsi nel cielo in un ultimo grido di libertà: lui  schiavo, lui prigioniero per tutta una vita. Non sapremo mai se prima di morire grido anch’egli “ Mompracem”, di sicuro possiamo fare nostri i versi che Guido e Maurizio  De Angelis scrissero per “La tigre è ancora Viva: Sandokan alla riscossa), “ Nella notte c’è una luce, mai si spegnerà

Ma buia è la strada che ci porta verso

Sole grande, sole giallo, ci accompagnerà

E vola un gabbiano che ci guida verso”… Mompracem!