L’età del Vespro: un dibattito storiografico-culturale. Intervista a Marco Leonardi

di Federica Masi
20 Gennaio 2021

Tra il 1250 e il 1302, in Sicilia e nel Mezzogiorno si verificarono eventi storici che ebbero una significativa incidenza sull’identità italiana e inaugurarono l’“età del Vespro siciliano”. Nel succedersi dei secoli l’interesse da parte della storiografia ha sollevato polemiche, diatribe tra storici e ha aperto nuove linee interpretative al fine di ricomporre l’esatto quadro storico e sociale. Per conoscere la chiave di lettura siciliana ne parliamo con Marco Leonardi, docente di Storia Medievale presso l’Università di Catania, autore del saggio La medievistica «siciliana» e l’«età del Vespro». Le pagine del professor Leonardi presentano una ricostruzione puntuale e stimolante, corredata di una folta presenza di fonti, utile per introdursi nel dibattito storiografico- culturale sia da studioso sia da neofita.

  • Professor Leonardi, perché consideriamo il Vespro Siciliano un evento fondativo dell’identità italiana?

Dal 1847, anno della composizione dell’«Inno di Mameli», che citava la ribellione antiangioina nella sua quarta strofa, il «Vespro Siciliano» è stato ufficialmente inserito tra gli atti fondativi dell’identità italiana. Il 19° secolo ha segnato definitivamente il passaggio del «Vespro» da mero accadimento storico a simbolo della memoria collettiva. Dal Risorgimento italiano ai giorni nostri, al «Vespro Siciliano» sono stati attribuiti valori identitari quali la difesa della propria sovranità contro le ingerenze straniere e la tutela della libertà di azione della popolazione contro un potere visto come oppressivo e vessatore. Come dimenticare l’«Operazione Vespri Siciliani», denominazione adottata tra il 1992 e il 1998 dal Governo Italiano per l’invio, in Sicilia, di contingenti dell’esercito in funzione antimafiosa?  

  • A quale corpus documentario e cronachistico fa riferimento per sviscerare con perizia storica l’età del Vespro?

Già nel corso del suo svolgimento, l’«Età del Vespro Siciliano» era oggetto di una vera e propria guerra della memoria. Le parti in conflitto per il controllo della Sicilia, in particolare, gli Svevi, gli Angioni e il Papato, potenze alle quali si aggiungeranno, in ultima battuta, gli Aragonesi, commissionavano cronache, resoconti e ricostruzioni storiche degli eventi miranti ad approvare l’azione del “mecenate” di turno e a demonizzare l’operato delle fazioni avverse. Lo studio del «Vespro» ha ulteriormente confermato la metodologia di indagine storiografica da me sempre adottata nella mia carriera, in base alla quale una ricostruzione storica risulta essere tanto più attendibile quanto maggiore ed eterogeneo è il numero di “testimonianze” consultato per documentarsi sulla fase storica presa in esame. Nel caso specifico del «Vespro», ho fatto riferimento ad un ventaglio di fonti provenienti da “mittenti” in guerra tra loro. In questa sede, basti ricordare che ho messo a confronto fonti quali «lu Rubellamentu di Sichilia», una cronaca risalente al tardo secolo XIII, nella quale Giovanni da Procida veniva esaltato come il regista degli eventi, con il «Liber gestorum regum Sicilie» di Saba Malaspina, cronaca di orientamento guelfo redatta tra il 1283 e il 1285, nella quale il ruolo di pontefici quali Martino IV veniva messo in una luce del tutto positiva. Mettere a confronto sine ira et studio queste e tante altre fonti mi ha permesso di ricostruire con acribia un quadro storico d’insieme, rifuggendo da sterili parteggiamenti per l’una o per l’altra parte dei contendenti.    

  • Per sommi capi, può fornirci un quadro della Sicilia in questa fase storica?

Sotto la denominazione di «Età del Vespro Siciliano», siamo soliti definire gli eventi storici svoltisi in Sicilia e nel Bacino del Mediterraneo tra il 1250 e il 1302. In un’epoca che non aveva conosciuto la scoperta delle Americhe e la conseguente istituzione delle rotte atlantiche, la Sicilia rappresentava un centro politico, economico e strategico politico di primissima importanza, in quanto costituiva il centro del mondo allora conosciuto. Possedere la Sicilia equivaleva a controllare facilmente l’intero Bacino del Mediterraneo. L’isola era considerata una pedina da possedere per chiunque operasse nello scacchiere geopolitico del Tardo Medioevo: gli Angioni, gli Aragonesi, i Bizantini e il Papato. Il Lunedì di Pasqua del 31 marzo 1282 si verificò un evento inaspettato e che nessuno aveva previsto: una sommossa popolare scaturita da un abuso dei soldati angioini ai danni di una donna palermitana porterà, nel giro di poche settimane, alla cacciata degli Angioini dall’isola. Da quel preciso momento, inizieranno tutta una serie di conflitti e manovre diplomatiche per avere il controllo dell’isola. Nel 1302 verrà poi siglata la «Pace di Caltabellotta». Per la prima volta nella storia dell’isola, la voluntas Siculorum, le indicazioni espresse dal popolo siciliano per mezzo dei suoi rappresentanti, venivano prese in considerazione per redigere e concludere un accordo diplomatico. Una vera rivoluzione in confronto agli accordi fatti in precedenza!         

  • Al di fuori del ceto colto, le vicende isolane hanno esercitato la fascinazione in altri ambienti della società?

Senza alcun dubbio! La lettura delle fonti di ogni matrice evidenzia il ruolo dei Siciliani intesi come popolo. Dal 1282 esiste un nuovo soggetto con il quale dover “fare i conti”, nel bene e nel male: la popolazione isolana. Il medievalista Antonino De Stefano, nel suo «Federico III d’Aragona Re di Sicilia» (1937) individuava nella diffusione delle profezie di restaurazione della pace universale il segno di una saldatura tra il sovrano e la popolazione della Sicilia. 

  • Nel corso dei secoli sono state spese numerose pagine circa la ricostruzione storica dell’avvenimento. Quali sono le principali linee interpretative emerse dallo studio delle fonti?

La storiografia ha individuato quattro linee interpretative fondamentali sul Vespro, denominate e suddivise in base alle tesi sostenute: la linea interpretativa «siciliana», quella «franco-napoletana», quella «bizantina» e quella «catalana». Nel mio libro, esamino le ragioni e le tesi sostenute nella linea interpretativa «siciliana», che sosteneva l’importanza e il ruolo di primo piano nello sviluppo del quadro storico. Verrebbe da dedurre: una «linea interpretativa siciliana» compatta ed omogenea? Lascio la risposta al lettore. La lettura del libro riserverà più di una sorpresa in tal senso!

  • Tra le diverse prospettive di indagine esiste una letteratura siciliana del Vespro, ampiamente approfondita nel saggio, inaugurata da Michele Amari.

Michele Amari (1806-1889) rappresenta lo storico più famoso tra quelli finora occupatisi del «Vespro». Anticlericale, repubblicano prima e convinto monarchico dopo l’Unità d’Italia, Ministro della Pubblica Istruzione dal 1862 al 1864: la parabola umana e professionale dello storico panormita riflette appieno i tipici vizi e le virtù dell’intellettuale impegnato (e facente parte attiva delle istituzioni) in Italia. La sua lettura del Vespro ne costituisce la prova più evidente. Nel mio libro ricostruisco, passo dopo passo, le singole fasi e le peculiarità di questa interpretazione. Per il lettore la lettura del mio libro rappresenterà tanto una sfida quanto un gradevole momento di pausa dalle occupazioni consuete. Attraverso la lettura dell’opera di Michele Amari non sarà poi così difficile rivedere e rivivere il clima culturale dell’Italia risorgimentale.

  • Facendo un raffronto, un’altra chiave di lettura fu suggerita dall’ecclesiastico Isidoro Carini. Quali posizioni assunse in merito alla questione?

Isidoro Carini (1843-1895) è quasi speculare ad Amari. I due storici, a loro insaputa, si completano a vicenda. Tanto era diffidente verso l’operato della chiesa Amari, quanto le ricerche archivistiche del Carini mettevano in luce l’attenzione del Papa per la Sicilia. Un’attenzione che non poteva essere unicamente derubricata a mere finalità di potere temporale. Basterà leggere il capitolo dedicato a Isidoro Carini per averne piena consapevolezza.

  • Ci sono altre personalità che hanno contribuito a sviluppare le linee interpretative?

Una su tutte: lo storico tedesco Heinrich Finke (1855-1938), da me approfondito in un’altra opera sul Vespro, «L’Età del Vespro Siciliano nella storiografia tedesca (2011)». I suoi studi sui fondi archivistici di Barcellona hanno cambiato per sempre la nostra percezione e conoscenza di quegli eventi. Ben al di là di quelle contrapposizioni ideologiche che troppe volte hanno fatto travisare la ricostruzione di quegli eventi.

  • Che tipo di orientamento metodologico consiglia di adottare per approfondire il dibattito storiografico-culturale?

Le nuove leve della ricerca storica hanno a disposizione un clima culturale favorevole impensabile fino agli Anni Novanta del secolo scorso. La caduta degli schematismi ideologici ha fatto crollare tutte quelle barriere di giudizio che io ho conosciuto nel mio percorso formativo. Allo stesso tempo, però, i nuovi storici troppe volte hanno smarrito una visione d’insieme degli eventi studiati. Essere iper specializzati in un tema di ricerca non dovrebbe esimere lo storico dalla conoscenza del quadro d’insieme. Nel 1940 Marc Bloch auspicava che «la raison fit une provision nouvelle d’intrépidité». Sulla scia di questo grande maestro, invito tutti gli aspiranti storici ad essere intrepidi e a vivere il loro “mestiere” come una missione civile. Senza mai cedere alle sirene del facile carrierismo o di uno specialismo fine a sé stesso.