Leggere La Cappa per iniziare a perforarla  

di Leonardo Tosoni
5 Aprile 2022

Il primo colpo di spada che squarcia la Cappa è già rappresentato da questo libro. L’ultimo lavoro di Marcello Veneziani, in libreria da poco più di un mese (La Cappa, Marsilio, 2022) scala le classifiche dei saggi più venduti nonostante le ostilità dei media, televisioni e giornaloni, e cioè della Cappa stessa, e sembra costituire senza esagerazioni il punto di partenza dal quale muovere per sovvertire il potere pervasivo e opprimente che vorrebbe irregimentare il pensiero.  

Non è un libro-ricetta, di quelli in voga nel nostro tempo, pronto a impartire una lezione su come fare per cambiare le cose, che poi non cambiano mai. È una lucida, spietatissima analisi sulla realtà che ci circonda – almeno in Occidente – e sulle contraddizioni imposte che occupano la nostra esistenza, controllata come mai prima d’ora, eppure ammantata di autocompiacimento nel dirsi libera a priori. 

È un libro che si innesta sulla scia di Nostalgia degli dei (Marsilio, 2019) e Dispera Bene (Marsilio, 2020). Lo sguardo disincantato dell’autore non impedisce di avvertire una venatura di speranza. Se permane la consapevolezza della insussistenza di risposte salvifiche allo stato dei fatti, si scorgono qua e là degli spiragli di luce: inaspettati, negletti, magari oltraggiati e vituperati dal mainstream, e però presenti. Risiedono soprattutto nel sentire popolare, nell’anima profonda intesa nel senso più nobile e non alla stregua di un insulto, come vorrebbero i media. Permane, a nostro avviso soprattutto nell’Italia di paese, laboriosa e silenziosa, umile e genuina, il legame con quel senso di realtà che La Cappa vorrebbe disperdere e soffocare.

Non che le metropoli siano abitate soltanto da globalisti inferociti, ma in provincia sembra esserci meno assuefazione. Forse sarà questione di tempo, o magari – ci auguriamo – sarà l’argine che non consentirà alla Cappa di prevalere. Molto dipenderà anche dalla politica, e da quel fronte che dovrebbe contribuire a forgiare una risposta, una visione del mondo alternativa, nuova nel senso inteso da Veneziani nel libro, come “la luce del mattino che torna ad albeggiare” dopo la notte, perché “così sarà il pensiero nuovo, un pensiero che eternamente nasce ed eternamente muore, e così si rinnova”. 

C’è tutta la grandezza del Veneziani saggista che ben conosciamo, la ricchezza di spunti e punti di riferimento letterari e filosofici. L’attenzione è rivolta a quei grandi temi sui quali il potere sembra intransigente: la natura, pregna di significato spirituale, sostituita dal concetto di ambiente; la guerra civile tra i sessi, dove perfino il corteggiamento assume i tratti della prevaricazione di genere; la negazione sempre più forte dello spirito, per mano anzitutto del “materialismo ateo globale”, che nega Dio in nome dell’Io, in un edonismo di massa che estranea gli uomini da ogni idea di comunità, rendendoli schiavi di un eterno presente. È proprio su quest’ultimo punto che Veneziani sottolinea la tragica perdita nel nostro tempo del passato, del futuro, del favoloso e dell’eterno, elementi indispensabili per l’esistenza umana. 

Ma è forse il moralismo storiografico la punta di diamante del potere pervasivo che irretisce le coscienze, instupidendole senza pietà. L’incapacità del nostro tempo di cogliere la grandezza di ciò che è stato nel passato, con la pretesa meschina di giudicarlo, è il sintomo più vistoso dell’annullamento coatto dell’intelligenza. A prescindere dalla statua abbattuta, l’automatismo mentale che consente a chiunque di sentirsi legittimato nel processare la storia, senza approfondirla, dibatterla, magari sulla base di un singolo dettaglio o di una frase carpita, è un’aberrazione che coinvolge ampie fette della società, e che gli storici per primi – a prescindere dalle interpretazioni – dovrebbero sconfessare, prima che sia troppo tardi. 

Se la pandemia, cui Veneziani dedica pagine fondamentali, e che definisce “il tempo che ci invecchiò di colpo” ha accelerato il processo di omologazione predisposto dalla Cupola, che della Cappa rappresenta il “corrispettivo quando scende a livello umano e terrestre”, e si sostanzia nel groviglio tecnocratico, finanziario e propagandistico del ceto dominante, non tutto sembra perduto. 

Oltre la limpidezza cristallina della scrittura che contraddistingue l’intero libro, alcune pagine lasciano il segno per bellezza e profondità. Per chi avverte tutto il peso e il disagio di vivere sotto questa coltre, quest’opera lascia un dovere implicito. Non si tratta di attuare un sovvertimento radicale e repentino. La Cappa opprime e “l’estremismo” ricorda Veneziani “è il migliore alleato del potere perché ne legittima le restrizioni e gli abusi”. Leggere, approfondire, dubitare, discutere, ma anche conservare, amare, trasmettere e pregare sembrano essere le prime armi delle quali occorre munirsi se si vuole iniziare a perforarla.