Le catastrofi in diretta tv: così l’uomo perde la percezione del reale

di Francesco Boco
18 Ottobre 2016

Visto dall’alto l’impianto chimico della Basf di Ludwigshafen è un’avveniristica distesa di condutture, torrette, camini, silos, capannoni e palazzi squadrati che dà lavoro nella sola sede centrale a 39.000 persone. Questo colosso industriale forse sconosciuto ai più è apparso recentemente su tutte le testate giornalistiche fotografato da una prospettiva aerea che evidenziava l’alta colonna di fumo nero sprigionatasi dall’incendio divampato in un’area dello stabilimento.

Intorno all’ora di pranzo del 17 ottobre si è verificata un’esplosione nella zona portuale del complesso Basf di Ludwigshafen, nel sud-ovest della Germania. L’incidente è stato determinato da lavori a tubature che vengono utilizzate per il trasbordo di liquidi infiammabili e gas dalle navi agli stabilimenti di produzione. Sul luogo dell’incidente sono giunti soccorsi da tutto il Land della Renania-Palatinato e i vigili del fuoco hanno operato per evitare il coinvolgimento di altri impianti. Ancora non è chiaro se si siano sprigionate sostanze nocive nell’aria, anche se non sembrerebbero sussistere rischi per la salute. Un totale di 21.000 persone residenti a Ludwigshafen e Mannheim, popolose città affacciate sul Reno, sono coinvolte dalle misure di sicurezza: restare in casa, tenere porte e finestre chiuse e non usare impianti di ventilazione e aria condizionata. Al momento si parla di due morti e sei dispersi, dunque secondo il metro comune con cui si valutano gli incidenti in ambito chimico-industriale, il rischio resterebbe contenuto e circoscritto.

L’architetto-filosofo Paul Virilio ha ben chiarito quali sono le dinamiche della contemporaneità a questo proposito: «Nelle vecchie tecnologie, l’incidente è “locale”; con le tecnologie dell’informazione è “globale”». Quanto accaduto in Germania ha fortunatamente carattere locale ed è stato mantenuto in scala ridotta, ma è interessante notare quanta rilevanza ne sia stata data dall’informazione, con una diffusione che pone davanti agli occhi, quasi in tempo reale, un fatto accaduto a molti chilometri di distanza, quasi potesse coinvolgere la popolazione di un altro Stato. E forse è proprio così.

L’incidente è l’altra faccia della medaglia delle comodità e del progresso tecnologico. Per certi versi è il riemergere del terrificante in un piano omogeneo di quieto benessere. L’evento tragico causato da malfunzionamento, danneggiamento o altro spezza la routine, apre uno spiraglio di inquietudine che evidenzia da un lato l’estensione globale della tecnologia e la sua totale pervasività utopica, dall’altro la inalterata concretezza del dato locale, collocato.

L’informazione ad alta velocità introduce a un mondo di immediatezza, di completa accessibilità e apertura che però tende a distogliere dal dato concreto, dall’esperienza vissuta nella sua autenticità. Dire che ormai si sta con lo sguardo chino sullo schermo e non si comunica più veramente, non si guarda più l’orizzonte, è un luogo comune abusato ma che mantiene una piccola verità: presi in una rete di stimoli continui si fatica a capire cosa sia più reale, se il mondo circostante o ciò che appare sullo schermo. Perciò è l’incidente messo in mostra dai giornali, le foto di devastazioni e cataclismi, più di ogni altro fatto a costringere, anche se per un attimo, a una presa di coscienza. Fa irruzione cioè il sentore che forse l’uomo sia inadeguato al mondo che si è creato, che è arretrato al ruolo di spettatore invece che di attore, di un’evoluzione tecnologica che rischia di sfuggire di mano.

Se si prendono altri casi tristemente celebri come il Vajont (1963), il disastro di Seveso (1976) o Chernobyl (1986), senza considerare quanto accaduto a Fukushima nel 2011, si stenta a tracciare un confine netto tra eventi naturali e artificiali. Il fatto è che l’uomo, come sosteneva Konrad Lorenz, è un essere per natura culturale, che cioè si appropria del mondo circostante attraverso un atto creatore di senso. Naturalmente tragedie legate alla tecnica sono sempre accadute sin dall’alba dei tempi, ma il fatto determinante oggi è l’infantilismo che, sempre secondo Lorenz, rende inadeguato l’essere umano alla realtà che si è costruito. La questione della tecnica sollevata da Martin Heidegger s’inseriva in una concezione simile, nel tentativo cioè di individuare quelle coordinate di pensiero che potessero spingere a mutare prospettiva. Il filosofo tedesco non metteva in questione la tecnica in sé, ma il modo di comportarsi con essa.

Ciò che accade a molti chilometri di distanza può avere esiti disastrosi in punti imprevisti del globo. Sapere di un evento a grande distanza da dove si vive è talvolta molto più eccitante, molto più reale, di una vita monotona e condotta in stato di quiete perenne. Tuttavia, quello che l’incidente ricorda all’osservatore attento, è la possibilità del riemergere di forze inquietanti che dipende dall’uomo e dal suo sapere, comprendere e comporre.