L’altro Msi: oltre a Giorgio, dopo Giorgio

di Redazione
12 Ottobre 2016

In occasione dei Settant’anni della nascita del Movimento Sociale Italiano, pubblichiamo la prefazione di Antonio Carioti al libro “L’altro Msi. I leader mancati per una destra differente” di Annalisa Terranova.


Sguardo magnetico, mimica incisiva, voce impostata. Magistrale capacità di utilizzare i più diversi registri dell’oratoria, dal sentimentale all’enfatico, ma con una certa predilezione per il sarcastico. Tono generalmente garbato, ma non privo di punte polemiche anche molto aspre. Giorgio Almirante ci sapeva fare davanti al suo uditorio, nel quale riusciva a far scattare di volta in volta l’entusiasmo, la commozione, la collera. Non a caso veniva da un’affermata famiglia di attori. Ma sarebbe sbagliato ridurne il carisma a un virtuoso esercizio di arte drammatica: nella sua leadership c’era della sostanza politica e anche chi osteggiava il neofascismo se ne accorgeva eccome.

Dalla fine degli anni Sessanta alla sua scomparsa, nel 1988, Almirante è stato la personificazione del Msi, di cui peraltro era stato segretario anche nei primi tempi dopo la fondazione, fino al 1950. In mezzo, la fase di assestamento del partito su posizioni conservatrici e atlantiche, gestita dal mediatore Augusto De Marsanich, e poi la lunga leadership di Arturo Michelini (dal 1954 alla morte, nel 1969), che però aveva esaurito la sua spinta dinamica verso l’inserimento nell’area governativa già nel 1960, con la breve esperienza di appoggio all’esecutivo guidato da Fernando Tambroni e i gravi disordini di Genova, che avevano portato all’annullamento del congresso missino convocato nella città ligure e poi a scontri sanguinosi in altre località del nostro Paese.

Per la massa dell’elettorato Almirante era l’unico volto del Msi. Ma il guaio è che lo stesso valeva all’incirca anche per gli osservatori esterni, compresi gli studiosi di storia e politologia, che per lungo tempo guardarono al partito della Fiamma in modo superficiale e distratto: basti dire che il primo lavoro su base scientifica dedicato al neofascismo, opera di Piero Ignazi per le edizioni del Mulino, giunse nel 1989. Un saggio pionieristico, intitolato Il polo escluso, che aveva qualche limite, ma anche e soprattutto molti meriti, tra i quali quello di evidenziare come il Msi non fosse affatto una forza monolitica, ma racchiudesse al suo interno diverse anime. Cementato dal comune richiamo nostalgico al fascismo, il mondo della Fiamma era tuttavia diviso su come andasse interpretata l’esperienza mussoliniana e su quale fosse la maniera migliore di tradurre quel patrimonio ereditato dal passato in un’azione politica efficace.

Annalisa Terranova, attraverso i ritratti vivaci e ben informati di alcune personalità rilevanti, approfondisce quell’aspetto, spesso trascurato, dell’esperienza missina: dà conto del pluralismo di un partito che era solito seguire i suoi capi, in primo luogo Almirante, con uno spirito fideistico piuttosto acritico, ma senza rinunciare a discutere, anche in modo acceso, sulla propria identità e le prospettive da perseguire. Al di là degli stereotipi, il Msi non fu soltanto saluto romano, doppiopetto e manganello. E non si esaurì neppure nella propensione immobilista e nella studiata retorica nostalgica di Almirante, dietro le quali vi era peraltro la fondata consapevolezza di come un assetto politico fondato sulla centralità democristiana offrisse al Msi spazi di manovra tristemente esigui. Dalla Fiamma tricolore si sprigionarono anche valide energie intellettuali tese a definire una strategia alternativa, che non trovarono sbocchi vincenti in parte per via della loro tendenza all’astrattezza e in parte per le condizioni ambientali proibitive in cui si trovarono ad operare.

Dalla ricca galleria che ci offre Annalisa Terranova tutto ciò emerge in modo nitido, così come risaltano le profonde differenze tra i diversi «leader mancati» di cui l’autrice traccia i profili. Ci sono gli utopisti e ci sono i realisti, questi ultimi però a volte fuori tempo. Come poteva sperare Ernesto Massi, mente pensante della sinistra missina nel primo decennio di vita del partito, che le masse lavoratrici sarebbero state attratte da un richiamo al socialismo nazionale del tutto avulso dalla realtà delle lotte sindacali nelle fabbriche e nelle campagne, per giunta proveniente da un partito che non disdegnava affatto, soprattutto nel Sud, di rappresentare interessi schiettamente conservatori? Più concreta era senza dubbio la rigorosa idea di destra predicata da Pino Romualdi, principale fondatore del Msi, sul quale pesarono tuttavia l’ingombrante passato di vicesegretario del Partito fascista repubblicano nella Rsi e i tre anni trascorsi in carcere dal 1948 al 1951, nella fase critica di aggregazione dell’ambiente missino, senza contare che la sua severa postura mal si adattava agli umori populisti di buona parte della base e che il progetto della grande destra, da lui sostenuto, si arenò presto per mancanza d’interlocutori, causa l’inconsistenza dei monarchici e l’indisponibilità dei liberali. Vicina alle posizioni di Romualdi, ma meno intransigente sul piano ideologico, era la linea di Ernesto De Marzio, che tuttavia scelse di rompere i ponti con le suggestioni nostalgiche per aderire in pieno ai valori democratici in una fase assolutamente sfavorevole allo sdoganamento della destra come la metà degli anni Settanta, caratterizzata da un cupo clima di violenza e da una ripresa dell’unità antifascista, sotto le specie dell’intesa tra Dc e Pci, che rese la scissione dal Msi di Democrazia nazionale del tutto irrilevante sul piano politico.

Diverso il caso di Pino Rauti, che rappresentò al contrario l’anima antisistema del Msi e seppe darle negli anni Settanta una dignità intellettuale, dopo aver rotto con il partito da posizioni estremiste e razziste negli anni Cinquanta, con la fondazione di Ordine Nuovo, e aver intrattenuto rapporti equivoci con i servizi segreti negli anni Sessanta, quando aveva creduto nella prospettiva del colpo di Stato militare. Dopo il ritorno sotto l’insegna della Fiamma nel 1969, Rauti aveva intrapreso una ricerca di strade nuove in chiave rivoluzionaria, aggregando nella sua corrente i fermenti giovanili più vivaci e acculturati. Va aggiunto però che, alla fin fine, nei riguardi di Almirante si era ridotto a fare l’oppositore di comodo, che non avrebbe mai potuto aspirare a conquistare la guida di un partito assestato decisamente a destra e quindi insensibile all’idea che si potesse «sfondare a sinistra», cioè conquistare consensi nell’elettorato di protesta deluso dal Pci. Nel Msi disorientato dalla morte di Almirante e poco convinto della promozione al vertice di Gianfranco Fini, Rauti riuscì anche a raggiungere la segreteria nel 1990, ma sostenuto da una maggioranza raccogliticcia ed eterogenea, in una condizione di strutturale debolezza che lo condannò presto al fallimento: d’altronde il suo appello anticapitalista e movimentista, sommato al rifiuto di cavalcare la tigre dell’insofferenza verso gli immigrati extraeuropei, era così lontano dal senso comune del tradizionale elettorato di destra da renderne comunque disperato il tentativo di cambiare pelle al Msi.

C’è poi la categoria dei modernizzatori, che si trovarono tutti, sia pure in fasi differenti, a cooperare con Rauti, ma guardavano a prospettive diverse. Marco Tarchi proponeva un percorso di fuoriuscita dal dopoguerra che comportava non solo l’archiviazione del neofascismo nostalgico e delle tentazioni autoritarie, ma financo il superamento dell’opposizione tra destra e sinistra, alla ricerca di nuove sintesi a forte coloritura terzomondista e antioccidentale: una sfida generosa quanto irrealistica, anche se nutrita di raffinati riferimenti culturali. Beppe Niccolai, ex sostenitore di Almirante, voleva rimettere in gioco il Msi in nome di un recupero della sovranità nazionale, in chiave assai critica verso il vincolo atlantico, che alla prova dei fatti non favoriva molto l’interlocuzione esterna: nemmeno con quell’area socialista craxiana che, pur contrassegnata dalle venature filoarabe affiorate in modo vistoso nel 1985 durante la crisi di Sigonella, manteneva comunque ben ferma l’adesione di principio all’alleanza con gli Stati Uniti. Più pragmatica rispetto a quella di Niccolai, anche se i due fecero un lungo tratto di strada assieme, l’impostazione di Domenico Mennitti, che lavorò invano per rianimare il Msi narcotizzato dall’almirantismo e poi partecipò da protagonista all’esordio vittorioso di Forza Italia, distinguendosi sempre per un’apertura culturale di cui sono eloquente testimonianza le due riviste da lui dirette, Proposta e Ideazione.

Nel ricostruire l’itinerario di Mennitti, recentemente scomparso, Annalisa Terranova si spinge anche oltre la fine del Msi, così come avviene per il capitolo dedicato a Gianfranco Fini, che tratta le vicende successive allo sdoganamento e anzi entra nel vivo con il 2003, anno nel quale il presidente di An compie il clamoroso gesto di accostare il fascismo al concetto di «male assoluto». Siamo in una fase in cui la leadership di Almirante è solo un ricordo, anche piuttosto lontano, ma la scelta di affrontare in questo libro il tema del conflitto tra Fini e Berlusconi si giustifica pienamente, poiché il decennio dal 2003 al 2013 permette di misurare quali conseguenze abbia avuto l’assuefazione del partito al precedente lungo regno del leader storico missino. La politica di arroccamento scelta da Almirante, con i voti del Msi conservati nel «frigorifero» nostalgico, si giustificava soprattutto perché un sistema bloccato e senza alternanza non offriva di fatto alla destra alcuno sbocco, se non quello ben misero di fungere da ruota di scorta della Democrazia cristiana. In fondo l’«alternativa al sistema» predicata da Almirante non era pura retorica: segnalava che, per riportare in gioco il neofascismo, era necessario un cambio di paradigma capace di spezzare il predominio dei partiti provenienti dal Comitato di liberazione nazionale e in particolare d’infrangere la centralità garantita alla Dc dal quasi monopolio che essa deteneva sull’elettorato moderato anticomunista, intimorito dal rischio di un possibile sorpasso da parte del Pci. Nella prima metà degli anni Novanta l’inchiesta Mani pulite, i referendum sulle leggi elettorali e la discesa in campo di Silvio Berlusconi crearono le condizioni per una svolta di quella portata e permisero al Msi, con la trasformazione in An, di entrare a pieno titolo nell’area governativa. Ma proprio da allora è venuta a galla anche l’impreparazione di una classe politica missina abituata a crogiolarsi nella coltivazione dell’identità neofascista, senza porsi mai il problema di sviluppare una moderna cultura di governo.

A tal proposito le pagine di Annalisa Terranova contengono osservazioni acute, per esempio circa il fatto che una parte consistente della destra ha vissuto Berlusconi come una familiare figura paterna, la reincarnazione, magari un po’ sgargiante, «dell’uomo solo al comando che finalmente può riempire il vuoto lasciato dal cesarismo almirantiano». In questo quadro il pur coraggioso e a tratti politicamente ben motivato tentativo compiuto da Fini per emanciparsi dalla tutela del magnate di Arcore, facendo leva sulla visibilità garantitagli dal ruolo di presidente della Camera, riusciva a radunare parecchi scontenti di vario genere, ma non poteva produrre altro che un deludente approdo centrista, per ragioni che Annalisa Terranova segue con occhio un po’ critico e un po’ partecipe in quello che è forse il capitolo migliore, certamente il più appassionato, del libro.

Un libro con cui l’autrice conferma le doti di analista e la scrittura coinvolgente che già ha dimostrato nei suoi lavori precedenti, dal saggio Planando sopra boschi di braccia tese (Settimo Sigillo, 1996) al romanzo parzialmente autobiografico Vittoria (Giubilei Regnani, 2014). Soprattutto va riconosciuta ad Annalisa Terranova, giornalista della storica testata missina Secolo d’Italia, una non comune disponibilità a considerare senza reticenze i limiti e gli errori dell’area politica alla quale appartiene, affondando il coltello nella piaga delle ragioni che l’hanno condotta alla sconfitta e alla dispersione. Per questo i suoi testi, al contrario dell’abbondante produzione occasionale cui ha dato luogo il ritorno in gioco della destra a partire dal 1994, sono destinati a rimanere come un utile punto di riferimento per chiunque intenda accostarsi al mondo missino e postmissino con un effettivo desiderio di comprenderne la storia.

Antonio Carioti