La lezione economica di Reagan per i conservatori italiani

di Redazione
29 Agosto 2022

Di Nicola Bosco

Ronald Reagan divenne presidente in un’America disillusa, traumatizzata dalla guerra in Vietnam e vittima della disastrosa amministrazione Carter, sull’onda del “Let’s Make America Great Again” . Non era un semplice slogan, ma riassumeva una vera e propria dottrina politica che fece breccia nei cuori degli americani e si dimostrò capace di tracciare la rotta per un futuro migliore, fatto di speranze, opportunità e realizzazione, attuando una serie di riforme economiche che riportarono l’economia nazionale a ruggire  e contenendo la minaccia del comunismo con l’aumento della spesa militare. 

La rivoluzione conservatrice di Reagan potrebbe ispirare un futuro governo di centrodestra in Italia affinché si possa raggiungere anche solo la metà dei risultati ottenuti durante quell’esperienza. I principi di quella strategia economica si fondavano non solo su motivi di praticità e convenienza, ma anche e soprattutto da una coscienza politica ed etica più profonda, quella del “We The People”, che ispirò i padri fondatori americani e costruì quella che oggi è la più grande potenza del mondo.

Il pensiero economico reaganiano poggiava le sue basi nel filone del pensiero neoliberista, tanto criminalizzato quanto poco conosciuto dai più, che ha avuto come figura di spicco uomini del calibro di Milton Friedman, Nobel per l’economia nel 1976, ma anche del giovane economista Arthur Laffer, docente della California University, che aveva come sua personale caratteristica quella di essere un anticonformista e di muoversi fuori dagli schemi. Il presidente ne rimase affascinato a tal punto dal seguire i suoi consigli.

Secondo la leggenda, Laffer spiegò allo stesso Reagan la sua teoria economica scarabocchiando su un tovagliolo di un ristorante un grafico con una curva a campana, meglio nota come la “Curva di Laffer”. Secondo l’economista californiano, infatti, l’abbassamento delle aliquote avrebbe aumentato il gettito fiscale. Vi è infatti un livello di tassazione oltre il quale lavorare, e di conseguenza pagare, non avrebbe più senso e provocherebbe una riduzione del gettito. Al contrario, una pressione fiscale bassa indurrebbe i cittadini a spendere e ad investire, favorirebbe l’occupazione, quindi alleggerirebbe la spesa dello stato, garantendo maggiori introiti nelle casse dell’erario.

Queste teorie non rimasero scritte sul famoso tovagliolo del ristorante, ma furono applicate dall’amministrazione Reagan fin da subito, quando il tetto dell’aliquota fiscale scese dal 70% al 31%, mentre le entrate aumentarono ogni anno, dal 1980 (8.858 miliardi di dollari) al 1990 (1,93 trilioni di dollari); di conseguenza la povertà crollò dal 19% al 9% (risultato migliore dopo la seconda guerra mondiale), la percentuale di famiglie povere passò dall’8,8% all’8,3%, mentre quelle ricche passeranno dal 20,2% al 25,7%, la ricchezza delle famiglie aumentò di 15.000 miliardi di dollari e le entrate federali aumentarono del 60% (da 618 miliardi a 991 miliardi di $).

In Italia il centrodestra, nato con la promessa della rivoluzione liberale e oggi a forte trazione conservatrice, deve lanciare una sfida innovativa e riformatrice e determinare una rivoluzione fiscale fatta di deregolamentazioni, riduzione della spesa e coraggiosi tagli delle tasse. La tanto osteggiata Flat Tax può rappresentare una parte importante di questa inversione di tendenza politica e culturale determinata da un governo di centrodestra, per riaffermare il principio che vede il cittadino e non lo stato al centro di tutto. Diciamolo con Reagan: “Non ci sono grandi limiti alla crescita perché non ci sono limiti all’intelligenza, all’immaginazione e alla meraviglia umana”