Italia 2016: un paese che muore

di Redazione
13 Ottobre 2016

 

Un tempo l’Italia fu un paese di condottieri, esploratori, avventurieri, oltre che ovviamente di pittori, poeti e musicisti.

Oggi lo vedo ogni giorno di più come un luogo di mediocri, di personcine modeste, in ogni campo intente sempre ad erigere monumenti al loro Ego. Vedo soltanto timorosi – ma non timorati, in quanto la vergogna non esiste più – tremebondi, impauriti quando non codardi.

Siamo un paese d’invidiosi, ma non di quell’invidia sana che ci spinge ad emulare i migliori o a competere con i grandi; una nazione morente, accidiosa e malmostosa; un parco di ruminanti che non osa alzare la testa.

I ruderi e le rovine sono le scuole, sulle quali con l’inizio di ogni nuovo anno scolastico i giornali titolano: “Ritorna la Storia dell’Arte nelle scuole”, ma non è che fosse mai andata via. Come si è detto, l’ultima riforma targata centrodestra si era limitata a cambiarle nome, lasciandola ad un numero di ore insufficienti e troppo spesso in mano ad insegnanti incapaci ed incompetenti, interessati soltanto a portare a casa uno stipendio, consci di essere considerati docenti di una materia di “serie B”. Poiché la Storia dell’Arte è considerata materia troppo scientifica da chi intraprende studi umanistici e troppo “filosofica” da coloro che scelgono studi scientifici, è sempre stata vista come un “di più”, invece che come un punto focale e fondante della formazione culturale di un essere umano degno di tale nome.

A parte il solito refrain che ormai hanno imparato a ripetere anche quelli che fino a ieri neanche sapevano cosa fossero i beni culturali, cioè che l’Italia detiene il maggior numero di opere artistiche al mondo, che l’arte è il nostro “petrolio”; la Storia dell’Arte in effetti più che “utile” si rivela necessaria.

Necessaria innanzitutto alla conoscenza del mondo e di noi stessi, se è vero come è vero che “fatti non foste a viver come bruti”, essa è indispensabile per una Buona Politica e dunque per un Buon Governo. Questo non l’hanno mai capito i nostri politici di qualsiasi parte, tranne qualche sporadico bagliore che anni addietro ha illuminato per qualche tempo le coscienze degli insegnanti e degli alunni. Questa disciplina “ibrida” è fondamentale per comprendere e saper distinguere il Bello dal brutto, la Bellezza dall’orrore ed evitare così certe mostruosità che ci circondano, frutto d’incuria, ignavia e ottusa ignoranza. Mancando tale capacità di discernimento, e così d’una coscienza estetica che racchiuda un’etica, si favoriscono le peggiori sozzure non soltanto esteriori ma anche – soprattutto – interiori all’uomo contemporaneo. Siamo la prima “civiltà” che ha preferito il brutto al Bello, non dimentichiamolo, in quanto l’arte fatta da chi non ne ha il diritto – perché proprio di “diritto” si tratta – è quella cosa che ha imposto ovunque la dittatura del brutto, generando disagio e depressione diffusa, senza aver aumentato il benessere psicofisico dell’uomo e senza aver diminuito la violenza. Anzi, molto spesso ha favorito il disagio psichico e sociale e la brutalità.

Questo perchè mentre la Bellezza genera, trasmette – anche in maniera inconsapevole per chi vi è esposto – un influsso sottile e “positivo”, le cose brutte, magicamente, sono veicoli di male, dolore e follia. Un giardino all’italiana rende sereno chi vi passeggia, mentre percorsi di cemento lastricato acuiscono il malessere di chi li attraversa come avviene in certi quartieri delle periferie abbandonate a loro stesse.

La Storia dell’Arte serve anche per vivere meglio, così come la letteratura, la musica, il teatro, il cinema, i gatti e la zuppa inglese e si rivela essere necessaria non tanto per saper distinguere una tela di Caravaggio da una di Guido Reni, quanto per capire che Caravaggio e Reni sono la nostra Cultura, la nostra fonte, le nostre radici e la nostra tradizione; senza andare a cercare qualcosa di simile in droghe, alcol e stordimenti vari o evitare di andare fieri del portare un anello al naso o un piercing sulla lingua.

Abitiamo un paese di spettri, di ombre senza più ricordo della passata grandezza, intente soltanto a riperpetuare il più possibile il proprio miserando potere e a “sopravvivere”. Non c’è più quella “santa ira” che fece scacciare i mercanti dal tempio da uno venuto a morire per noi tutti.

I nostri giovani sono vuoti, amorfi, dispersi e chi è genitore è colpevole mille volte perché li hanno allevati “a fottere” e non a conquistare. Li hanno “educati” a cercare la strada più comoda, la “porta larga”, il “tutto dovuto e subito”, ma poi li chiamano “choosy”. Le famiglie non sono più “allargate” sono “diffuse”, estese, espanse. Siamo un paese “moderno”, da noi si è affermato il poliamorismo, il transessualismo, l’ermafrocismo… tutto ismo quando si tratta di divertirsi e chi se ne impippa degli altri!

Onore, dignità, amore, amicizia, fedeltà, rispetto… tutte parole ormai prive di significato, annichilite da spread e wifi e social network.

Non sogniamo più, tanto presto ci tasseranno anche i sogni.

Dalmazio Frau