Intorno alla Nazione: il pensiero italiano e la lezione di Renan

di Leonardo Tosoni
14 Luglio 2020

In questo nostro tempo sventurato, la dimensione nazionale sembra essersi ridotta soltanto all’esame di coscienza che ciascun popolo è indotto a fare per redimersi dal male compiuto; non più il mito della grandezza nazionale, il ricordo dei caduti per la Patria, ma senso di colpa per la storia nazionale, e ricordo dei caduti a causa della “nostra” Patria. E non sarebbe neppure del tutto errato fare i conti con la propria storia, prendendo consapevolezza di quanto, nel bene ma anche nel male, un popolo può aver compiuto nel corso dei secoli, ma oggi tutto si riduce soltanto all’autoaccusa. 

Non vorremmo che questo recente soffiare sul fuoco dei conflitti e delle proteste sia da intendere come la spallata finale che il globalismo vorrebbe assestare allo Stato nazionale, già da anni sotto gli attacchi di minoranze tecnocratiche e mediatiche egemoni in occidente. In questa smania ossessiva di giudicare la storia alla luce di un ipocrita umanitarismo astratto, per sentirsi migliori condannando gli uomini del passato – che ricordava Benedetto Croce “entrati nella pace del passato” dovrebbero essere “al di là dalla severità e dall’indulgenza come dal biasimo e dalla lode” – sembra degradarsi definitivamente il concetto di nazione.

Gli studi storici hanno accertato che esistono e sono esistiti modi diversi di intendere la nazione, e di concepire il nazionalismo. 

Lo stesso Federico Chabod, nel suo saggio dedicato all’Idea di nazione (Laterza, 1961) rivendicò il carattere umanistico e vitalistico del concetto di nazione così come espresso dal pensiero italiano, in netta antitesi con quanto partorito dal pensiero tedesco che, salvo poche brillanti eccezioni, concepiva primariamente la nazione attraverso l’elemento naturalistico. In questo senso, per quanto riguarda l’Italia, gli studiosi del pensiero politico hanno ben messo in risalto come già a partire da Mazzini, e poi nello sviluppo del nazionalismo modernista del primo novecento, fosse decisiva la componente volontaristica, spirituale, umanistica della nazione intesa come “comunità di destino”, fulcro di un volere comune, più che razza di una specifica area geografica. 

Quel che è interessante sottolineare è che, ferma restando l’importanza di una coscienza nazionale, e quindi del sentimento di appartenere a una medesima Patria – principio su cui concordavano persino due uomini diversissimi come Cavour e Mazzini – l’idea di nazione non è inevitabilmente legata all’idea di razza, e non necessariamente quindi il nazionalismo deve sfociare nel razzismo. 

Non è un caso che un vero patriota quale fu Vincenzo Gioberti ebbe a scrivere che “l’Italia fu sempre civilmente o religiosamente la più cosmopolitica delle nazioni”. Ma una concezione volontaristica, pur legata a un fondo di naturalismo, è ravvisabile anche in Alfredo Rocco che concependo la nazione come “unità riassuntiva della serie indefinita delle generazioni” non mancò però di affermare: “Non appartiene alla nazione chi è nato e vive nel territorio nazionale, ma chi si sente ad essa spiritualmente legato”. 

Una originale prospettiva si ritrova anche nell’avanguardia culturale che all’inizio del Novecento si generò intorno a «La Voce» di Giuseppe Prezzolini; qui si incarnò, come evidenziato da Emilio Gentile ne La Grande Italia (Laterza, 2006), la volontà di “conciliare nazionalismo e cosmopolitismo, patriottismo e umanismo, richiamandosi, da una parte, alla tradizione risorgimentale e, dall’altra, al nuovo idealismo di Croce e di Gentile”. Ma la peculiarità dei vociani era in particolare quella di voler costruire un’identità a partire dal confronto ma anche dallo scontro delle varie e diverse componenti della società, sia pure attraverso la valorizzazione delle particolarità locali, da sempre elemento caratteristico della penisola italiana.

 Forse l’acme di questa concezione di nazione, bellissima e italianissima al tempo stesso, si raggiunse con il filosofo dell’attualismo Giovanni Gentile, che addirittura la superò: nel pensiero gentiliano si scorge con decisione l’idea di una nazione come “perpetuo realizzarsi della volontà di un popolo” legata a una visione di Stato in continuo divenire che crea la nazione, e non il contrario. 

Può essere illuminante rileggere il breve pamphlet contenente una lezione di Ernest Renan, tenuta alla Sorbona nel 1882 e ancora attuale in molti punti. A rendere particolarmente interessanti queste pagine, la concezione di nazione espressa: non una razza, né un territorio specifico, ma soprattutto “un’anima, un principio spirituale”. Di fronte a una narrazione che vorrebbe ricondurre tutti gli orrori del Novecento al nazionalismo, senza distinguere quello volontaristico e spirituale prospettato da Renan e caratteristico del pensiero italiano, da quello naturalistico, militaristico-imperialista, legato principalmente alle logiche di politica di potenza, l’attualità dello scritto di Renan può ravvisarsi anche nello sguardo positivo verso la propria storia

Lo scrittore francese ammette che l’investigazione storica “riporta alla luce gli atti di violenza che sono avvenuti all’origine di tutte le formazioni politiche”, ma non per questo una nazione può prescindere da un atteggiamento comprensivo verso la propria storia, che non significa del tutto celebrativo e acritico, ma almeno realistico e senza il ricatto del senso di colpa postumo. E poi le pagine di Renan ricordano che semmai il razzismo è un inciampo del nazionalismo, non una sua costante, e che la tendenza a confondere e a degradare la più nobile idea di nazione era già diffusa sul finire dell’Ottocento se il grande intellettuale francese ammonì: “Ai nostri giorni, si commette un più grave errore: si confonde la razza con la nazione, e si attribuisce a gruppi etnografici, o piuttosto linguistici, una sovranità analoga a quella di popoli realmente esistenti”. 

Oggi si avverte, specialmente in Italia, la mancanza di quel sentimento comunitario nazionale decisivo per ritrovare la coesione di un popolo finalmente artefice del proprio destino. Chi parla di nazione, o peggio ancora di nazionalismo, rischia di passare per un suprematista, un razzista cui negare il diritto di parola. Vale allora davvero la pena di riscoprire la volontà di sentirsi una comunità nazionale, di ritrovare quell’essenza di nazione spirituale antitetica al razzismo, oggi che le spinte disgregatrici del mondialismo assumono sembianze sempre più inquietanti e pervasive.

Sarebbe bello ritrovarsi in un destino comune, figli sì di una stessa e complessa storia, ma realisticamente pronti alle sfide della modernità, aprendosi al mondo e combattendo davvero il razzismo, incompatibile con l’italianità; ritrovare lo spirito che permetta a tutti gli italiani di sentirsi affratellati, poiché nel nostro caso difendere la Nazione significa difendere una millenaria Civiltà, consapevoli con Renan – che nella stessa lezione aveva anche vagheggiato una futura confederazione europea – che l’esistenza di una nazione “è un plebiscito di tutti i giorni, come l’esistenza dell’individuo è una perpetua affermazione di vita”.