Il viaggio di Cuniberto tra i luoghi dell’anima italiana

di Redazione
16 Settembre 2020

Un esercizio goethiano quello che Flavio Cuniberto compie nel suo libro Viaggio in Italia edito da Neri Pozza. Se il viaggio di Goethe verso le terre del Sole e della forma classica rappresenta l’archetipo di ogni “contemplazione partecipante” rivolta al nostro paese, più delicato risulta essere questo atto contemplativo quando è compiuto da un italiano. Forte è in quel caso la tentazione di riversare sulle pagine le speranze, le disillusioni addirittura i rancori. Cuniberto, docente di estetica all’Università di Perugia che da una vita si muove tra i due poli della cultura del vecchio continente (quello mitteleuropeo e quello mediterraneo) si svincola con eleganza da queste tentazioni. Il suo viaggio contemplativo nei piccoli borghi e nei grandi paesaggi, nelle città eterne dell’Italia vola alto fino a rendere ombre il dolore – che pure si percepisce – per ciò che è scomparso, per ciò che è stato degradato, per ciò che potrebbe essere e non è.

Come leggere il libro di Flavio? Dall’inizio alla fine o anche a ritroso, o puntando il dito sul luogo della geografia dell’anima che più suscita un interesse personale. Cercando i riferimenti al Rinascimento ho trovato parole non banali riguardo a un fenomeno che attende ancora di essere compreso nelle sue profondità misteriose: non solo una cultura della “gioia di vivere”, ma anche a suo modo pervasa da un afflato religioso, volto ad armonizzare natura e spirito e a realizzare quella perfezione dell’“anima senziente” che un singolare talento mitteleuropeo come Rudolf Steiner additava come missione dell’Italia.

Nelle sue peregrinazioni l’autore ha la dote di congiungere paesaggi e personaggi. È fiacca l’idea che i luoghi italiani siano “paradisi abitati da diavoli” ovvero che vi sia contraddizione tra il paesaggio e la pochezza antropologica di chi li abita, come se fosse capitato lì per caso. In realtà le mura di una città, le stesse varietà della natura rispecchiano le generazioni che sono entrate in quel quadro o lo hanno dipinto. Il problema si pone quando gli eredi dilapidano il lavoro di civiltà compiuto da una lunga catena di avi.

L’autore è straordinario nel cogliere i rimandi nel tempo così come nello spazio. Ad esempio parlando di Ravenna coglie il nesso sottile nella presenza di Garibaldi, appena reduce dall’aver combattuto a Roma per una repubblica che per la prima volta archiviava l’eterno governo sacerdotale, e il passato ghibellino della città di Romagna: “Al culto raffaellesco di Urbino fa riscontro, a Ravenna, quello di Dante. La Tomba è un luogo di pace e suggestione verde, addossato alla mole della chiesa di San Francesco. Ma alla memoria di Dante si associa, in altra forma, quella di Garibaldi e della sua fuga, e della morte di Anita nella pineta (ricordata da un monumento che la raffigura con lunghe trecce che le cadono dalle spalle): e se a queste memorie antiche si aggiunge la mostra dei Preraffaelliti, con i quadri famosi e meno famosi di Dante Gabriele Rossetti, ne emerge una Ravenna fieramente repubblicana e antipapale, o ghibellina”.

Da prendere attentamente in considerazione gli spunti sugli echi di civiltà remote come quella egizia presenti a Torino; e aggiungerei anche a Napoli. L’Italia, Giano bifronte che mai si distacca dal passato, ha forse il compito di conservare la successione antica delle civiltà (l’egizia, la tirrenica, la greca, la romana) e di consegnarla al presente come fonte di ispirazione.

A proposito di Napoli e dunque di Mezzogiorno, da meridionali rimprovereremmo ad un autore così percettivo di essersi soffermato poco nel Sud Italia nel suo viaggio interiore. Ma a prevenire e a rendere inopportuna l’accusa è Cuniberto stesso che con gentilezza chiede venia: “Le pagine sul Mezzogiorno – ridicolmente poche – sembreranno anche troppo severe, quasi ossessionate dal problema dell’incuria ambientale, dal carattere pervasivo dei fenomeni mafiosi, da quel fatalismo che è quasi un luogo comune attribuire alla cultura meridionale. C’è però un non detto, in queste pagine, che forse ne giustifica almeno in parte la brevità. Ed è che, più si procede verso sud, e più l’Italia diventa alla fine sé stessa”.

Questa è in effetti la percezione che tanti mitteleuropei condividono: che il Mezzogiorno sia la “intensificazione” del carattere degli Italiani, mentre nel Nord Italia prevalga una maggiore amalgama con ciò che è Nord-europeo e complementare (non contrapposto) al carattere mediterraneo-italiano come i due poli di una calamita.

Alfonso Piscitelli