“Il mio maestro Montanelli e il ‘suo’ Giornale”, intervista a Federico Bini

di Redazione
27 Luglio 2020

In Montanelli e il suo “Giornale” Federico Bini descrive una delle più importanti figure del giornalismo italiano del dopoguerra. Attraverso aneddoti e retroscena, custoditi preziosamente da alcuni protagonisti di quell’epoca, l’autore ripercorre quella finestra temporale della storia italiana che ha visto la nascita del “Giornale” di Montanelli. Ce ne parla in questa breve intervista.

  1. Lei è nato nel 1992, è molto giovane. Ci racconti un po’ quando e perché si è avvicinato alla figura di Indro Montanelli.

Ho “incontrato” Montanelli quando facevo la prima liceo classico. In occasione del mio compleanno, l’allora compagno di banco, un valoroso marxista mi regalò il libro Indro Montanelli. La mia eredità sono io. Pagine da un secolo di Paolo di Paolo e rimasi completamente affascinato dalla sua vita avventurosa. Consideri che fino a quel momento, studiavo poco ma leggevo tantissimo. La scuola l’ho sempre vissuta da “libero professionista” (come mi definì la mia insegnante d’inglese Daniela Bisogni) preferendo formarmi da solo con i testi dei grandi politici, scrittori e pensatori liberali: Cavour, Einaudi ma anche tanto De Gasperi. Ecco, fino al momento in cui non avevo ancora conosciuto Montanelli, intorno ai sedici anni, ero incentrato in particolare nello studiare De Gasperi che abbandonai completamente per dedicarmi alla lettura (studio) dei testi e delle biografie del grande giornalista toscano. Da allora fino ad oggi, Montanelli è stato il mio compagno di viaggio. A lui devo tanto della mia formazione culturale, perché da Montanelli ho appreso una passione che fino a quel momento pensavo di non avere, quella per la scrittura e il giornalismo, ma soprattutto mi ha permesso di conoscere Prezzolini, Guareschi, Longanesi, Malaparte, Piovene, Missiroli, Flaiano, Brancati, Gobetti, Cecchi eccetera facendo di me una persona felice, ma anche triste per non aver vissuto quel periodo. Una cosa ci tengo a ricordarle, io sono nato il 22 aprile, stesso giorno del grande maestro. Era forse destino che lo “incontrassi”…

  1. L’attentato subito nel 1977 da Montanelli è stato inteso come un voler zittire una voce controcorrente, un po’ fuori dal coro. L’idea di scrivere questo libro è nata da quella di ridare vita a questa voce?

Certamente c’è un nesso. L’idea di scrivere questo libro nacque per caso mentre stavo intervistando l’allora presidente e fondatore del “Giornale”, Biazzi Vergani, riguardo ad una pubblicazione sui grandi nomi del giornalismo italiano. Ma mentre mi stava raccontando la storia della fondazione del quotidiano dentro di me dissi: “No, sto sbagliando! Parla di questa grande avventura!”. Era il primo giugno 2016. Ho impiegato quattro anni di grande lavoro ma ce l’ho fatta. Soprattutto sono riuscito a farcela senza raccomandazioni, appoggi o buone parole, dimostrando che con la caparbietà, il sacrificio e una forte passione si può fare qualcosa di buono anche in questo complicato Paese. Comunque, nella mia introduzione al libro ricordo l’attentato del ’77 come il prezzo che Montanelli pagò per la sua battaglia di libertà e anticonformismo.

  1. Cosa ne pensa del recente attacco alla statua di Montanelli?

Provo profondo sgomento. C’è un tentativo subdolo e pericoloso nel voler riscrivere la storia a senso unico sanificandola attraverso processi di piazza. Non vorrei fare paragoni un po’ azzardati ma c’è un clima che ricorda molto gli anni ’70. Montanelli come tutti gli uomini del passato può aver commesso degli errori, ma non accetto atti vandalici o critiche da coloro che manifestano con il pugno alzato come se fosse un simbolo di libertà e pace.

  1. Il dibattito sulla memoria di Montanelli è sempre stato acceso e complicato. A tal proposito, è corretto secondo lei traslare degli eventi storici di diversi decenni fa nel contesto attuale?

Montanelli è stato un personaggio che ha vissuto da protagonista l’intero novecento europeo fatto di due guerre mondiali e da una terza denominata “guerra fredda”. Come dice il mio amico Giancarlo Mazzuca «ha attraversato mari in tempesta» e può essere capitato in alcuni sbagli di gioventù. Penso al caso della piccola Destà ma anche all’infatuazione per Mussolini… il vero problema è che Montanelli non fa più comodo a una certa sinistra nella sua battaglia contro Berlusconi, motivo per cui torna ad essere il nemico di un tempo. La cosa simpatica è che chi attacca oggi Montanelli per la vicenda di Destà pensa di essere un grande scopritore di gossip, invece è un emerito “somaro” dal momento che si tratta di una vicenda conosciutissima e per di più nel vecchio studio di Via Negri 4, oggi a Fucecchio, in Fondazione, c’è la foto della ragazza a cui rimase sempre legato. Se poi lei mi chiede se condivido questa vicenda storica le dico che non la condivido, ma vorrei andare a vedere il passato dei nonni di tanti manifestanti…

  1. Cosa distingueva, allora, “il Giornale” dagli altri quotidiani?

Era un vero e proprio manifesto del pensiero liberale e conservatore. Un giornale di libertà e anticonformismo. In Europa era rispettato e temuto per le sue battaglie contro il comunismo, tanto che all’interno del quotidiano c’erano grandi sovietologi come Bettiza e Barbieri. Montanelli e i suoi colleghi fondando “il Giornale” sfidarono l’Italia del compromesso storico, erano soli in questa battaglia ma la vinsero, nonostante i finanziatori da Agnelli a Rizzoli si tirarono tutti indietro per paura di compromettersi. Oggi come allora in Italia non siamo un Paese totalmente libero, siamo in una democrazia che io definisco “anomala” perché c’è paura che chi non sta dalla parte della sinistra venga tagliato fuori dal mondo culturale, economico e politico. Siamo da sempre in una democrazia liberale incompiuta.

  1. Crede che dopo la morte di Montanelli “il Giornale” sia cambiato?

“Il Giornale” entra in crisi con la caduta del muro di Berlino del 1989. In quella data viene meno non solo l’ideologia comunista, che non scompare ma muta ma anche l’anticomunismo. “Il Giornale” perde la sua funzione di baluardo contro il PCI, smarrisce la sua identità e già nei primi anni ’90 visse una prima crisi d’identità risultando in calo nelle vendite e alla ricerca di nuove battaglie. Con l’uscita di Montanelli nel ’94 il quotidiano visse una nuova fase e una nuova storia passando da giornale di opposizione a giornale di maggioranza.

  1. Montanelli si distinse in maniera netta per il carattere limpido e conciso della sua narrazione. Pensa che il giornalismo attuale soffra la sua mancanza in tal senso?

Il giornalismo di oggi è totalmente asservito al potere e alla politica. I giornali non fanno informazione ma lotta partitica. Montanelli e il suo “Giornale” sono stati l’esempio di come si fa giornalismo in Italia, non facendo sconti a nessuno, da De Mita a Craxi. A mancare oggi non è solo Montanelli ma anche il suo pubblico.

  1. A suo modo di vedere, se Montanelli fosse vissuto in questo preciso momento storico, quale sarebbe stata la sua critica più feroce? E quale la cosa più apprezzata?

È una domanda a cui forse potrebbe rispondere solo una persona che veramente ha conosciuto Montanelli da vicino come la nipote. Io mi limito a dire che con i suoi controcorrente ha anticipato Twitter, motivo per cui avrebbe potuto (forse) apprezzare tale social.

  1. Alla vigilia delle elezioni del 1976, dinanzi all’ascesa del Partito Comunista Italiano Montanelli invitò l’elettorato moderato a votare per la Democrazia Cristiana, con il celebre slogan del “turiamoci il naso e votiamo DC”. A suo modo di vedere, come mai il giornalismo italiano attuale non riesce ad avere un tale peso e una tale credibilità, nonostante gli sforzi di diversi giornalisti nel cercare di veicolare messaggi e opinioni politiche precise?

Come Lei stessa già intuisce nella domanda, Montanelli aveva credibilità presso una parte importante dell’elettorato del Paese, della maggioranza silenziosa. Montanelli non conduceva battaglie partitiche, come fanno oggi molti giornalisti, ma battaglie di libertà: dall’anticomunismo allo statalismo. Montanelli poi vive in un’epoca fortemente ideologica, dove c’erano gruppi e fazioni ben mercate, oggi in questa società fluida, senza idee, padri e riferimenti culturali, avrebbe fatto fatica a essere decisivo come allora. Se ne è andato nel momento giusto, evitando di vedere la catastrofe futura.

  1. Quale forma di conservatorismo può essere ricondotta a Montanelli nell’Italia della DC e del compromesso storico?

Montanelli fu certamente un conservatore, ma ancora di più fu un grande liberale. In lui si ritrova la migliore destra storica: da Sella a Giolitti passando per Einaudi. Dopo Cavour ed Einaudi (nella bellissima e dolorosa stagione del centrismo degasperiano) ha creato nell’Italia del compromesso storico una delle più difficili e romantiche battaglie liberali di cui il Paese aveva profondamente bisogno. Per come si è evoluta la società italiana, stretta dalla morsa catto-comunista, forse ha perso, però ci lascia una grande eredità da cui ripartire.

Federico Bini