Il genocidio prima del genocidio: 105 anni dal massacro degli Armeni

di Daniele Dell'Orco
24 Aprile 2020

L’alfabeto armeno è dolcemente bipolare. Ha una forma leggiadra, rigogliosa, artistica. Racconta di raffinatezza e tradizione. Come tutto ciò che parla armeno, del resto. La pronuncia, al contrario, è incredibilmente ferrigna. Ogni parola, detta a voce alta, suona come un colpo di spranga. Anzi, vista la lunghezza media di ogni singolo lemma, sembra più una interminabile serie di frustate.

Dzidzernagapert, ad esempio. Se provi a pronunciarla fai la figura del turista inetto che vuole imparare due parole in croce per sentirsi integrato nella città vacanze di turno, storpiandole male. Se la dici, sbagli. È matematico. E magari ci ridi. Ma se la pronuncia un armeno, non la dimentichi più.

Vuol dire Forte delle rondini.

È il nome di una delle colline che sovrastano Yerevan, la città dei saliscendi. Siccome l’Armenia è un paese dove le leggende che ne hanno formato la cultura contano più dei formalismi, il mito del Forte delle rondini è un rimando ancestrale al nido delle messaggere tra Marte e Afrodite, dèi pagani. La capitale del primo stato cristiano della storia ha scelto una spianata su un colle pagano come luogo per costruire il memoriale del primo genocidio della storia. Fantastico. Assurdamente.

Il Nido delle rondini è un terrazzo così esemplare che da lì la città non si guarda, si perlustra. Più o meno a ore 5, rivolti verso Yerevan, il sacro Monte Ararat non si vede molto spesso, a causa della strana luce fosca dei cieli caucasici. Ma si percepisce, sempre. È il Monte Fuji degli armeni. Dove, secondo l’Antico Testamento, si incagliò l’arca di Noè durante il diluvio universale. In Armenia qualsiasi cosa porta il nome Ararat. Le vie, i parchi, le agenzie immobiliari, i brandy, i dolciumi, gli hotel. Tutto.

Peccato per un piccolo dettaglio. Il Monte Ararat, ad oggi, è in Turchia.

Una ferita aperta, l’ennesima, nella storia del popolo che ha vissuto il genocidio prima dei genocidi. Nel 1915, infatti, il termine formalmente non esisteva. Nessuno sapeva come definire il massacro che l’esercito dei Giovani Turchi stava perpetrando ai danni di centinaia di migliaia di armeni (la conta dei morti, infine, reciterà 1,5 milioni). Il 24 aprile, nello specifico, sta a indicare l’uccisione di massa degli esponenti di maggior rilievo della comunità armena di Costantinopoli. Ma cancellare il gotha, si sa, è sempre l’ultimo passo di ogni pulizia etnica che rimuove prima persone, poi memorie. Le persecuzioni, fondamentalmente anticristiane, ai danni degli armeni erano iniziate già alla fine dell’Ottocento. E avevano pian piano costretto milioni di persone alla diaspora che ha sparso gli armeni un po’ ovunque tra Caucaso, mezzaluna fertile, Russia e, nel caso dei più fortunati, Europa e Stati Uniti.

Ah, e ovviamente Armenia.

A Sud Ovest del centro di Yerevan, ad esempio, c’è uno slum, Kond, che oggi di fatto è una baraccopoli come se ne conoscono tante nelle metropoli di tutto il mondo. Ma è anche il quartiere più antico della città dove gli armeni si rifugiarono durante la dominazione persiana, lasciando a turchi, curdi e tartari circa l’80% della città. È anche una sorta di quartiere primordiale dove gli armeni vanno per far pace con la propria storia. Infatti, molti di quelli sfuggiti al genocidio si stabilirono lì. E i figli e i nipoti ci vivono ancora. È un luogo dimenticato da Dio, eppure fiero e accogliente. Ma questa è un’altra storia…

Sul Nido delle rondini, si diceva, una mega colata di cemento e rivestimenti in basalto e granito formano il memoriale. Architettonicamente povero, freddo ed essenziale. Com’è giusto. Gli spazi larghissimi costringono i visitatori a una passeggiata infinita che costeggia le mura di pietra con incisi i nomi dei villaggi più colpiti, alcuni cancellati per sempre. I secondi diventano più lunghi del normale. Il silenzio cala. La riflessione è dovuta.

Da lontano una stele di 44 metri, appuntita verso il cielo, segna la rinascita del popolo armeno, mentre 12 piastre a forma di petali custodiscono la fiamma eterna. Per rendere omaggio, con una rosa, le scale sono volutamente ripide, e per scenderle c’è l’obbligo fisico di chinare il capo.

Nella parte iniziale del memoriale c’è il parco dove sono messe a dimora, donate da personalità straniere, piante in memoria delle vittime. È il primo punto che si incontra ma per logica dovrebbe essere l’ultimo, perché dopo l’excursus storico il parco racconta di una realtà tuttora in corso, fatta di negazionismo, omertà, diplomazia e geopolitica.

Il genocidio armeno è riconosciuto da SOLI 29 Paesi al mondo (tra cui l’Italia). Alcuni altri lo riconoscono nella sostanza, ma non nella forma. Per non indispettire “l’amico” turco. Le due mancanze impossibili da non notare, ci venga concesso, sono Stati Uniti e Israele.

Nessun presidente americano dai tempi di Reagan ha mai pronunciato la parola “genocidio” in riferimento al dramma armeno. Qualcuno dirà Obama, ma utilizzò una perifrasi. Eppure, lo scorso Ottobre il Congresso Usa a larghissima maggioranza ha approvato una risoluzione che lo riconosce, “silenziata” dalla Casa Bianca. Così in Israele, esponenti politici non hanno esitato a parlare in pubblico di “genocidio”, termine che conoscono tristemente sin troppo bene, ma ufficialmente lo stato ebraico non l’ha mai riconosciuto per tenere buoni i rapporti con uno dei pochi alleati del Vicino Oriente. O almeno lo era prima del neo-ottomanesimo di Erdogan. Ma ancora oggi non esiste alcuna risoluzione votata dalla Knesset.

Agli armeni, si badi bene, la geopolitica interessa poco.

Nel corso dei secoli sono stati dominati, depredati, repressi e perseguitati. Ma, strenuamente, si difendono sempre. E sempre con la croce tra le mani. Come quella che indossavano i 5000 del Mussa Dagh, il massiccio a nord della baia di Antiochia dove si rifugiarono gli abitanti di 7 villaggi per sfuggire al massacro. Per 40 giorni gli armeni, armati solo di una cinquantina di fucili moderni e armi da caccia, respinsero i vari attacchi delle truppe turche.

Dopo oltre un mese di resistenza vennero tratti in salvo da una nave francese di base a Cipro, attirata in zona da un incendio, che si avvicinò alla costa e vide lo striscione bianco che gli armeni avevano issato sulla cima del monte: “Aiuto, cristiani in pericolo”. In via del tutto eccezionale, dopo che una squadra navale cannoneggiò le postazioni turche, unità da guerra trassero in salvo i civili, che furono poi sistemati a Port Said, in Egitto. Passata la buriana, nessuno tornò indietro, a parte quelli di Vakifli, l’unico villaggio armeno rimasto oggi in tutta la Turchia.

Del Mussa Dagh, sulle carte geografiche, non c’è più traccia. Nessun monumento nella splendida baia ricorda di quell’impresa. Turisti, visitatori e bagnanti scorrono felici e spensierati. Nessuno sa nulla.

Quella del genocidio armeno è una storia di rimozione e prevaricazione. Si cancella il più possibile, si sovrasta il poco che è rimasto. Come al villaggio di Vakifli, dove agli armeni è “concesso” vivere, ma a patto di “convivere” col busto di Atatürk d’ordinanza e con l’unica chiesa armena affiancata dalla bandiera rossa con la mezzaluna bianca.