I Conservatori e la società italiana

di Pasquale Ferraro
25 Luglio 2021

La storia del conservatorismo e dei suoi testimoni – quei primi conservatori, non è semplice ma strettamente legata alla sorte e al destino d’Italia, in tutte le sue tumultuose stagioni. Più volte si è scritto e meditato sul perché in Italia non è mai sorto un partito conservatore, e sul perché fino alle elezioni europee del 2019 nessuno osò mai utilizzare la definizione di “conservatore”  su un simbolo elettorale, e la risposta non può non essere ricercata nell’origine stessa dell’Italia come stato unitario e sulla difficile e complessa transizione – più di quanto spesso si faccia notare – dagli Stati preunitari. 

Eppure le coscienza e gli intellettuali conservatori, sono sempre stati attivi nella storia della penisola, e le radici culturali di un movimento di idee e non di un “ideologia”, di quella che è in fin dei conti una propensione dello spirito ed  è sempre stata radicata nella cultura politica italiana.  Uno spirito quello conservatore, che spesso ancora oggi viene osservato e tacciato con accezione negativa, come un retaggio di qualcosa che in fin dei conti non è stato. 

I conservatori italiani non hanno certo una Saturnia Tellus, alla quale volgere lo sguardo, anzi per dirla con le parole di Leo Longanesi la vita stessa di un conservatore italiano può essere riassunta così: “ sono conservatore, in un paese in cui non c’è nulla da conservare”, ma tutto da costruire ed è qui che entra in gioco la forza morale, lo sguardo acuto, freddo e consapevole del conservatore. Troppo spesso infatti nel nostro paese la spinta progressista si è fondata sul principio “ non importa come, purché si faccia”, che in politica, dati storici alla mano, equivale alla peggiore delle scelte possibili. 

Ed è per questo che i conservatori sono stati troppo spesso marginalizzati, etichettati, e considerati incoerenti, per il loro fluttuare nella storia italiana, causa anche l’assenza di una casa politica comune.

Il conservatore scrisse saggiamente Giuseppe Prezzolini “ sa andare all’indietro perché, per andare avanti, bisogna qualche volta arretrare per prendere meglio la spinta”, un concetto chiave nell’agire dell’impostazione propria del conservatorismo, che in Italia trova la maggiore opposizione considerata l’ampia degenerazione culturale del progressismo radicale e del rifiuto della tradizione. Sempre Prezzolini enuncia nel suo “Manifesto dei Conservatori”: “ Il Vero Conservatore in Italia difende la civiltà che è nata nella tradizione del mondo greco-latino, dall’ideale della vita attiva in politica, dalla superiorità dei concetti e delle espressioni chiare in arte, dalla civiltà cristiana nella parte assorbita dalla civiltà moderna”, una dichiarazione che letta oggi, al tempo della cancel culture, della furia iconoclasta del BLM, della guerra senza quartiere a tutto  ciò che è tradizione, è rivoluzionaria, controcorrente e incomprensibile con gli occhi di una società contemporanea priva di qualsiasi spessore. 

I primi conservatori, invece trovarono nella critica alla degenerazione, il primo elemento di scontro, intuirono prima di tutti la deriva che la nostra società stava intraprendendo. Capirono la ripidità della discesa, la scelleratezza ed essi contrastarono quel magma che andava imponendosi al secolo delle ideologie, in quanto il conservatore si pone sempre scetticamente, dinanzi alle pretese assolutistiche delle ideologie totali e totalizzanti, siano esse all’interno del sistema democratico o ne minaccino l’esistenza stessa. 

Il conservatore è nel tempo e fuori dal tempo: è nel tempo in quanto vive calato profondamente nella politica attiva, nelle battaglie della società a lui contemporanea, è fuori dal tempo poiché non è condizionato dalle mode passeggiere, dalle inclinazioni dei tempi, ma ha una visione d’insieme storica e totale, che gli consente di non cadere nelle trappole, negli errori, e di non cedere all’enfasi degli avvenimenti.  Questo atteggiamento che puerilmente può essere interpretato come distaccato, disinteressato o antistorico, in realtà cela tutta la profondità di un coscienza politica e storica di una visione della tradizione non come un macigno, ma  come fondamenta solide su cui tutto poggia. 

Ciò ha indubbiamente rappresentato nel mondo politico e culturale occupato dal pensiero unico marxista- gramsciano prima e oggi dalla sua subcultura liberal-politically correct, un vero e proprio cortocircuito nella narrazione. 

Il problema storico per lungo tempo è stata l’incapacità di trovare una sintesi, di trasformare le istanze, i principi e i programmi sviluppati dai conservatori in una concreta azione politica, nelle basi programmatiche di un movimento organizzato, e non nell’azione individuale o collettiva di singoli individualità compattate in una redazione, o in cenacoli ristretti e ostracizzati. Un certo sano stoicismo ha indubbiamente permesso ai conservatori di superare le burrasche più forti, ma ciò non deve e non può considerarsi un limite politico, ma il punto di partenza. 

La difficoltà dei nostri tempi, la crisi radicale di un età di mezzo, con le sue trasformazioni, e i mutamenti, ha rilanciato la solidità del pensiero conservatore, ponendo in essa tutta la responsabilità della difesa di un‘idea di civiltà che è quella occidentale, di una società che è quella Cristiana e di un principio di libertà che non è sostanza liquida, ma bensì l’espressione di una società che è fatta di diritti e doveri, e in cui gli egoismi e i desideri non diventino pretese e imposizioni giuridiche. I “custodi della notte” sono i conservatori, i guardiani silenziosi del nostro tempo.