“Dispera bene”: il nuovo saggio di Marcello Veneziani

di Leonardo Tosoni
26 Gennaio 2020

Per chi si è formato sui suoi libri, e ha spesso guardato all’attualità e alla politica attraverso la lente dei suoi articoli, Marcello Veneziani non può che essere considerato un gigante della cultura del nostro tempo. Per Marsilio Editori, dopo Lettera agli italiani, Alla luce del mito, Imperdonabili, ha pubblicato circa un anno fa Nostalgia degli dei, un libro sui principi intramontabili che guidano o possono guidare l’esistenza umana.

In questi giorni torna in libreria con un’opera che sembra trarre le conseguenze pratiche dal frantumarsi di quei valori. Si intitola Dispera bene e si presenta come un vero e proprio «manuale di consolazione» per affrontare l’esistenza «con realismo e con magia, con fiduciosa disperazione». Un libro a tu per tu con la vita, di stampo filosofico, composto di una lettera a un «amico disperato», a un «giovane della classe duemila» e che si conclude con una «postilla per un bambino neonato». 

Partendo da quel senso di declino e disperazione che sembra avvolgere il presente, si passano in rassegna le fasi e gli eventi fondamentali dell’esistenza: la nascita, la morte, la vecchiaia, la giovinezza. Coglie la perdita dell’eterno, la forza del pensiero unico che s’impone con decisione nei centri del potere, nella scuola, nella cultura e nell’informazione. Se le speranze sembrano finire, Veneziani ci avverte che prima o poi finiranno anche le disperazioni.

Non la via del fatalismo è quella da seguire, piuttosto l’«amor fati», o forse – potremmo aggiungere – la cristiana accettazione, che presuppongono l’aver combattuto la buona battaglia.

Offre anche delle soluzioni pratiche per spezzare le catene che ci legano alla gabbia del presente senza orizzonti, senza memoria e senza futuro: la letteratura e l’arte, il cinema e la musica, il gioco, il ricordo, ma anche e soprattutto la preghiera. 

E’ straordinario come ogni pagina riesca a insegnare qualcosa, a generare una suggestione profonda. Il viaggio sull’esistenza si accompagna poi al disincanto verso la presunzione per cui ci troveremmo a vivere nel peggiore o nel migliore dei mondi possibili.

La disperazione è figlia in fondo dell’assenza di reazioni al vuoto del presente che non trova risposte se non nel consumo, nel godimento e nell’arricchimento materiale. Non più senso del dovere ma solo richieste di diritti. E’ vero, la speranza non può che risiedere tra le identità «solide, coriacee, persistenti». Chi le difende però, sconta l’accusa di razzismo. Retrogradi, medievali, oscurantisti, tutti quelli che non credono nella libertà senza limiti tipica del nichilismo occidentale.

Quello stesso spirito permissivista che si compiace di tollerare – ancora una volta in nome della libertà – che un minorenne possa togliersi la vita con l’aiuto dello Stato come accade in alcuni paesi del nord Europa tramite il suicidio assistito.

C’è anche il mistero di Dio in Dispera bene, l’eterna diatriba sulla sua esistenza. Nonostante il progresso scientifico, la Tecnica non sembra arrivare a una soluzione della questione; non può riuscire a cogliere né a negare quell’«Uno sovrastante e culminante o lo Zero che tutto ingloba».L’impossibilità di risolvere il Perché dell’esistenza resta, dietro le scoperte della Scienza. Come scrisse il grande filosofo Emanuele Severino, scompaso pochi giorni fa, «a partire dall’Ottocento incomincia l’agonia del Dio dell’intera tradizione occidentale», ma oggi persino la religione – almeno in questa parte di mondo – sembra aver perso quell’essenza sacrale per tralignare tra buonismo di maniera e propaganda umanitaria. 

L’«amico disperato» è poi invitato a tenersi alla larga dalla poltica, priva ormai di motivazioni alte, storiche etiche o morali. La consapevolezza di una politica caratterizzata da calcoli di potere e arrivismo spicciolo, senza orizzonti impersonali, non esclude però la possibilità di un ritorno di nuove idee e nuove imprese. Se l’anziano non può che disperare della politica, i giovani hanno diritto di crederci ancora; di provare a incidere nella realtà; di coltivare la «nostalgia dell’avvenire».

Forse la forza per plasmare nuove idee risiede proprio nel grigio appiattimento del presente.

Il non rassegnarsi a quella minoranza egemone che vorrebbe imperare in eterno; al qualunquismo che al concetto alto di onore ha sostituito l’onestà fine a sé stessa. Eppure ci sono, magari emarginati dalla narrazione dominante, giovani e meno giovani pieni d’amore per l’Italia.

Riaffiora silenziosa una vena viva di pensiero che non si arrende alla politica tecnocratica e burocratica del mercato come scopo assoluto, a una visione del mondo figlia del neopositivismo e dell’utilitarismo pragmatistico. E’ forse il tempo di ripartire da quel «patriottismo della tradizione e delle radici» di cui lo stesso Veneziani scriveva in Comunitari o liberal (Laterza, 1999); di continuare la missione per compiere un giorno quella pacificazione nazionale, unica via per superare le contrapposizioni antistoriche ancora diffuse, funzionali a un potere che prospera nel conflitto tra fratelli; di rivendicare uno Stato meritocratico, forte, che sappia coniugare le istanze dei lavoratori e degli imprenditori.

«Spostare il baricentro dall’Io all’Essere», dalla «foglia caduca all’albero». Questo il grande messaggio racchiuso in Dispera bene. Aprirsi ai mondi immensi del passato, del futuro e dell’eterno. Aprirsi a ciò che è intramontabile: la storia, il pensiero, la metafisica. Si tratta di ripristinare un rapporto con con le generazioni precedenti e con quelle che verranno, prima che la Civiltà muoia del tutto, mentre «la gente gioca a Candy Crush».