“Di efferati delitti e d’altre storie macabre”: ecco perché si tratta di un libro politicamente scorretto

di Federica Ciampa
8 Ottobre 2020

“Scrivere racconti brevi è una sfida”: con queste parole, Fabrizio Ghilardi, autore del libro “Di efferati delitti e d’altre storie macabre”, uscito per Idrovolante Edizioni, spiega perché ha deciso di scrivere una raccolta di quindici racconti. Le loro particolarità? Si snodano in “epoche belle, più eleganti, in cui lo slancio eroico era normale” e l’atmosfera sullo sfondo è così tetra, da turbare l’animo del lettore.

Dunque, il nuovo libro di Ghilardi è l’oggetto principale di questa intervista. A questo, però, vengono affiancati altri temi importanti: come, ad esempio, quello della paura di morire, che perseguita l’uomo contemporaneo.

– Innanzitutto, da dove nasce l’idea di scrivere un libro di racconti brevi?

Scrivere racconti brevi è una sfida. In Italia si legge poco e distrattamente. Il mondo dei social media ha fatto il resto. Quindi scrivere storie brevi significa essere in grado di muoversi in uno spazio-tempo limitato in cui raccontare una vicenda nel modo più conciso possibile, riuscendo ad attrarre il lettore, lasciandogli il compito di completare e arricchire le ambientazioni con dettagli o di intuire i pensieri e i sentimenti dei personaggi dai pochi tratti forniti dall’autore. Generalmente nella stesura di racconti e storie brevi, si punta sull’azione e sui dialoghi serrati. Per le descrizioni vengono scelti solo i dettagli più importanti. In questo senso, quanto più un racconto è breve, tanto più sarà costituito prevalentemente da sequenze narrative e dialogiche, con minore presenza di sequenze descrittive o riflessive. Nella mia scrittura, invece, cerco di tratteggiare in uno spazio breve anche le sequenze descrittive, come se stessi scrivendo una sceneggiatura. È questa la sfida più grande. 

– Ognuno è ambientato in un periodo storico diverso, comunque a cavallo tra il Settecento e il Novecento. Perché hai scelto proprio queste fasi storiche?

Temo che tutto dipenda dal mio distacco dal mondo contemporaneo. Tra il profondo senso di rivolta contro il mondo moderno e il grande amore per l’analisi storica e gli studi storici che avverto, cerco di scrivere di epoche belle, più eleganti, in cui lo slancio eroico era normale, e in cui – a dirla con Cacciaguida nel Paradiso dantesco – si conduceva una vita pacifica, sobria e onesta. Anche se poi parlo di delitti macabri, di guerra e di battaglie e del cercar la bella morte e di vita pacifica ce n’è ben poca. Ma sostanzialmente parlo di epoche in cui non c’era il politicamente corretto. Già questo mi sembra un passo avanti.

– Quanto c’è di te in questo libro? Si può parlare di racconti autobiografici, almeno in parte?

Scrivo di argomenti che conosco, molto spesso studio e li approfondisco. Nella maggior parte dei racconti le ambientazioni sono legate al mio vissuto, penso soprattutto alla Svezia, Jordbro, Husby Oppunda, Ale Stenar, il bosco di Svaneholm tutti luoghi in cui ho abitato e ho trascorso periodi importanti della mia vita. Ma anche Fontechiari, l’Inghilterra e la Scozia, Istanbul, Berlino. Racconto sapori, colori che conosco, ricordi indelebili. Poi c’è il mio rapporto conflittuale e difficile con l’amore. L’amore per la donna visto come sofferenza, come dolore, sangue, e l’amore per Dio, per la propria Patria, l’amore come imitatio Christi. Che poi è l’unico vero amore, quello disinteressato di cui parla San Paolo nella Prima lettera ai Corinzi. E quanto dolore, violenza, rassegnazione, sangue, ci sono nell’Amore di Dio per le Sue creature nella Crocefissione e morte di Gesù? Non sono racconti autobiografici, ma c’è molto delle mie esperienze valoriali.

– Alcuni sono davvero inquietanti. E c’era da aspettarselo visto il titolo del libro. Ora, non voglio fare spoiler – come si dice – ma voglio comunque chiederti: come ti sono venuti in mente?

Il rapporto con la morte e con la paura di morire rappresentano nella storia dell’uomo uno dei temi centrali. Altrettanto lo è il macabro, quale elaborazione del lutto e della morte con il loro immaginario collettivo, enfatizzati nei dettagli e nei simboli. Lo spunto mi è venuto dalla pandemia che stiamo vivendo e dalla relativa comunicazione dei media verso i cittadini che ha posto l’uomo contemporaneo di fronte alla morte. La risposta è stata impressionante. Forse mai l’uomo ha avuto così tanta paura di morire nella storia dell’umanità. La morte raffigurata, raccontata, visualizzata nelle immagini istituzionalizzate che ci sono state presentate ha prodotto delle riflessioni terrificanti: la vita non si configura più come il luogo del divenire e il tempo del mutamento, lo spazio-tempo dell’attuazione delle potenzialità deputate alla propria realizzazione, ma diventa bene assoluto in sé, per cui la morte è l’opposto della vita e non il capoverso finale della nascita. Per questo motivo l’uomo preferisce la schiavitù alla morte, pur di vivere una vita a tutti i costi, anche chiuso in una gabbia. Che poi è quello che sta avvenendo di fronte al virus che tanto spaventa il mondo. Nei miei racconti la morte è cruda, ma è simbolo di libertà e la vita va vissuta in maniera decisa. Nell’eternità – se si ha Fede – o nel nulla – se non si ha Fede – non c’è mutamento e quindi nessuna potenzialità. Non c’è sfida, non c’è eroismo. Invece nella vita c’è sì tanta sofferenza, ma c’è anche tanta libertà. Che va conquistata anche incontrando la morte.

– Infine, questo libro si può definire politicamente scorretto?

È stato definito un libro punk. Il punk è lotta, è ribellione al conformismo di massa. C’è un’anima profondamente ribelle nei miei racconti. C’è il cuore avventuroso e c’è anche il passaggio al bosco di Jünger. È un libro che se fosse stato scritto in forma di saggio sarebbe stato profondamente censurato. Oppure penso a un romanzo come Noi di Evgenij Ivanovič Zamjatin, scritto dall’autore russo tra il 1919 e il 1921 e che venne pubblicato nella sua lingua solo nel 1988. Stiamo vivendo la peggiore distopia del mondo post-moderno. Tutto viene edulcorato, la cultura viene assoggettata al pensiero unico del politicamente corretto. È il momento di riappropriarci della cultura e di farla finita con il politicamente corretto.