Democrazia tra Repubblica e Impero

di Redazione
4 Agosto 2022

di Alessandro Cantoni

Nell’edizione di luglio del Primato nazionale, Valerio Benedetti ha posto un quesito fondamentale: che cosa sta accadendo alle nostre democrazie occidentali? Come ogni regime, anche quello presente tende a trasformarsi in un organismo capace di tutelare l’élite dirigenziale. Tale fatto si verificò sin dagli albori della nostra storia, ad Atene, nell’età di Solone: il primo politico che, in cambio di alcune concessioni al popolo, puntò a rafforzare il ceto mercantile, al quale egli stesso apparteneva, in opposizione all’aristocrazia terriera, di cui era rivale. Per rimanere fermi agli sviluppi democratici in Europa, la rivoluzione francese è stata una lotta della borghesia per l’affermazione di se stessa e per un riconoscimento sostanziale del proprio ruolo politico. A comandare fu un manipolo di uomini che con il popolino non voleva avere nulla a che fare.

Le istituzioni come il Parlamento sono espressione del liberalismo, di matrice borghese. Quest’ultimo, con il tempo, ha assunto le sembianze di un rigido parlamentarismo. A quanto pare, dunque, non è insensato interrogarsi sul senso della libertà popolare. Per capirci qualcosa, dobbiamo tornare alla lezione di Cicerone nella sua Repubblica.

Con il suo stile asciutto ed elegante, l’autore ci spiega in che modo il “liberalismo” può e deve continuare ad essere democratico. Affinché si possa parlare di res populi è necessaria una costituzione mista, la quale non somigli troppo ad un’oligarchia, ad una monarchia tout court, o a una democrazia diretta. I provvedimenti legislativi devono essere varati dai patrizi, gli eredi dei patres, ma non senza che il popolo possa prendere parte all’elezione dei magistrati o alla votazione nelle assemblee.

Nella storia della repubblica di Roma, la Costituzione era mista: il monarca veniva posto alla base del potere; gli ottimati mantenevano funzione deliberativa e il popolo (anche i plebei) votava, esercitando il suo diritto. Il voto, poi, assumeva rilevanza in proporzione alla dignitas, ossia al grado di rilevanza sociale nell’ordinamento dello Stato. Oggi, la democrazia è minacciata, oltre che dal crescente formalismo istituzionale, anche dalla pochezza etica della classe governativa e dirigenziale.

Non soltanto si sono persi di vista gli insegnamenti di Cicerone, ma persino l’ideale, apparentemente antitetico, del princeps di Ottaviano Augusto. Lungi dall’essere un tiranno, l’imperatore avvertiva tutto il senso della parola populus, a differenza delle attuali burocrazie parlamentari. Queste ultime, in occasione delle ripetute crisi di governo, hanno dato luogo a continue scissioni, ostacolando strutturali progetti di riforma. Non esistono maggioranze in grado di reggere il timone dello Stato per più di due anni, poiché prevale la logica del particolare, dell’interesse partitico: della res privata o familiaris. Nonostante il rafforzamento del potere personale a scapito di quello senatorio, l’imperatore, invece, si considerava il diretto portavoce del popolo romano.

Anche se ciò può ricordare una forma monarchica, Ovidio scorge nella figura di Augusto il simbolo della res publica rinascente e trionfale: la promessa di una rinascita in nome dell’utile comune. Anche Cola di Rienzo, novello Costantino, fu eletto tribuno ed agì in nome di quei valori tradizionali che ispiravano il rinnovamento della società verso una nuova età dell’oro e una più autentica libertà. Per Augusto, la libertà non era infatti il semplice arbitrio, come pensiamo oggi, ma libertà interiore, spirituale. La sua sensibilità verso la cultura e il mecenatismo dimostrano l’adesione a un ideale di virtù del tutto sconosciuto alla burocrazia parlamentare nostrana.

Ottaviano mirava a fare del poeta un vate, una guida per la collettività. Allo scopo di riformare la società, riportò in auge anche le antiche tradizioni e i valori romani, come la pietas e la religiosità romana, in grado di rafforzare il senso di appartenenza alla comunità. La pace civile e sociale era da lui intesa come garanzia per la fioritura di una nuova humanitas. Non a caso placò i disordini spartendo i poteri politici tra equites e nobiltà senatoria. Il popolo fu sostenuto economicamente, mentre l’esercito ricevette fondi e terreni.