Dante come guida delle nostre vite. Parla Leonardo Lugaresi

di Federica Masi
25 Marzo 2021

In occasione del Dantedì, abbiamo intervistato il professore Leonardo Lugaresi – studioso di storia del cristianesimo antico e di letteratura patristica e autore del blog leonardolugaresi.wordpress.com –, il quale ci ha offerto degli spunti per una riflessione coscienziosa sull’eredità culturale di Dante Alighieri.

  • “Non un saggio, né un commento, ma piuttosto un semplice itinerario che indica alcune cose da vedere e suggerisce qualche riflessione”: così descrive il suo ultimo libro Andare all’Inferno (e uscirne). Da dove è nata questa idea originale di ripercorrere le tappe del viaggio dantesco?

Non sono uno specialista di studi danteschi, il mio ambito di ricerca è la patristica e la storia del cristianesimo antico, ma la lettura della Commedia ha accompagnato tutta la mia vita. Nell’estate di due anni fa un giorno mi venne in mente che mancavano poco più di cento settimane al settimo centenario della morte del poeta (14 settembre 1321) e pensai che il modo giusto di vivere questa occasione – al di là delle celebrazioni ufficiali e della macchina degli “eventi” promozionali che di lì a poco si sarebbe certamente messa in moto – fosse, per me stesso innanzitutto, quello di mettermi a rileggere il suo poema ancora una volta, con calma e per intero, canto dopo canto, settimana dopo settimana, in una sorta di pellegrinaggio per arrivare pronto a quell’appuntamento. Non volevo però fare il viaggio da solo, perciò proposi a qualche amico di incontrarci una volta alla settimana per leggere insieme la Commedia: una specie di piccola “scuola dantesca”, o di comitiva, come poi l’ho chiamata, sull’esempio delle scuole medievali. Questo primo progetto non si concretizzò, per varie ragioni, così ho cercato di metterlo in pratica in altra forma, attraverso un piccolo blog che tengo da qualche anno (https://leonardolugaresi.wordpress.com/) e lì ho cominciato a pubblicare brevi pezzi di commento ai canti che via via andavo rileggendo. La comitiva dantesca si è così formata grazie alla partecipazione attiva di un gruppo di lettori fedeli e molto sagaci, che mi scrivono o intervengono sul blog con osservazioni e punti di vista da cui sono molto arricchito. Il percorso sta continuando (non arriveremo in tempo per il centenario perché c’è voluto molto più tempo di quanto pensassi per “macinare” i canti) ed ora siamo a metà del Purgatorio. Nel frattempo, un amico editore mi ha proposto di fare un libro con il materiale relativo alla prima cantica e io ho accettato. Come lei ha ricordato, nella gran copia di libri su Dante che sono usciti in questi mesi, il mio non ha alcuna pretesa se non quella di essere, come dice il sottotitolo, un diario di viaggio e di servire da guida e da stimolo per chi volesse mettersi sulla stessa strada.   

  • Il Sommo poeta ha esplicitato lo scopo del suo viaggio oltremondano nella celeberrima Epistola a Cangrande della Scala, scrivendo: “Removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere eos ad statum felicitatis”. È una lettura attuale? Dante potrebbe rimuoverci dallo stato di smarrimento in cui versa la nostra società?

Penso proprio di sì, a condizione che lo leggiamo come lui vuole essere letto. Chi scrive e pubblica un libro rivolge sempre, almeno implicitamente, una domanda al lettore: chiede la sua attenzione e il suo tempo, esattamente come farebbe uno che ci fermasse per strada o suonasse alla nostra porta e ci chiedesse di ascoltarlo. Di fronte a tale richiesta, il lettore deve fare a sua volta due domande, una all’autore del libro e l’altra a se stesso. All’autore deve chiedere: “perché scrivi? E perché vuoi che io ti legga?”. A se stesso deve invece chiedere se vuole veramente dar credito all’autore e corrispondere, almeno come ipotesi di lavoro, alla sua intenzione. Senza questa duplice assunzione di responsabilità non c’è vera lettura. Non è assolutamente obbligatorio rispondere di sì, uno può benissimo scegliere di non leggere: alla lettura è coessenziale la libertà. Si può legittimamente decidere che non vogliamo ascoltare ciò che l’autore ha da dirci – “non l’ho letto e non mi piace” è un giudizio critico che vale quanto un altro! – ma se accettiamo di stare al gioco, dobbiamo farlo lealmente, sino alla fine, ascoltando con attenzione dalla prima all’ultima parola. La lettura integrale è un dovere inderogabile. Altrimenti si fa come i filosofi dell’Areopago con san Paolo quando arrivò al punto cruciale del suo discorso: “su questo ti ascolteremo un’altra volta”! La lettura si riduce così a passatempo, o a mera ricerca di un godimento estetico. Cose rispettabili, s’intende; migliori di molte altre, anzi. Ma che non interessano più di tanto: il tempo stringe e bisogna andare al sodo.

Ora, alla domanda “perché scrivi?” Dante risponde nel modo che ha detto lei, cioè con una pretesa inaudita: “scrivo per salvarvi la vita”. Niente meno. Dico che questa è una pretesa, perché è evidente che uno che si propone in questo modo non vuole dei lettori “ludici”, che lo ammirino ma come distaccati ascoltatori o spettatori disimpegnati di una bella performance artistica. Vuole dei discepoli, dei seguaci. Che facciamo, allora? La mia personale scommessa è che convenga dargli credito e fare come dice lui. Il nostro viaggio nella Commedia si sta compiendo con questo spirito. Qui c’è uno che dice di essere stato “all’inferno” e di saper come si fa ad uscirne, attraversando il “purgatorio” per arrivare in “paradiso”. Lo sa perché dice che lui c’è stato. Che facciamo, lo prendiamo per matto? O derubrichiamo il tutto a invenzione letteraria? E se invece provassimo a farlo sul serio anche noi, quel viaggio “ultraterreno”? Se metto le virgolette a inferno, purgatorio e paradiso non è per ridurli a metafore, ma solo per dire che non è necessario che il lettore abbia chiaro sin dall’inizio che cosa significhino questi termini. Una qualche idea di inferno ce l’abbiamo più o meno tutti, guardandoci attorno (benché ci manchi totalmente la nozione della sua eternità). Potremmo invece non sapere cosa sia il purgatorio né se veramente esista, alla fine del viaggio, un paradiso. Non importa, basta l’attesa e un anticipo di fiducia nella guida per cominciare ragionevolmente il cammino, esattamente come fa Dante stesso nei primi due canti della Commedia, quando si mette in cammino seguendo Virgilio ancora senza aver capito quasi niente.

  • Dante sembra mettere d’accordo tutti ed è – come Lei scrive nel suo libro – l’unico poeta che chiamiamo per nome, a suggello del rapporto confidenziale che abbiamo con le sue opere. Come può un poeta, vissuto in un contesto storico diverso e lontano, avvicinarsi alle nuove generazioni di lettori?

Che metta d’accordo proprio tutti non direi: certo, in questi mesi di celebrazioni dantesche può sembrare che sia universalmente esaltato, ma in realtà egli è – come tutte le grandi personalità – anche molto divisivo. Del resto, è ben noto che nella storia della letteratura, ma direi anche del costume italiano, accanto ad un marcato “culto di Dante”, che a volte è stato tuttavia più esibito che intimamente praticato, vi è sempre stata anche tutta una tradizione di antidantismo che non va dimenticata. Che Dante sia il padre di tutti noi italiani, in quanto residuali detentori di una coscienza nazionale depositata anzitutto nella lingua che ci unisce e ci identifica, è incontestabile; ma si tratta, come spesso capita, di un padre tenuto alla larga e impedito di avere un reale rapporto con i figli. Un monumento al padre, quindi, più che un padre in carne ed ossa. Mettere qualcuno sul piedistallo, infatti, è il miglior modo per tenerlo a distanza e non farsi disturbare dalla sua presenza e dai suoi giudizi.

Per rispondere brevemente alla sua domanda, direi che l’attualità di Dante – ma preferirei dire la stretta pertinenza della sua opera al nostro presente, con tutte le sue domande e i suoi problemi – sta precisamente nella sua stessa “inattualità”, cioè nel suo essere così diverso, eccentrico, perfino urtante e scandaloso per la profonda divergenza dalla mentalità e dalle ideologie oggi correnti. Per questo abbiamo bisogno di lui, e ci interessa profondamente quello che ha da dirci, perché dice cose che nessun altro dice più, ha un punto di vista sulla realtà che spesso ci spiazza completamente. E ce lo presenta con una lingua meravigliosa, che è ancora e al tempo stesso non è più la nostra. Come italiani, infatti, abbiamo il grandissimo privilegio di parlare quotidianamente una lingua che è ancora in gran parte identica alla sua, tant’è vero che, una volta acquisita un po’ di familiarità con il suo lessico, possiamo leggerlo senza troppe difficoltà (se non quelle intrinseche alla profondità e complessità del contenuto di pensiero dei suoi versi), ma immergersi nell’italiano di Dante significa anche, in un certo senso, imparare una lingua nuova, ben più ricca di quella che parliamo, così male purtroppo, nell’Italia di oggi. 

  • Lo studio della Commedia, come sappiamo, è previsto nei programmi didattici. Ma la scuola si impegna a far conoscere e apprezzare Dante agli studenti?

Non mi azzardo a dare giudizi in generale perché non ho dati che mi permettano di farlo, ma certo l’impressione è che in molti casi questo non succeda. Eppure, per lunga esperienza personale, posso dire che se c’è un autore che i ragazzi amano, purché venga loro fatto conoscere in modo adeguato, è proprio Dante. Solo che nella scuola accade come in ogni altra attività umana: c’è una proporzione tra ciò che si ricava e quanto si investe. Bisognerebbe fare una lettura tendenzialmente integrale della Commedia, mettendola al centro dell’intera didattica del corso liceale di letteratura italiana. So, anche qui per esperienza personale, che è possibile avvicinarsi a questo obiettivo, naturalmente operando dei tagli su altri autori e opere e rompendo una buona volta con un certo enciclopedismo nozionistico e con l’ipoteca storicistica che, almeno fino a tempi molto recenti, gravava su un insegnamento ancora legato all’idea di un “disegno storico” della letteratura italiana da fornire, a suon di sunti e di antologizzazioni, alle giovani generazioni. Si leggano bene, piuttosto, alcuni grandi libri fondanti della nostra identità nazionale, e tra questi si dia il posto principale alla Commedia, coltivando, su tutto il resto, una “dotta ignoranza” di tutto ciò che non c’è il tempo di studiare.

  • Lei scrive: “Gli altri poeti può darsi che si possano leggere da soli: alcuni forse addirittura lo pretendono. Dante non credo: poeta popolare qual è, desidera essere letto da un popolo”. Cosa significa?

Significa che la proposta di Dante, per quanto “alta” ed esigente sia – ricordiamo la durezza con cui, all’inizio del Paradiso, respinge coloro che «in piccioletta barca» vorrebbero seguire il suo legno «che cantando varca», invitandoli a ritornare a casa, e si rivolge unicamente ai pochi che hanno imparato per tempo a cercare «il pan degli angeli» – è rivolta davvero a tutti. Quindi Dante è al tempo stesso il più aristocratico e il più popolare dei poeti. Questa sua natura popolare è stata, non a caso, riconosciuta e abbracciata, nel corso di questi sette secoli, da una miriade di “lettori semplici”, cioè non dotti, non “addetti ai lavori”, i quali hanno amato Dante come nessun altro poeta è mai stato amato. Lettori a volte poco alfabetizzati, persino memorizzatori (formidabili, talvolta) di una Commedia ascoltata ma non letta, che hanno però intuito a colpo sicuro che quello era “il libro della vita” e lo hanno «cercato», come direbbe Dante, cioè indagato in profondità, esplorato in ogni dettaglio, applicato alle più diverse circostanze della vita.

Credo che anche oggi un movimento di autentica riscoperta della Commedia avrebbe un significativo impatto culturale sulla nostra nazione. Sarebbe un fatto culturale e politico di grande rilevanza. Molte delle cose che si stanno facendo e si faranno per questo centenario lasciano, a mio modesto avviso, il tempo che trovano. Ma se un certo numero di italiani prendessero seriamente su di sé l’impresa di leggere Dante, qualcosa nella qualità del nostro dibattito pubblico, nella dignità dei nostri costumi, nel livello della nostra intelligenza delle cose cambierebbe in meglio.

  • La Commedia narra il cammino ascensionale verso Dio compiuto dal pellegrino Dante, ritrovatosi in una selva oscura, allegoria del peccato. Più volte la stessa Chiesa ha omaggiato e ripreso la figura esemplare del Dante cristiano, a citarlo anche Benedetto XVI nell’Enciclica Deus caritas est, ispirata al Paradiso della Commedia. In che modo Dante è legato alla Chiesa?

Il tema sarebbe amplissimo e non si può affrontare in poche parole. Mi limito a due provocazioni, che però mi sembrano quanto mai attuali. La prima è questa: non c’è autore più cattolico e al tempo stesso meno clericale di Dante. E le due cose, si badi, sono collegate. Nessun autore come lui, infatti, approfondisce ed esalta il tema della libertà, che è assolutamente centrale nel cristianesimo, e che viene invece offuscato o addirittura negato dal clericalismo, in ogni sua forma (nel clericalismo laico non meno che in quello ecclesiastico). Oggi noi viviamo una situazione di drammatica riduzione degli spazi di libertà, anche e proprio qui in Occidente, dove pensavamo di godere di una piena facoltà di espressione del pensiero e di autonomia dell’azione. Dante ci ricorda potentemente che l’essenza del cristianesimo è nell’incontro tra la libertà di Dio e la libertà dell’uomo. Il secondo spunto che mi pare di grande rilevanza per noi è quello della profonda unità tra dottrina ed esperienza, che oggi risulta spesso problematica anche nella chiesa. La Commedia non è un trattato teologico, ne ha però tutta la profondità e lo spessore intellettuale ma completamente calati in una storia, cioè in un’esperienza personale compresa e giudicata alla luce della rivelazione divina.