Dalla trebbiatrice alla ruspa: il paragone che non regge

di Leonardo Tosoni
2 Marzo 2020

La narrazione dominante incede, disegna, taglia e cuce interpretazioni, costruisce miti, semplifica, diffonde luoghi comuni mentre dice di combattere le fake news, di fatto esalta l’odio ma astrattamente lo avversa.

Capita che Matteo Salvini, leader della Lega, ministro dell’Interno nel governo gialloverde, il comunista padano che in consiglio comunale a Milano difendeva i ragazzi del Leoncavallo, l’antinazionale che ai mondiali di calcio si schierò dalla parte del Brasile contro l’Italia; a lui – al capitano – come lo chiamano i suoi fans, capita di essere paragonato nientemeno che a Benito Mussolini, ex Duce d’Italia.

La vulgata funziona, gira ormai da qualche anno; è contagiosa più del coronavirus e non a caso, nei salotti più chic della televisione italiana, dove gli ospiti sono sempre gli stessi, è questa la vulgata sempre in auge. Anche nei grandi giornali, quelli rispettabili, l’hanno sostenuta in tanti: Salvini è Mussolini! 

Torna in mente un’intervista sulla Rai di qualche decennio fa. Minoli intervista Marco Pannella, e gli dice: «un giornalista ha detto: Pannella è Mussolini», e il leader radicale, con in faccia stampato il suo solito sorriso gli risponde spiazzandolo: «Se Mussolini fosse quel figlio di fabbro ferraio e di maestra, rimasto a lungo povero e socialista e pagando per le sue idee, e dando corpo a delle idee buone, quel Mussolini lì sarebbe sicuramente un elogio» e dando il colpo definitivo all’eterna questione, non mancò di aggiungere «Quanto all’altro Mussolini, quello riguarda gli antifascisti di oggi, non certo me». 

Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e scrittore, artista e artigiano delle parole, mette in fila una serie di vocaboli, dalla A di America alla Z di Zorro, a partire dai quali azzardare il paragone più spietato: Salvini, e – appunto – Mussolini. Ne viene fuori un libro, edito da Paper First, appena uscito in allegato a Il Fatto Quotidiano e già nelle librerie, dal titolo Salvini e/o Mussolini.

Malgrado il racconto di quegli stessi giornaloni, il paragone si sa, non potrà mai essere e mai sarà. Diversi i contesti, diversa la società, diverse le origini e le idee, le passioni e persino i difetti. Se vi sono assonanze, riguardano quelle costanti con le quali ogni capo popolo si deve pur trovare a fare i conti: i nemici interni, i biografi, la critica degli intellettuali – ieri Croce e oggi Fabio Fazio – i precursori. Il pamphplet di Buttafuoco è gustosissimo come pochi perché come sempre, l’eleganza e l’arte non lasciano spazio a giudizi moralistici, né vi è la smania pedagogica così diffusa nei tanti saggi sulla politica italiana. 

Se il paragone non sussiste, stridono però le differenze. E per quanto sia bella la democrazia, per quanto sia forse meglio la felpa che la divisa, il Liceo Manzoni di Milano, «la scuola delle ragazze e dei ragazzi di ottime famiglie» non sarà mai il collegio dei padri salesiani di Faenza, dove i bambini della terza classe dovevano trovare le formiche dentro al pane; e la ruspa – pur doverosa in alcuni contesti – è solo la degenerazione moderna della trebbiatrice, strumento del lavoro, di stampo contadino come le origini del socialista rivoluzionario di Dovia.

Quel che per il «capitano» di oggi è una lettura di un libro di Oriana Fallaci, soltanto ieri si risolveva nel curare l’opera omnia di Alfredo Oriani, e Umberto Bossi, figura di riferimento del giovane leghista, non vale un Giovanni Hus, l’eretico condannato al rogo, cui il figlio del fabbro dedicò all’età di trent’anni un libro, Giovanni Hus il veridico (1913).

Così, tra tutte le differenze, rintona quella sul rapporto con l’Islam: saranno mutati gli scenari globali ma quella che per la politica di oggi è la richiesta di chiudere una Moschea, ieri era nient’altro che il dono più prezioso – lastre di marmo di Carrara – per adornare la Moschea di Gerusalemme, e non a caso quel Mussolini rimane per i «capi berberi» il Saif al Islam del 1937, e cioè “protettore della religione”.

Diversi i contesti e diversa la società, appunto; e non è colpa di nessuno ma quel che è oggi una nomina al MISE, ieri era un incontro tra Giuseppe Tucci, l’esploratore, e Giovanni Gentile, il filosofo, finalizzato a plasmare quello che oggi, con la tecnologia, è ben più che un miraggio: l’Istituto italiano per il Medio e l’Estremo Oriente.

Diverse le passioni e diversi i difetti, certo: ma ogni capo che ha saputo toccare la vena viva della passione popolare, passando alla storia, a differenza dei rispettabilissimi politici borghesi che nessuno ricorda, un qualche dono ce l’ha. E poco importa se per com’è fatto lui, il «capitano», si lascia andare a facili invettive sragionate, e se più che all’analisi la sua attenzione è rivolta alla sintesi. Poco importa se poi il tutto si risolve – oggi – nel fare della tattica «tutta una virtù» e del voler per forza di cose assomigliare al cittadino un manifesto politico.

Ci pensano i suoi detrattori a farlo piacere alla gente: loro, i giornaloni delle élite, quelli stessi che criminalizzando e ridicolizzando vogliono sempre e solo imporre se stessi; quelli che ancora oggi e come ogni volta trovano – scrive Buttafuoco – «una giustificazione ragionata dei propri pregiudizi»; i soliti del Regime culturale che firmano manifesti su Rolling Stone, gli stessi che irregimentarono a tal punto gli intellettuali, da giungere all’opera indegna di far firmare al «meglio dell’Italia» un manifesto di puro odio contro il commissario Calabresi. E’ sempre lì la forza orrenda del Potere, e allora persino il cattivo gusto del citofono può passare in secondo piano, persino le ostentazioni religiose che non ci convincono.

Leggere Buttafuoco aiuta a combattere la vulgata del pensiero unico, ed è un bel colpo di sciabola che squarcia la rete dei luoghi comuni e delle semplificazioni. 

Lasciamo da parte ogni paragone e convinciamoci del fatto che in fondo non è colpa di Salvini se con il mondo cambiano anche gli orizzonti. E il paragone più spietato allora non può che risolversi in un esempio definitivo; già, come a dire «la femme fatale hollywoodiana» Rita Hayworth e «un’irresistibile influencer», una Elettra Lamborghini.