Custodire i frammenti dell’identità italiana per ricostruire una Grande Nazione

di Pasquale Ferraro
24 Ottobre 2021

L’Italia Stato-Nazione è un paese giovane – nata non spontaneamente – il 17 marzo 1861 in una stagione che noi definiamo “risorgimentale” che attraversa la nostra storia dall’epilogo dell’era napoleonica fino al 1918 quando con la presa di Trento e Trieste tanto politicamente quanto simbolicamente si concluse la tanto agognata e  sognata unità nazionale. Eppure quella italiana è una gioventù solo apparente, il nostro è un paese “culla” e approdo di civiltà millenarie, snodo cruciale di tradizioni, e lo stesso nome “Italia” vive ancorato nelle profondità del mito. La nostra storia è costantemente davanti ai nostri occhi, vive scolpita nei templi della Magna Grecia, negli edifici romani, nelle cattedrali romaniche e gotiche, nel marmo delle sculture rinascimentali. Mito e storia camminano fianco a fianco e condensano il nostro destino, costringendoci a vivere proiettati nel nostro passato. Non ci sono pagine della nostra letteratura nella quale questa “grandezza” non riecheggi benché sopita dai timori reverenziali del presente. 

La storia viva ci guarda dagli occhi candidi del David, ci parla nei versi di Virgilio, e noi spesso non siamo preparati ad ascoltare e a comprendere a pieno la bellezza profonda, il costante senso del sublime che attraversa il nostro meraviglioso paese. La nostra storia pesa e spesso quel peso ci mette in soggezione, ci fa pensare di non poter essere più in grado di raggiungere quelle vette, di rendere ancora oggi grande per meriti attuali il nome del nostro paese. Abbiamo lasciato campo alle individualità, ai singoli che ogni giorno solcano le vette e onorano il nome dell’Italia nel mondo, del resto come saggiamente disse Margaret Thatcher “ un uomo scala l’Everest per se stesso, forse, ma arrivato in cima pianta la bandiera del suo paese”, ed è in fondo la più semplice, ma anche la più autentica forma di identità. 

Lo stesso dibattito sull’identità da sempre attraversa la storia del nostro paese, non esiste stagione politica nella quale non si annoveri il tentativo più o meno fallito di costruire un’identità solida sulla quale edificare una coscienza nazionale. Perché in fondo come recitano i versi di Leopardi “ Vedo le mura e gli archi, […] ma la gloria non vedo” ed in fondo neanche quelle torri degli avi nosri, quelle sui si erge il seme profondo della nostra identità sono celate, nascoste nell’immensa bellezza del nostro  paese, troppo spesso dimenticata. 

La nostra non è  una storia lineare, e non potrà mai esserlo, ed ènella complessità, nell’impervio ma solenne meccanismo che gli eventi caratterizzanti la nostra ultra millenaria storia  hanno assunto che si rintraccia il germe stesso della nostra identità.  

Un’identità disseminata lungo tutta la penisola figlia di storie diverse, ma eguali allo stesso tempo nell’aver mantenuto fede al concetto di “italianità”  che ha convissuto con tutte le declinazioni politico-statuali delle varie aree del nostro paese. Il grande errore, tanto utopistico, quanto cinico compiuto dalle prime classi dirigenti della fase post-unitaria è stato quello di non cogliere che proprio in quelle diversità si nascondeva la nostra forza come nazione, come popolo, come “genti” d’Italia. 

Un paese fatto di città, rivalità, sentimenti differenti: il paese dei guelfi e dei ghibellini, che fu una lotta totalizzante l’intero territorio italiano,  scontri fra città, rivalità che ancora oggi sopravvivono benché declinate in maniera differente. Eppure nel momento della nostra massima disgregazione, siamo riusciti adesprimere la nostra massima grandezza, ed abbiamo intriso di italianità, come già i romani ed i greci, la storia stessa dell’Europa e dell’occidente. Mentre il sangue scorreva a fiumi lungo tutta la penisola, e nemici piovevano da ogni angolo, allora l’Italia costruì il suo mito, uscendo anche dal cono d’ombra dei secoli antichi. 

A riguardo rimane celebre l’espressione che Orson Welles, grande regista e attore americano ne “ il terzo uomo” di Carol Reed “In Italia per trent’anni sotto i Borgia ci furono guerre, terrore, omicidi, carneficine, ma vennero fuori Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera non ci fu che amore fraterno, ma in cinquecento anni di quieto vivere e di pace che cosa ne è venuto fuori? l’orologio a cucù” . 

Per quanto semplificato come solo può essere una battuta adatta ad una pellicola, dentro questa espressione si nasconde una verità, che è in fondo il frutto stesso della nostra storia. 

Il medioevo l’epoca etichettata erroneamente e capziosamente “ età buia” dagli illuministi, per noi è stata si quella delle lotte intestine fra papato e impero, che ha diviso le città all’interno, messo il sud normanno-svevo contro la Francia e il papato, ma fu anche l’epoca di Dante e degli stilnovisti, quella precedente della scuola siciliana di Federico II lo “ Stupor mundi”, l’epoca delle crociate, ma anche quella della massima distensione fra cristianità e islam, e tutto ebbe come epicentro quell’Italia che oggi giace dimenticata nei borghi, e che ancora oggi racchiude nei vicoli stretti, nei detti “dialettali”, nelle architetture dei suoi Palazzi Gentilizi le tracce vive di questa storia. La nostra è una storia sempre costantemente in bilico in un dualismo manicheo che è forse sin dai tempi di Roma il nucleo centrale della nostra grandezza.

L’Italia delle provincie, arroccata sulle colline dai tempi delle invasioni saracene, l’Italia che noi guardiamo e spesso non comprendiamo a fondo ogni giorno. Quella storia ci guarda e ci chiede di essere compresa, vissuta non come ignari turisti, ma come individui che volente o nolente sono il prodotto di quellestoria. 

Capire è il primo passo che conduce al custodire che deve essere non solo il fine stesso di un’azione di ricostruzione, ma anche il necessario passaggio per sanare finalmente quelle ferite aperte che attraversano tutta la nostra storia nazionale. 

Spesso il tema dell’Italia delle identità è stato vissuto e interpretato da molti come un pericoloso quanto spinoso tema, che se eccessivamente analizzando portava in se l’inevitabile epilogo di squarciare un “velo di Maya”, che avrebbe inevitabilmente condotto verso pericolose distorsioni. Mai fu detto niente di più falso, in quanto non serve a nulla mettere la polvere sotto il tappeto, ne può provenire alcun male dalla valorizzazione dei costumi – diversi – che animano le varie aree del nostro paese. Noi spesso dimentichiamo che il primo passo per costruire un grande paese è quello di unificarlo, non attraverso l’imposizione e la selezione di ciò che può o non può essere mantenuto all’interno di un “Pantheon” civile e culturale, ma attraverso la condivisione di ogni aspetto di ogni singola anima, perché è in quella condivisione che nasce la fratellanza, ed è in ciò che si erge solenne il tempio della nazione. Perché se Hegel disse  che “ un popolo senza metafisica è come un tempio senza altare”, allora è ancor più vero che non può esservi nazione senza la fratellanza, fondamento di ogni patriottismo. 

La nostra identità, la sua difesa, la sua valorizzazione passano da una seria, attenta e concreta azione politica e culturale, senza questa dicotomia nulla può essere concretamente realizzato, o anche semplicemente programmato. Se da un parte occorre intervenire per attuare un piano di valorizzazione concreta del nostro patrimonio culturale e naturalistico, che spesso giace dimenticato e abbandonato, attraverso una totale ristrutturazione degli enti e delle agenzie competenti, dall’altro occorre operare un attenta azione di sensibilizzazione civica, che non deve essere la mera esaltazione del momento, ma una duratura opera di impegno missionario, perché in ogni pietra, in ogni colonna, convento, arco, campanile, riecheggia l’eco di ciò che siamo stati, e di ciò che possiamo ancora essere. 

Onorare le nostre tradizioni, consegnare al mondo e alla storia, la nostra identità, mostrare con orgoglio e consapevolezza –  e mai cieca ostentazione – il nostro passato, significa aver sigillato definitivamente un rapporto fra ciò che siamo stati e ciò che sceglieremo di essere. 

Senza dimenticare il ruolo cruciale che la difesa dell’identità italiana gioca nella più ampia difesa dei valori della società occidentale che noi incarniamo in ogni suo segmento. Riscoprire noi stessi significa gettare luce, ampliare il perimetro di un’Italia che spesso non si è dimostrata in grado di valorizzare se stessa. 

In questo l’opera dei conservatori deve essere quella dei custodi e guardiani delle nostre tradizioni, di difendere i territori laprovincia, i borghi che subiscono oggi – soprattutto al sud – il rischio enorme della desertificazione, e dunque della lenta ma inesorabile morte. L’Italia delle valli, delle colline, l’Italia delle vaste pianure, dei campanili, va difesa, protetta e salvata. Quel tesoro di cui dobbiamo essere autentici guardiani e ci è stato consegnato a futura memoria perché noi fossiamo in grado d fare altrettanto, grazia alla memoria e alla consapevolezza. 

Quello che distingue la civiltà antiche dalla nostra è la forza del passato, il ruolo che la memoria,  l’esempio ha sul presente e che noi invece non riusciamo a testimoniare, fatichiamo e ci attorcigliamo, e poi in fondo siamo orfani di noi stessi. Mai come oggi che la “cancel culture”,  e varie e variopinte teorie dell’appiattimento giganteggiano e minacciano le identità, dobbiamo con maggiore forza  issare la nostra storia, onorarla, e cingerci intorno ad essa. Ogni agorà dei nostri borghi, ogni campanile sono le trincee di questa battaglia, sono le ridotte della nostra difesa. 

Spesso molti etichettano la difesa delle nostre realtà rurali come una sorta di  mal celato reazionarismo, di una concezione ancestrale della vita, una opposizione alla modernità e un ripiego sulle campagne delle nostre posizioni politiche, ad essi ignari percorritori del presente, apolidi nella nostra civiltà, non possiamo che rispondere con le parole di Giuseppe Prezzolini : un conservatore non è mai un reazionario. E’ un realista che si oppone a tutti coloro che sognano soluzioni politiche o sociali o economiche che non stanno nella realtà. Considera il passato come patrimonio della storia e il futuro certamente non migliore del presente”.