Cristianesimo e capitalismo: l’economia nel Medioevo

di Francesco Maria Civili
2 Agosto 2020

Ancora oggi è molto diffusa l’idea che il sistema capitalistico si sia sviluppato esclusivamente nell’età moderna e nei Paesi dell’Europa settentrionale (Olanda o Gran Bretagna), per diverse ragioni: religiose (etica protestante), politiche (il valore della proprietà privata affermata per esempio dalla Magna Charta inglese) ed economiche (i grandi traffici commerciali nell’Atlantico tra Sei e Settecento).

In realtà, come scrive lo storico francese Fernand Braudel: “I paesi settentrionali presero il posto che precedentemente, così a lungo e così brillantemente, era stato occupato dai vecchi centri capitalisti del Mediterraneo. Non inventarono nulla né in fatto di tecnologia né di gestione finanziaria”.

A partire dall’XI secolo, a seguito degli sviluppi tecnologici quali l’aratro trainato da cavalli o la rotazione triennale, i monasteri assunsero delle organizzazioni proto-capitalistiche: ampliarono le loro proprietà di terre e da esse ne ricavarono prodotti di ogni tipo (alimenti, vini, erbe mediche etc.). Questo portò un po’ alla volta i monasteri a rendere più complesso il processo di produzione, tanto che ogni monaco aveva la sua funzione (frammentazione del lavoro) e l’istituto religioso diventò anche un vero e proprio luogo di commercio per l’acquisto di grano, vini, buoi, cavalli, pecore etc.

Per un po’ lo scambio avvenne attraverso il baratto, ma con la specializzazione lavorativa aumentò la domanda tra i monaci per strumenti ben precisi, a seconda della loro funzione, quindi non bastava il baratto, ci voleva un’economia monetaria che permettesse uno scambio più facile e veloce e concedesse ai monaci la possibilità di acquistare strumenti o beni a loro in quel momento necessari.

Da questa innovazione ci fu anche lo sviluppo del credito, perché se ci si accordava ad esempio per un futuro pagamento a seguito dell’acquisto di un pollaio, il valore di quest’ultimo rimaneva sempre discutibile (per l’età dei polli, quante galline e quanti galli etc.), ma non lo era un debito di un certo numero di monete d’oro. Qua la necessità di introdurre sportelli di credito. Secondo il sociologo americano Randall Collins, si parla di “capitalismo religioso”, perché erano dinamiche che avvenivano all’interno di istituti ecclesiastici.

Quando verso la fine dell’XI secolo si formarono i primi Comuni, in essi si cominciò a sviluppare una mentalità borghese e imprenditoriale: sorsero le prime banche (riconosciute dal Vaticano) e queste città iniziarono un po’ alla volta a commerciare tra loro. Con l’introduzione dei numeri indo-arabici e del numero 0, divenne più facile e preciso il calcolo rispetto ai numeri romani: infatti, si svilupparono in tutta la penisola italica scuole di aritmetica per il calcolo commerciale.

Prima in Italia e poi in tutta Europa, si affermarono delle filiali e i loro “dipendenti” si spostavano in sempre più complesse reti commerciali: si pensino agli scambi che avvenivano tra Venezia e Bisanzio. Per permettere un facile e sicuro trasferimento di denaro, s’introdussero le cambiali e nel tardo Medioevo emersero privati che prestavano o emettevano moneta per gli Stati: si pensi ai Medici.

I motivi per i quali già nell’Italia del Basso Medioevo si fosse un po’ alla volta affermato un certo capitalismo, sono da ricercare in tre fattori principali: il fattore geografico, la posizione strategica dell’Italia a livello commerciale nel Mediterraneo; il fattore politico, anche se l’Età comunale fu un’epoca molto complessa e attraversata da lotte esterne e intestine, il sistema repubblicano dei Comuni e la loro leggera politica fiscale rispetto a quella del sistema feudale garantirono un maggior dinamismo economico; il fattore religioso, il pensiero cristiano ebbe una funzione importante in questo sviluppo: ne è la prova il “capitalismo religioso” sopra descritto.

Quest’ultimo fattore sarà analizzato più dettagliatamente in un altro articolo.